Dopo aver presentato i dati attuativi disponibili sui CeAD, per capire cosa sta “dietro i numeri”, LombardiaSociale si è proposta di esaminare come il dettato legislativo sia stato recepito nelle esperienze territoriali, anche alla luce di alcuni elementi che suscitano perplessità.

    • L’ istituzione dei CeAD è avvenuta senza lo stanziamento di risorse  aggiuntive, aspetto  che, in un momento in cui i trasferimenti agli Enti sono in continua contrazione, è facilmente foriero  di difficoltà.  Considerando infatti che  per l’avviamento dei CeAD  i Comuni hanno generalmente utilizzato le risorse del Fondo per la non autosufficienza, appare evidente  come oggi il suo azzeramento ponga un sostanziale problema di sostenibilità del servizio.
    • Contrariamente ad altre Regioni che per servizi integrati hanno previsto un budget unico, la  Lombardia ha disposto budget sociali e sanitari  separati, scelta che non sembra essere la più indicata a favorire l’integrazione tra ASL e Comune ( “storicamente” difficile)  nemmeno da un punto di vista burocratico ed  amministrativo.
    • Dopo l’iniziale azione di promozione, il CeAD risulta essere sempre meno presente nella programmazione regionale.  Anche quando il servizio viene citato  in altri documenti  ( ad es. il Decreto 7211 del 2 agosto 2011[1] ) non è ben chiaro quale debba essere la relazione tra CeAD e nuovi servizi o modelli operativi (ad es. nuove modalità e strumenti per valutare il bisogno dei soggetti fragili, équipe valutative multidisciplinari, ecc.).
    • Quanto ai modelli di CeAD attivati, la situazione lombarda appare caratterizzata da un’elevata eterogeneità quanto a struttura organizzativa, interventi garantiti (informazioni ed orientamento, accesso integrato, valutazione e progettazione individualizzata, presa in carico, ammissione alle risorse socio-sanitarie, ecc.) e tipologia di figure professionali  messe a disposizione da ASL e Comuni.
    • Nonostante la Regione abbia attuato un monitoraggio del servizio, dopo il 2010 non sono stati prodotti dati pubblici.  In mancanza di elementi di conoscenza non è possibile avere un quadro attendibile e aggiornato sull’andamento della sperimentazione,  il rapporto di FNP Cisl (che ha condotto un monitoraggio parallelo), alla fine del 2010 evidenzia una discreta diffusione dei CeAD, quantificandone anche l’impiego di operatori e ore di servizio.

Nel  corso del  nostro approfondimento abbiamo potuto toccare con mano che dei CeAD….. si sa poco.

La percezione del servizio in molte zone è “labile”: il CeAD non è quasi mai menzionato nei siti dei Comuni e delle ASL, i potenziali utenti raramente  lo conoscono.  In alcune zone, addirittura gli stessi operatori dei Servizi socio-sanitari non hanno le idee chiare in materia (questo è evidente soprattutto nel contesto metropolitano).

Inoltre vi sono difficoltà ad avere i dati dalla Regione che, pur avendo previsto un monitoraggio periodico, come già spiegato non ha messo a disposizione del pubblico dati aggiornati. Vi sono anche problemi nell’ottenere dati qualitativisulle esperienze attuate da ASL e Comuni. Alcuni responsabili di Distretti e Uffici di Piano, da noi interpellati perun’intervista sull’argomento, non hanno aderito alla richiesta ritenendo che il modello di CeAD del loro territorio non sia particolarmente soddisfacente. Altri non hanno proceduto all’attuazione dei Centri avendo individuato fin da subito varie criticità  In altri casi, invece, abbiamo verificato che il CeAD, pur facendo i conti con alcuni problemi,nel complesso risulta un’esperienza positiva, anche se migliorabile.

Tirate le somme, ci sembra di poter affermare che le maggiori difficoltà nell’attuazione dei CeAD dipendono da due ragioni:

              1. la scarsità di risorse, economiche ed umane, da adibire al nuovo servizio;
              2. nonostante nell’intento del legislatore dovesse rappresentare il luogo elettivo della presa in carico integrata del bisogno dei soggetti fragili, in alcune  realtà territoriali il CeAD è stato visto come una duplicazione/sovrapposizione di  servizi  già esistenti (ad es. i punti ADI e  i punti fragilità in certi distretti, i CUP a Milano per certe competenze, ecc.).

Rimane confusa la traduzione dei precedenti indirizzi regionali sui CeAD in relazione alle sperimentazioni più recenti, ad es.quella dell’ Adi.

Prima prefigurazione regionale di PUA, il CeAD sembra avviarsi verso il tramonto senza neppure essere decollato del tutto. La produzione legislativa più recente indica infatti che l’attenzione di Regione Lombardia si sta orientando verso altri aspetti di policy e sperimentazioni (spostamento di ottica dall’offerta alla domanda, riforma dell’assistenza domiciliare, sperimentazione di nuovi modelli di valutazione del bisogno, équipe integrate, ecc.).

Purtroppo la mancanza di dati regionali sugli esiti della sperimentazione CeAD non permette di capire se – e come – quest’esperienza sia servita permettere a punto le riforme successive oppure se, come già si è verificato, sia in un certo senso finita nel nulla.

Tra le molte, una domanda sorge spontanea: messo “da parte” il CeAD, quale sarà ora IL luogo univocamente deputato all’accesso integrato e alle funzioni di informazione e filtro proprie dei PUA? AL momento questo non è chiaro.


[1] Decreto n. 7211 del 2-8-2011: “Assegnazione alle Aziende Sanitarie Locali dei finanziamenti ex DGR 1746 e conseguente rideterminazione dei budget aziendali ASSI per l’anno 2011 – Primo Provvedimento”