Il Piano di zona è stato uno strumento che ha permesso di affrontare e comprendere i problemi- funzione conoscitiva- che hanno molteplici fronti/osservatori e vedono contemporaneamente la presenza di differenti attori implicati; esso infatti può costituire la cornice all’interno della quale è possibile trattare in modo diverso alcune questioni poiché se ne assume la rilevanza a livello di sistema territoriale, si mettono in relazione le connessioni e in dialogo le parti che altrimenti non si riconoscerebbero, in sintesi se ne ricompone la visione d’insieme.
Questa è la nostra esperienza rispetto al tema dell’integrazione scolastica degli alunni disabili in un territorio, quello lodigiano, di tre distretti socio-sanitari che hanno riunificato la programmazione zonale in un unico Piano di zona e che anche sul piano gestionale ha dato vita ad un Consorzio per i servizi alla persona.
Da dove siamo partiti: il dato incrementale
La funzione ricompositiva del Piano di zona anche a livello della verifica della spesa sociale dei Comuni e del territorio nel suo insieme ha permesso di evidenziare che il dato delle richieste di assistenza educativa rivolte ai Comuni era decisamente incrementale anno su anno, a fronte di una popolazione scolastica stabilizzata. Ciò che apparentemente sembrava la preoccupazione di un singolo Comune si è poi rivelata una questione ampiamente diffusa su tutto il territorio[1].
Da un primo confronto con l’Ufficio Scolastico Provinciale si è sottolineata l’importanza prima di tutto di comprendere cosa stesse accadendo e le motivazioni di queste richieste di assistenza educativa verso i Comuni, che sul fronte scolastico corrispondevano ad una similare richiesta di incremento di cattedre di sostegno.
Il nostro comune orientamento è stato quello di affrontare la questione nel suo insieme, con un obiettivo conoscitivo e di condivisione del problema con tutti gli interlocutori, e di trattare i vari aspetti che ci sembravano collegati e importanti al fine di individuare piste risolutive per gestire la situazione.
Pertanto abbiamo coinvolto vari enti e agenzie territoriali e avviato una riflessione su più livelli che ci aiutasse a affrontare le seguenti questioni:
- Comprendere il fenomeno dell’incremento delle certificazioni relative alle “nuove disabilità” di tipo comportamentale che si sostanziava in richieste di risorse aggiuntive da parte della scuola
- Mettere sotto critica il modello tradizionale di risposta alla richiesta di assistenza per qualsiasi tipologia di problema/disabilità
- Collegare con maggior congruenza scelta di integrazione scolastica con le risorse del contesto ricevente tenendo conto di tutti i bisogni speciali educativi della scuola -BES- e del progetto di vita dell’alunno disabile e della sua famiglia.
Il lavoro per problema : un approccio di sistema all’integrazione scolastica degli alunni disabili
Le ipotesi che abbiamo iniziato a formulare una volta avviata la riflessione :
a) ci sembrava che ci fosse poca conoscenza condivisa sulle motivazioni dell’incremento di disabilità, in particolare di quelle di ambito comportamentale e psichiatrico, a questo si associava il numero incrementale dei nuovi pazienti della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza- +24% anno su anno- : abbiamo avviato un gruppo di lavoro con la Neuropsichiatria, l’Asl servizio disabilità, l’Ufficio Provinciale Scolastico e il Consorzio Lodigiano per i Servizi alla persona, forma associata che per molti comuni gestisce il servizio di assistenza educativa, per l’analisi dei dati di certificazione al fine di produrre delle comprensioni spendibili anche con gli Amministratori; è stata inoltre concordata una riorganizzazione dei casi per macro-gruppi diagnostici maggiormente funzionali a riformulare ipotesi di intervento di assistenza mirata.
b) Ci sembrava che l’azione di assistenza e di integrazione a scuola potesse essere re-interrogata anche alla luce dei nuovi bisogni e della casistica e maggiormente collegata con l’esperienza della disabilità di cui sono portatori gli enti gestori delle strutture e dei servizi specialistici per la disabilità (CSE, SFA, RSD..) e dello sport sociale e in generale con le risorse educative che sono presenti e attivabili sul territorio, in ambito extrascolastico.
