L’evoluzione dei consultori secondo lo sguardo dei servizi privati laici lombardi

Intervista a Marina Mariani - Formatrice Counselor Consultorio CPD - e Anna Maria Repossi - Assistente sociale Consultorio CEMP Milano

A cura di Elisabetta Dodi

2 maggio 2012

Continuiamo la riflessione intorno alla riforma dei consultori familiari in Lombardia e alle questioni principali che oggi interessano quest’area di servizi.

I consultori privati laici di Milano e Lombardia (Aied di Bergamo, Brescia e Milano, Ced, Cemp, Cpd) nascono intorno agli anni 60 (prima dell’istituzione dei consultori pubblici) e da tre anni hanno costituito un gruppo di lavoro finalizzato a costruire un percorso di rilettura, riflessione e rilancio del loro metodo di lavoro e dei servizi erogati. I consultori privati laici sono servizi privati non accreditati (solo Aied di Milano è in parte accreditato). Tutti i centri garantiscono le prestazioni previste dalla legge che regola l’attività dei consultori familiari, rispettando tutti i requisiti di organico e strutturali richiesti dalla Regione Lombardia.

  

Come vi sembra siano andati evolvendosi i servizi consultoriali in questi ultimi dieci anni?

Le date delle nostre fondazioni sono intorno agli anni 60 e allora lavoravamo sulla pianificazione familiare collegata a un concetto di responsabilità, “io sono responsabile della mia salute”, che significava e continua a significare consapevolezza del corpo, di come funziona, del proprio ciclo di fertilità. I consultori per noi non sono e non devono ridursi solo a prestazioni medicali, ma vogliono accompagnare la vita fertile di una donna in tutti i suoi aspetti, psicologico, relazionale, per accompagnare la donna ad acquisire una consapevolezza della proprio salute come bene personale e bene comune. Il tema quindi della prevenzione per noi è centrale e viene affrontato da diversi punti di vista, partendo da una legge che voleva fortemente che ci si sentisse responsabile della proprio salute e delle proprie scelte.

Il grosso sforzo fatto negli anni per consolidare il lavoro sul materno infantile, ha fatto sì però che ci troviamo oggi di fronte a una forte medicalizzazione dei consultori: oggi i consultori assomigliano di più a dei poliambulatori che erogano prestazioni più che a dei servizi pluri disciplinari di accompagnamento e presa in carico sui temi della salute, intesa come bene comune e come bene di cui ogni soggetto è primariamente responsabile.

 

Nel 2011 la dgr 937 allegato 17 dichiara l’esplicita intenzione di ridefinire la mission dei consultori che da Consultori familiari si dice debbano diventare Centri per la famiglia in grado di promuovere ed assicurare una presa in carico globale di tutte le problematiche che attengono le famiglie in senso lato. Come valutate questa indicazione strategica?

Questo disegno che sulla carta vuole trasformare i consultori in Centri per le famiglie che dovrebbero seguire dal neonato all’anziano compresi i servizi per i disabili, stupisce perché snatura quella che era la legge sui consultori che poneva attenzione prioritaria alla preparazione alla maternità/paternità, alla procreazione responsabile e alla salute della donna[1]. Perché oggi si valuta necessario snaturare questa legge ampliandone a dismisura gli ambiti di intervento e i destinatari? Perché è una vecchia legge? Perché dopo 40 anni sono cambiati i tempi? Queste sono domande nei confronti della quale mancano delle risposte, mancano delle riflessioni a giustificazione della scelta di modificare profondamente e sostanzialmente la natura dei consultori.

È certamente importante immaginare un lavoro sul nucleo famigliare, ma è altrettanto importante riconoscere le singole individualità e non pensare solo alla famiglia in quanto nucleo tradizionalmente pensato.

Inoltre sappiamo che la società in trasformazione ci pone di fronte a delle realtà che non corrispondono più alla famiglia come sistema compatto e circoscritto…

Da un lato abbiamo il dubbio che le scelte che orientano la ridefinizione dei Consultori in Centri per la famiglia siano di natura finanziaria ed economica e quindi c’è un problema serio di realizzabilità, dall’altro queste scelte e i cambiamenti che introducono stanno generando grande confusione negli operatori che non solo non sono coinvolti in questo percorso di riprogettazione, ma non riescono più a capire a livello operativo quale è il loro ruolo.

