Dalla riforma fiscale al fattore famiglia lombardo

Intervista a Francesco Belletti - Presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari e Direttore del Cisf (Centro internazionale studi famiglia) di Milano

A cura di Valentina Ghetti e Stefania Stea

30 marzo 2012

LombardiaSociale continua l’approfondimento sul fattore famiglia lombardo, raccogliendo un’altra opinione riferita al punto di vista delle famiglie.

 

Complessivamente come giudicate l’introduzione del fattore famiglia per le famiglie che voi rappresentate?

L’esperienza del fattore famiglia lombardo può essere definito l’esito di due percorsi convergenti, uno fiscale nazionale, latro tariffario locale:

  • Il primo è il processo di riforma del sistema fiscale a livello nazionale che, come Forum delle associazioni familiari, stiamo perseguendo e promuovendo da molti anni. E’ un percorso partito già dagli inizi degli anni 2000, quando venne presentato all’allora Ministro Visco il BIF (basic income familiare). Tale strumento aveva come logica quella di un sistema di detrazioni commisurate ai carichi familiari, uniformato ad un criterio di fiscalità “leggera” e sussidiaria, che non prevedesse un elevato livello di tassazione per avere un elevato livello di servizi, ma che lasciasse una maggiore disponibilità economica alle famiglie, in modo che fossero più libere di gestire la loro responsabilità di cura in autonomia. Ancora oggi siamo in presenza di un sistema fiscale che si presenta scarsamente equo sia in termini orizzontali che verticali; noi dunque continuiamo a proporre la revisione di tale sistema, ma nella consapevolezza che la leva fiscale non è l’unico strumento: ci sono anche altri meccanismi che generano equità. In più nel nostro Paese c’è un problema legato all’evasione fiscale e all’economia sommersa (il cosiddetto “nero”) che non esiste in modo comparabile in altri Paesi.

 

  • A livello locale, la sperimentazione fatta con il quoziente Parma, uno strumento di equità tariffaria che ha una storia più ampia, che parte fin dalla Conferenza per la Famiglia di Firenze del 2007, in occasione della quale erano stati già individuati dei parametri equitativi per modificare la scala di equivalenza Isee. Gli elementi che emergono da questa esperienza sono riconducibili in primo luogo ad una grande sensibilità verso la dimensione familiare, che può essere modulata su specifiche condizioni (presenza di disabili, nuclei monogenitoriali). Quello di Parma è stato un percorso molto concertato che ha visto il coinvolgimento del Forum delle associazioni familiari, delle associazioni familiari locali, del Comune e dell’Università di Parma, che ha analizzato l’ipotesi di modificare la richiesta di contribuzione alle famiglie sulla base dei carichi familiari, e non sulla base della prestazione richiesta. E’ stato applicato con grande efficacia e appropriatezza nei servizi per la prima infanzia, mentre la sua applicabilità ad altre tipologie di bisogno/servizi (es. servizi per gli anziani) ha chiesto ulteriori verifiche e valutazioni, tuttora in corso.

 

Chi vince e chi perde con l’introduzione del fattore famiglia? E quali rischi vedete?

Dalla legge lombarda emergono tra gli altri due punti critici generali:

  1. Progressiva riduzione dei servizi erogati in regime di gratuità, i sistemi di welfare locale – non solo in Lombardia – hanno dovuto riconoscere il fatto che prevedere una contribuzione per l’accesso ai servizi ha anche una logica educativa verso gli utenti (riduzione dei consumi non necessari, oltre che contenimento dei costi) ed è equo, anche se, la mancanza di fasce di reddito esentate dal pagamento di rette e tariffe si scontra con l’assenza di schemi di protezione verso la povertà. Senza strumenti universalistici in questo senso diventa tutto più complicato. Tutti gli EELL stanno tentando di adottare un criterio che faccia in modo che chiunque acceda ad un servizio comunque paga qualcosa: sarà una tendenza di medio periodo che sarà generalizzata.
  2. Contribuzione dei parenti: il dilemma è radicale e vede la contrapposizione tra le associazioni di rappresentanza dei disabili e i comuni, che fanno un ragionamento di sostenibilità economica. Ma questa si presenta come una guerra tra poveri, tra soggetti che dovrebbero essere alleati.