Pertanto abbiamo avviato una sperimentazione molto ridotta ma interessante per il livello di coinvolgimento che abbiamo attivato su alcuni casi, favorendo una logica più orientata all’inclusione che all’integrazione[3] , mettendo in discussione le richieste di copertura totale, la presenza assidua dell’assistente educativo anche nelle ore di attività motoria, e la separazione dal gruppo classe; in breve l’approccio assistenzialistico, fondato sull’evidenziazione del deficit, delle mancanze.
c) Infine un’ipotesi che ci continua a guidare è la necessità di lavorare/accompagnare e supportare le famiglie, sia in fase precoce, quando i bambini iniziano a manifestare problemi e esigenze specifiche, in cui spesso il percorso è molto orientato dall’approccio sanitario sia successivamente, quando è indispensabile essere accompagnati e informati rispetto alle scelte per il progetto di vita post-scolastico del proprio figlio/figlia. A questo proposito abbiamo favorito dei progetti di avvicinamento della scuola ai servizi specialistici, percorsi di accompagnamento per l’inserimento in servizi pensati per le disabilità.
Infine, è stato predisposto un supporto psicologico di gruppo sperimentale per i genitori di bambini con disturbi comportamentali, ipotizzando che si possa massimizzare l’intervento sul minore con un lavoro in contemporanea su più livelli, che coinvolga anche la famiglia e l’ambito di vita extrascolastica.
In questa direzione risulta strategica l’alleanza con le associazioni familiari che possono svolgere un ruolo di prossimità educativa e di ri-orientamento delle famiglie nel rapporto con servizi e la scuola, affinché possano riconsiderare gli interventi/richieste non come singole prestazioni non collegate fra loro, ma come ad un’azione integrata di sistema, da ricollocare in un disegno di insieme a sostegno del progetto di vita del loro figlio e del loro nucleo familiare.
Primi esiti di fase
A seguito dell’analisi dei dati delle certificazioni è apparso chiaro a tutti gli Enti coinvolti che era necessario inaugurare una nuova fase in cui, a fronte delle richieste complessive, si potesse assumere il punto di vista del contesto ricevente , la scuola, e si potesse siglare un accordo per programmare insieme l’utilizzo delle risorse con i Comuni e con il coinvolgimento dei Servizi sociali, oltre che della Neuropsichiatria.
Si è dato luogo quindi ad un un accordo interistituzionale fra Ente Capofila del piano di zona, per conto di tutti i 62 Comuni, e Ufficio Scolastico Provinciale che definisce
- la messa in comune e il confronto dei dati relativi alle assegnazioni sia per docenti di sostegno che per assistenza educativa con il coinvolgimento della Neuropsichiatria, in fase preliminare alle assegnazioni definitive
- Istituzione tavoli di concertazione presso le scuole con il coinvolgimento dei Comuni e dei servizi specialistici invianti per comprendere il fabbisogno della scuola in termini di accoglienza e integrazione di situazioni complesse
- Prosecuzione e ampliamento della sperimentazione che porta risorse aggiuntive per favorire modalità maggiormente inclusive di integrazione scolastica , con il coinvolgimento del Terzo settore.
Ad oggi i primi impatti sul piano operativo si sono così concretizzati:
- Si è realizzata un’azione di macro-programmazione dei fabbisogni delle scuole per l’anno scolastico 2011/2012 in termini di cattedre di sostegno e di Assistenza educativa scolastica, a carico dei Comuni, che per la prima volta è stata concertata e realizzata contemporaneamente nel mese di luglio 2011 nelle scuole individuate per la sperimentazione.
- Abbiamo raggiunto l’importante risultato del contenimento della spesa dei Comuni nonostante la riduzione delle cattedre di sostegno a fronte di un incremento di richieste.
- È stato restituito nel mese di novembre 2011 in un momento pubblico aperto agli Amministratori, agli operatori e alle Associazioni, l’esito di questa prima fase attraverso la diretta testimonianza di Assessori all’Istruzione dei Comuni coinvolti nella sperimentazione e del rappresentante dell’Ufficio Provinciale Scolastico, che ne hanno apprezzato la positività e la rilevanza.
- Sostenuti anche dalle linee guida regionali in materia di PEI, attualmente è stata avviata una seconda sperimentazione che si avvale della stesura dei PEI -progetti educativi individuali- per rinforzare l’approccio di integrazione già avviato con la prima fase , prevedendo un allargamento e un coinvolgimento effettivo di tutti attori e considerando le risorse nel loro insieme, solo per un numero limitato di casi e di scuole.
In questa fase la sperimentazione vedrà l’impegno anche dell’Ufficio di Piano e dell’Ufficio Scolastico Provinciale, come cabina di regia, nel presidiare un tavolo per ogni caso individuato per realizzare effettivamente il coinvolgimento previsto dal PEI e il conseguente lavoro di integrazione fra le varie risorse scolastiche ed extrascolastiche che sono richiamate e implicate. Rilevante in questa fase è l’apporto del coordinamento dell’Assistenza educativa del Comune di Lodi e del Consorzio Lodigiano per i servizi alla persona.