Gli operatori dei consultori si sono formati, negli anni, sulla dimensione dell’ascolto, dell’ascolto attivo, ma il dato vero è che oggi agli stessi operatori viene richiesto lo svolgimento di compiti amministrativi e burocratici, riducendo talvolta  le loro competenze di presa in carico e di accompagnamento dell’utenza. Non ultimo, la scelta di trasformare i consultori in servizi integrati per la famiglia sta snaturando anche la natura di forte integrazione tra sociale e sanitario che è la natura e l’origine dei consultori.

Inoltre, la scelta di passare dai consultori ai Centri per la famiglia di fatto, sembrerebbe significare un inglobamento nel consultorio di tutti i servizi alla persona e la creazione di una macrostruttura che offra servizi alla persona in tutte le forme di bisogno che la persona può manifestare, dall’infanzia e via via per tutte le età.

Il rischio che intravedo nella creazione dei Centri per la famiglia è che si perda di vista la specificità di tanti problemi che devono essere compresi e affrontati con interventi e servizi appropriati. Creare di nuovo una macro struttura che ingloba tutto e che può rispondere a tutto ci lascia molto perplesse e facciamo fatica ad immaginarla. Certo dobbiamo fare anche i conti con i tagli finanziari e il sospetto che ci resta è che nel creare un macro servizio, di fatto, a fronte della scarsità di risorse, si vadano poi a privilegiare pochi interventi, poche prestazioni che sono poi quelli valutati utili o importanti da chi programma.

 

Quali bisogni e domande intercettate oggi? Perché le donne e le famiglie vengono in consultorio, cosa chiedono al consultorio?

Noi ci siamo interrogate su quale sia il bisogno espresso dalle cittadine dalle famiglie e ci siamo anche chieste se i bisogni che noi leggiamo e che ci sembra che le persone esprimano siano in realtà indotti dagli stessi servizi.

Crediamo che molto dipenda da cosa i servizi comunicano di sé. Se noi passiamo il messaggio che in consultorio si erogano prestazioni, difficilmente le persone riescono ad immaginare che in consultorio si potrà anche trovare altro…

La popolazione oggi non è così bene informata su cosa fa nel suo complesso il consultorio, oggi si pensa che il consultorio eroga prestazioni ginecologiche e nel settore del materno infantile e non c’è assolutamente la percezione e l’informazione che un consultorio possa offrire anche altri servizi.

Se noi veicoliamo solo una informazione specifica sulle prestazioni offerte dal consultorio, la cittadinanza vede il servizio per come noi lo descriviamo e presentiamo.

 

 

Nell’organizzazione del ciclo di seminari che avete realizzato negli ultimi mesi, un tema di riflessione che avete proposto ed esplorato è il lavoro con donne straniere e la rivisitazione dei vostri servizi in chiave interculturale. Come mai questa centratura sull’intercultura?

Quello che abbiamo osservato e capito in questi ultimi anni è che avendo noi una disponibilità di orari ampia e su tutto l’arco della giornata siamo in grado di dare un servizio di prima assistenza a donne straniere che lavorano per tutto l’arco della giornata e difficilmente riescono ad ottenere permessi (badanti, assistenti famigliari, domestiche…). Le donne straniere arrivano prevalentemente per passa parola o perché ci trovano sul sito e sanno che qui possono venire in un orario che non pone problemi ai loro lavori, che non le costringe a chiedere permessi.

Al Centro Problemi Donna vengono donne russe, america latina, un piccolo gruppo di donne che provengono dalla Cina e a volte, donne dell’Egitto e Magreb, ma quelle che arrivano al nostro consultorio hanno una loro autonomia di percorso e non hanno bisogno di un accompagnamento sul territorio e ai servizi presenti sul territorio.