Il rischio che vediamo è che il fattore famiglia si traduca in un aumento della richiesta di contribuzione economica da parte delle famiglie, riproponendo un modello in cui c’è un sovraccarico della loro responsabilità di cura. In questo senso occorrerebbe avere un welfare più plurale. Fondamentalmente vedo un paradosso nell’esplicitare un onere di cura dei familiari che di fatto si ritorce contro le famiglie (traducendosi in un dovere di contribuire ai costi); questo paradosso rende difficile costruire sistemi equitativi: come si può costruire  un paramento che possa paragonare tutte le situazioni?

 

Qualcuno sottolinea che agire sulle scale di equivalenza, come previsto dalla norma regionale sul fattore famiglia, possa avere l’effetto di favorire di più le famiglie relativamente più ricche…cosa ne pensa? Sarebbe meglio agire su detrazioni e deduzioni sul reddito?

La revisione della scala di equivalenza di Carbonaro del 1983 (utilizzata oggi dall’Isee) è una delle questioni chiave. La revisione della scala in termini numerici è una questione che compete al mondo accademico; il Cisf in particolare ha fatto un lavoro di studio con l’Università di Verona, a partire da una serie di aggiornamenti, conteggi e modifiche basati sui dati sui consumi delle famiglie di Istat e Banca di Italia che sono stati poi presentati anche in maniera sistematica nel rapporto CISF 2009 (il costo dei figli, FrancoAngeli), in cui vengono illustrati dati relativi al costo dei figli, pari a circa 300 euro al mese per il costo di mantenimento (bisogni fondamentali) e 800 euro al mese medi di costo di allevamento (costi complessivi), che sono abbastanza compatibili con il sistema di riparametrazione che è stato costruito poi con il Fattore Famiglia.

Ad oggi c’è un buon livello di dibattito sulla reale affidabilità dei parametri, c’è qualcuno addirittura che dice che quelli dell’Isee sono troppo generosi rispetto alle economie di scala reali del vivere insieme. Noi su questo la pensiamo proprio all’opposto, l’Isee è troppo “avaro” rispetto ai carichi familiari.

In fondo si tratta di una decisione politica, prima che “econometrica”. Per questo abbassare i valori della scala di equivalenza non è un’ipotesi secondo noi percorribile. Prendiamo il modello del quoziente familiare Francese, che attribuisce un valore “secco” (0,5 o 1) a ciascun figlio senza valutare specifiche “condizioni” attraverso le maggiorazioni. Il tema “cruciale” evidentemente è: gli specifici carichi familiari fanno la differenza o meno? Poi le valutazioni econometriche sugli specifici valori attribuiti a tali carichi sono un altro discorso, si potrebbe addirittura invertire completamente il ragionamento chiedendosi “quanti soldi dobbiamo dare ad una famiglia alla nascita del terzo figlio affinché non diventi povera?” Ovvero chiedersi con quali strumenti si possa garantire l’equità familiare? E’ evidente che c’è in corso un dibattito serio sulle metodologie per garantire l’equità, ma che poi deve spendersi anche dal lato delle politiche: oggettivamente questo non è un Paese per bambini; e questa affermazione può essere estesa a vari campi, a cominciare dal mondo del lavoro e la tutela della maternità. Si tratta quindi si di aggiornare gli strumenti tecnici ma anche e soprattutto di riposizionare il dibattito politico. Il dibattito scientifico e metodologico non può paralizzare quello politico e ideologico. Qualsiasi modifica deve entrare in un processo culturale più ampio.

 

La modalità sperimentale adottata dalla Regione (avvio di simulazioni, sperimentazioni in 15 comuni per un anno e successiva messa a regime) fa pensare che i cittadini non beneficeranno subito  del FFL, ma questo succederà  tra diverso tempo, almeno un anno,  cosa ne pensa?