I punti qualificanti di questa modalità di funzionamento del PEI secondo un approccio di lavoro di rete e di integrazione fra servizi e risorse informali sono :
- Il superamento dell’approccio specialistico nel trattare le situazioni di disabilità e la centratura sul progetto di vita del bambino e della famiglia
- La valorizzazione della ricchezza dei differenti punti di osservazione e di intervento in contesti differenti (scuola ed extra-scuola)
- La dinamicità e l’opportunità della rivalutazione nel monitoraggio costante effettuato da più parti, per una ridefinizione degli obiettivi
- Il coinvolgimento e il supporto alle famiglie degli alunni disabili.
Gli esiti per la programmazione zonale
Infine una considerazione rispetto agli esiti anche dal punto di vista della programmazione zonale, del ruolo che svolge nei confronti dei Comuni, del territorio, degli enti con i quali condivide i problemi e le questioni da affrontare .
Nella nostra esperienza di questi anni e in particolare cogliendo l’esempio di questa situazione specifica abbiamo evidenza di aver interpretato il ruolo della programmazione nella direzione di sviluppare delle funzioni a ricaduta sul territorio in termini di esiti e di apprendimenti che vanno oltre alle azioni realizzate e alle prestazioni messe a disposizioni. Sono queste dimensioni alle quali anche la Regione Lombardia sta rivolgendo l’attenzione per valutare i Piani di zona: gli apprendimenti e le conoscenze sviluppate nel territorio e le integrazioni realizzate.
Le funzioni della programmazione che abbiamo attivato si collocano, a nostro avviso, sul piano degli apprendimenti e dei cambiamenti culturali, avendo messo a disposizione sguardi differenti con cui guardare i problemi noti, aver dato un nome e un modo di leggere i problemi anche in modo nuovo, come ad esempio questo dell’integrazione scolastica degli alunni disabili; abbiamo lavorato sul piano delle risorse e dei dati, sulla condivisione e diffusione delle comprensioni e delle conoscenze sviluppate, sia con i tecnici che con gli Amministratori; abbiamo lavorato sul piano dei contenuti e della metodologia, proponendo un approccio culturale e una modalità operativa alle scuole e al Terzo settore; sulla dimensione dell’integrazione abbiamo ottenuto di concertare e discutere delle assegnazioni del monte ore complessivo, considerando risorse nel loro insieme quelle fornite dai Comuni come quelle messe a disposizione dalla Scuola; abbiamo tessuto una rete a livello istituzionale per pervenire ad un accordo che definisse il perimetro delle autorizzazioni; abbiamo allargato il perimetro dell’intervento alle risorse extrascolastiche, riconoscendo le competenze là dove sono e attivando un dialogo fra istituzioni e Terzo settore, non sempre scontato o facile. Attraverso questo lavoro si è resa più esplicita l’opportunità per la scuola di aprirsi e rivolgersi al territorio per fronteggiare la questione della disabilità e di altri bisogni educativi che necessitano di interventi integrati e correlati.
Sappiamo che gli apprendimenti e le consapevolezze che si sviluppano non si possono dare per acquisiti in modo stabile, e che i cambiamenti che attraversano gli attaccamenti e le convinzioni professionali spesso generano ambivalenze e oscillazioni nelle persone, ed è quello che accade tutti i giorni anche in questo laboratorio cosi ben avviato; tuttavia pensiamo che il nostro lavoro di programmazione e di coordinamento rispetto a questioni così spinose costituisca una concreta possibilità per trattarle e per cercare di gestirle e autorizzi un po’ tutti, ai vari livelli, a sostare in un pensiero allargato, a sostenerne collettivamente la complessità.
[1] il dato incrementale della disabilità a scuola ultimo triennio: negli anni scolastici 2009/2010; 2010/11 e 2011/12 : numero alunni disabili 674, 720, 734 ; numero assistenti educativi 241, 298, 307 ; numero cattedre sostegno 292, 303, 292; spesa dei comuni € 2.955.368,18 ; € 3.230.282,46 ; € 3.058.863,60 dato non completo
[[3] vedi articolo in PSS n°19/2011 –“dall’esclusione all’inclusione e ritorno?” il paradigma inclusivo riguarda la globalità della sfera educativa e quindi non solo della scuola ma anche dei contesti. .. non più una dimensione specialistica e riparatoria ma un’azione responsabile che coinvolge tutti.- Caldin 2010-
