I CEAD: un’esperienza parzialmente riuscita

Intervista a Tino Fumagalli, segretario generale aggiunto della FNP/CISL Lombarda

A cura di Rosemarie Tidoli

23 marzo 2012

A oltre 2 anni dalla delibera istitutiva dei Cead, a fronte della scarsità di dati sul suo livello di attuazione, raccogliamo alcune riflessioni da parte di testimoni privilegiati che ne hanno seguito l’evoluzione.

 

Dato il grosso lavoro di accompagnamento ai Distretti e il monitoraggio svolto da CISL sui CeAD (che si è affiancato a quello istituzionale della Regione), vorremmo sapere qual è la sua opinione sull’attuazione di questo servizio in Lombardia.

Premetto che per effettuare il monitoraggio dei CeAD , FNP/CISL ha inviato un questionario a tutti i Centri attivati.  Purtroppo le risposte sono pervenute in meno della metà dei casi.  E’ da segnalare, inoltre, anche una certa “reticenza” da parte della Regione a fornire i dati.  Comunque, nonostante queste difficoltà nel reperire informazioni dai vari soggetti, balza all’occhio la grande difformità regionale. Nel territorio lombardo i CeAD risultano istituiti a “macchia di leopardo”; in alcune zone sono operativi (e in certi distretti si stanno portando avanti delle buone sperimentazioni), in altre esistono più che altro sulla carta, in altre ancora si sa a malapena cosa siano….

Anche rispetto alle caratteristiche prevalenti del CeAD (orientamento ed informazione, filtro e PAI integrato o anche presa in carico/ erogazione di risorse e regolazione degli accessi all’intera rete socio-sanitaria) si riscontra un’estrema eterogeneità nelle diverse esperienze locali.  

Purtroppo non è infrequente che il CeAD diventi un ulteriore sportello informativo, una sorta di centro di “smistamento”  che spesso si sovrappone ad altri servizi di ASL o Comune. Quel che è certo, comunque, è che il CeAD non è diventato il luogo della presa in carico integrata del bisogno dei soggetti fragili, punto sul quale i sindacati pensionati e le confederazioni sindacali avevano insistito molto con la Regione.

Infine anche nei confronti dei servizi di ASL e Comuni la situazione è varia. I protocolli stipulati nei distretti possono regolare i rapporti tra gli Enti coinvolti in modo differente.  Il CeAD  però sembra ben lontano dal connotarsi come un punto di accesso unitario. Analogamente, a  noi non risulta che in genere il servizio sia dotato di una vera e propria Unità di Valutazione Geriatrica , né che effettui  una presa in carico, come dicevamo al punto sopra.  Solitamente ASL e Comune mantengono accessi separati per i servizi di competenza.

 

Cosa ci può dire in merito ai punti di forza e ai  punti critici?

Il nostro lavoro ci ha permesso di verificare che laddove – nonostante alcune criticità –  si sono realizzate delle buone esperienze (cito ad esempio l’ASL di Monza e Brianza  – in allegato – e il distretto di Lecco), i  fattori determinanti sono stati in primis il forte convincimento dei Dirigenti di ASL e Comuni,  e successivamente la buona integrazione tra gli operatori coinvolti.

I punti più critici, invece, sono rappresentati (oltre che dalla “tradizionale” difficoltà di integrazione tra Enti sociali  e sanitari) dalla scarsità di risorse, sia economiche (non sono stati previsti finanziamenti specifici per i CeAD) che di risorse umane, ormai  abbastanza generalizzate in ASL e Comuni.  Questo fa sì che in molti distretti i CeAD siano stati considerati soprattutto come “duplicazioni” di servizi già esistenti, che però  “assorbono” denaro e operatori.

Tirate le somme,  ritengo che i CeAD rappresentino un’esperienza solo parzialmente riuscita;  per vari motivi, il progetto nei fatti non è decollato. Anche la Regione ha preso atto che l’esperienza non ha funzionato e credo che si dedicherà ora a valorizzare altri progetti (ad esempio la riforma delle cure domiciliari, di un nuovo modello di valutazione del bisogno, ecc.).

 

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