Le simulazioni sono necessarie in quanto è fondamentale anche valutare l’impatto che gli strumenti che vanno a modificare la lettura della capacità concorsuale delle famiglie alle tariffe hanno in termini di minori entrate per i Comuni; inoltre è fondamentale prevedere una modulazione dello strumento in base alla tipologia di politica a cui viene applicato: questo è stato uno dei principali problemi dell’Isee, uno strumento pensato nell’ambito delle politiche sociali è stato poi traslato e applicato a politiche di tutt’altro genere (diritto allo studio, sostegno abitativo etc).

La sperimentazione sulla prima infanzia ha un suo rilievo essendo un sistema di servizi molto sviluppato in Lombardia, tuttavia la vera partita si gioca sul sistema della Non Autosufficienza sul quale anche il quoziente Parma ha avuto le maggiori difficoltà.

 

E’ indubbio che la Regione sia entrata nel merito di alcune questioni “cruciali” e problematiche (nucleo/singolo, redditi esenti etc) spesso oggetto di ricorsi da parte dei cittadini verso i regolamenti comunali. Secondo lei l’applicazione del fattore famiglia avrà un impatto positivo nel rapporto cittadini/ente locale?

In effetti la Regione valida e ribadisce sul nucleo e singolo comportamenti già attuati da parte dei Comuni: è una scelta più definitiva. Ma la domanda da porsi è: ricostruiamo l’equilibrio del sistema facendo pagare di più gli utenti? E’ bene considerare che potrebbe esserci un impatto forte sulle condizioni di vita di tantissime famiglie.

La questione relativa al computo nel calcolo dei redditi esenti, poi, mi pare  un ragionamento un po’ privo di senso:  inserire nel reddito imponibile contributi economici previdenziali o assistenziali è come se lo Stato tassasse se stesso, andando a valutare come reddito dei benefici economici che ha erogato direttamente.

 

La scelta della Regione sembra orientata alla tutela del disabile, ed in questo senso si chiarisce che per valutare la capacità concorsuale dei diversamente abili si fa riferimento al solo assistito; diversa scelta per gli anziani per i quali si deve far riferimento al nucleo. In effetti questo potrebbe non andare a modificare necessariamente in peius la situazione degli anziani, ad esempio potrebbero beneficiarne gli anziani con il coniuge a carico…cosa ne pensa?

E’ vero che la condizione di “non autosufficienza” è definibile in modo unitario, ma sono tendenzialmente favorevole a tenere distinto il trattamento delle due condizioni.

Anche perché con riferimento agli anziani,  tutti i parametri saltano di fronte all’aumento della vita media, e delle differenze di percorsi (anche contributivi-lavorativi) di vita.

La madre di tutte queste criticità è la mancanza dei livelli essenziali in ambito sociosanitario, che non ha un sistema di accesso garantito come avviene in ambito sanitario: c’è la colpevole inadempienza di diversi governi, dalla L. 328/2000 in qua, dovuta in parte alla paura dell’impatto economico, ma anche per ragioni culturali per non costruire trappole di povertà o di dipendenza dai servizi.

 

La Regione ha promosso il FFL in un momento in cui è in atto la revisione dell’Isee nazionale.Questa indicazione potrebbe superare il FFL, che per altro sarebbe ancora in fase di sperimentazione, cosa ne pensa?

E’ evidente che Regioni ed Enti locali hanno dovuto trovare delle soluzioni sussidiarie in mancanza di decisioni prese a livello centrale. In questo senso l’associazionismo familiare non può che appoggiare le Regioni che vadano ad introdurre modelli di valutazione dei redditi più favorevoli alla dimensione familiare, in assenza di scelte unitarie a livello nazionale. D’altra parte la nostra proposta di FattoreFamiglia per la riforma della fiscalità nazionale intendeva garantire anche questo, una omogeneità ed equità a livello nazionale delle politiche familiari, che non generasse disparità territoriali.

Verosimilmente il testo di riforma dell’Isee, che dovrebbe essere approvato a livello nazionale entro il 31 maggio, sarà un testo ampio sul quale poi ripartirà la discussione, è evidente che si aprirà il dibattito, e anche il confronto all’interno della Conferenza Stato – Regioni.

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