Nello scenario attuale di contrazione delle risorse trasferite dal livello centrale e di profonda difficoltà della finanza locale, quali sono i rischi prevalenti per queste realtà? 

Innanzitutto si intravvede il rischio, per i comuni, di ritornare alla “cura del proprio orticello”. Le aziende nacquero sull’onda di un grande afflato solidaristico nei primi anni del 2000, a partire dall’attuazione della L. 328/2000. Una legge importante che ebbe tra i suoi meriti quello di spingere i comuni a gestire i servizi in modo associato, a guardare e rispondere ai bisogni sulla base di una programmazione territoriale che andava oltre i confini del singolo comune. La rilevante contrazione delle risorse destinate al sociale che impatterà sui territori a partire dal prossimo anno rischia di indurre i comuni a considerare sotto una diversa luce i costi gestionali che queste aziende comportano. Costi, peraltro, la cui incidenza sui budget complessivamente gestiti varia molto a seconda delle realtà. Si passa da una percentuale del 3 ad un massimo del 15 a seconda del numero di utenti e della tipologia di servizi gestiti, così come delle modalità di collaborazione del personale. Certamente nel momento in cui il comune ha meno risorse da spendere, è normale che guardi con più attenzione al “quanto costa” stare all’interno dell’azienda, però il rischio vero è che sia propenso a ritornare alla vecchia logica del consenso. In questi anni le aziende hanno stimolato molto gli amministratori a guardare al di là dei propri confini e a misurarsi più sulla qualità dei servizi erogati che non per il loro peso in termini di consenso elettorale. La situazione attuale rischia di compromettere i buoni risultati di questi anni.

Un altro rischio che vedo, forse più preoccupante ancora, è invece la messa in discussione dei modelli gestionali. La gestione associata ha introdotto modalità gestionali dei servizi di tipo solidale ovvero di compartecipazione al costo indipendentemente dall’utilizzo, secondo una logica che potremmo definire “assicurativa”. E’ ciò che succede ad esempio quando i comuni concorrono alla spesa di un CDD: il costo viene ripartito sui comuni dell’Ambito indipendentemente dal fatto che essi lo utilizzino effettivamente, secondo una scelta che premia di per sé la qualità del sistema di protezione locale. Da parte dei Comuni, si avverte invece sin d’ora la messa in discussione dei criteri di compartecipazione ai costi, con lo spostamento da una logica solidale-assicurativa a quella correlata al consumo: “pago a secondo dell’uso”. Se questo avverrà le aziende dovranno farsi carico, insieme agli amministratori, di individuare nuove modalità di gestione e di rivedere il sistema complessivo dei servizi, con la consapevolezza però che questa revisione può inficiare l’attuale standard di qualità nei servizi.

Un’ ulteriore preoccupazione rischio riguarda la capacità dei territori di mantenere alcune tipologie di servizi messi a punto dalle aziende speciali, soprattutto all’interno della gestione del piano di zona: a fronte della contrazione delle risorse si avrà molta meno capacità di mettere a sistema servizi sperimentati efficacemente nel tempo, spesso innovativi e spesso intelligentemente progettati su tavoli di integrazione con l’Asl. Per via della mancanza di risorse queste sperimentazioni sono destinate a rimanere tali perché ci stiamo già dicendo che non ci saranno risorse per poter darvi stabilità, nonostante abbiano dimostrato nel tempo la loro capacità di rispondere meglio ai bisogni dei territori.

In questo scenario si intravedono delle opportunità? C’è chi dice che è proprio nei momenti di crisi che bisogna essere capaci guardare in avanti e di vedere quali spazi d’azione si aprono…

Certamente; nel 2011 stiamo già preparando i bilanci previsionali del 2012 proprio per aiutare i comuni a far sì che i tagli non siano agiti trasversalmente, senza guardare alle priorità e senza tenere conto dei bisogni emergenti. Penso che in questi anni le aziende abbiano fatto un lavoro importante con le Amministrazioni locali, orientandole ad una gestione complessiva delle risorse a livello territoriale. Auspichiamo quindi di poter sostenere gli amministratori anche in questa difficile fase, nell’agire in maniera più qualificata e più propria la possibile ridefinizione delle risorse e ciò che appare un inevitabile ridimensionamento dei servizi locali. Quello che dovremo certamente fare è guardare ulteriormente dentro i servizi, stanare le eventuali inefficienze e riuscire a mantenere alto lo stesso livello prestazionale sforzandoci di produrre ottimizzazione e razionalizzazione delle risorse utilizzate. In altri termini dovremo essere capaci di capire se quel servizio che è stato erogato sino ad oggi secondo quella formula è ancora adeguato o se invece è possibile formularlo in maniera diversa.

In tema di costi, una diversa prospettiva sembra peraltro aprirsi  a livello regionale mediante l’introduzione di regole sulla compartecipazione al costo dei servizi da parte degli utenti. Il progetto di legge di modifica dell’articolo 8 della l.3/08 va in questa direzione. Dalla Regione stiamo ancora aspettando una definizione puntuale di questa partita ma forse per la prima volta i comuni avranno l’opportunità di affrontare il tema dell’omogeneizzazione dei criteri di accesso alla rete dei servizi a livello territoriale, un tema che in passato si è tentato di portare, ma senza successo,  all’attenzione degli amministratori. Costruire  scelte uniformi sul quoziente familiare o sui livelli Isee potrà rappresentare un’interessante occasione per abbattere inique differenze tra i singoli comuni rispetto all’accesso ai servizi.

La riduzione di risorse potrebbe del resto tradursi in un vantaggio per le Aziende speciali laddove esse sono capaci di ottimizzare l’utilizzo di significativi volumi di denaro. Le Aziende sociali sono tanto più “convenienti” quanto più gestiscono risorse, perché è sui grandi volumi che è possibile garantire una maggior razionalità nel loro uso e una maggior qualità dei servizi. E’ ciò è soprattutto vero per i comuni soci di piccole dimensioni, che altrimenti non avrebbero modo di accedere allo stesso livello di professionisti o addirittura di fornire determinati servizi perché troppo onerosi per il singolo bilancio.

Inoltre, anche il contesto nazionale appare favorevole allo sviluppo delle aziende speciali, come dimostra la recente disposizione di legge che obbliga i comuni sotto i 5000 abitanti ad associarsi per lo svolgimento delle funzioni e servizi essenziali.

Infine, il rapporto con il terzo settore. Obbligato anch’esso  a fare i conti con la scarsità di risorse, potrebbe darsi disponibile a costruire con l’ente locale nuove forme di collaborazione, giocandosi su partenariati innovativi finalizzati alla co-gestione dei servizi, come sembra già accadere in alcuni territori.