È una utenza che viene sulla emergenza, per un disagio relazionale con il compagno o con il figlio, per la pillola del giorno dopo o per una interruzione di gravidanza. Spesso arrivano da noi per tamponare una emergenza, ma facciamo molta fatica a costruire una fidelizzazione, a costruire una relazione con loro che prosegua oltre l’emergenza. Non è facile riuscire ad avviare un discorso preventivo e questo non sempre è dovuto a una negligenza delle donne, quanto ad avere il proprio tempo occupato da un bisogno primario quale è il lavoro o la gestione della famiglia.

L’accesso al nostro consultorio è libero per le situazioni d’emergenza e di forte criticità e per queste situazioni manteniamo un collegamento con il Naga e in molti casi eroghiamo prestazioni gratuite.

Un aspetto che ci viene segnalato come carenza all’interno dei servizi offerti dai consultori pubblici è quello di non poter disporre di un servizio continuativo di segreteria e di prima accoglienza telefonica. Noi osserviamo che un elemento fondamentale nell’approccio al servizio e nell’accoglienza è il primo contatto telefonico: è questo il momento in cui è possibile dare fiducia e sicurezza alla persona che chiama, è possibile ascoltare, dare eventualmente anche una prima risposta non solo rassicurante, ma operativa potendo attivare invii sul territorio o presso il proprio consultorio. È un momento qualificante del primo contatto e nell’avvio della relazione tra servizio e pazienti, è l’occasione per aprire a un percorso che si svilupperà poi con l’arrivo della persona al servizio.

 

 

Quali sono secondo voi le sfide, le priorità intorno alle quali dovranno lavorare i consultori nella loro evoluzione più prossima?

La cosa che crediamo più urgente e importante sia garantire e preservare l’identità originaria dei consultori e non snaturarli, ampliandone, come già detto, a dismisura il perimetro e l’utenza di riferimento, rischiando di trasformarlo in un servizio aspecifico, dalle maglie larghe e anche un po’ generiche…

Un’altra priorità dovrà essere di riuscire a garantire un consultorio ogni 20.000 abitanti, così come previsto dalla legge 34/96.

Terza priorità, soprattutto a livello lombardo, deve essere quella di garantire una omogeneità,  sul territorio regionale, nella erogazione delle prestazioni dei consultori. Oggi, anche tra Asl confinanti, esistono disomogeneità nell’offerta delle prestazioni (Asl che scelgono di non andare nelle scuole con i ragazzi sotto i 16 anni a svolgere  incontri di educazione sessuale e Asl che, invece, svolgono regolarmente questa attività ).

Oggi a livello lombardo, esistono ancora troppe differenze  che rischiano  di incidere sull’efficacia del sistema delle politiche sociali e sanitarie di cui il consultorio è uno degli attori.

È inutile che la Regione agisca dei severi controlli, per esempio, nella popolazione migrante in merito ad alcune malattie e poi non dia un vocabolario di base ai giovani, ai futuri cittadini su queste malattie, così come si fa una grande campagna sulla vaccinazione per il papilloma virus, ma non si attivano percorsi informativi e preventivi con le ragazze su alcune malattie che sono virali e collegate a quel fenomeno…

 

 

Voi avete fatto la scelta di non accreditarvi, per quali motivi?

Abbiamo scelto di non accreditarci per mantenere una indipendenza che prima di tutto salvaguardasse la nostra storia e la nostra scelta laica . Anche rispetto all’organico, se noi ci fossimo accreditati, avremmo dovuto rinunciare a molti medici che, non potendo per l’accreditamento avere un doppio incarico, avrebbero dovuto chiudere il rapporto con noi, pur avendo contribuito in modo sostanziale in questi anni a rendere i nostri consultori quello che oggi sono.

L’unico consultorio parzialmente accreditato è l’Aied di Milano.

 

 

In qualità di consultori privati che hanno scelto di non entrare nel sistema di accreditamento, come pensate e come gestite il rapporto con i consultori accreditati?

Siamo indipendenti come centri, ma da tre anni abbiamo costituito un gruppo di lavoro che ci riunisce come consultori laici. Un gruppo di lavoro, non una associazione, che sta lavorando partendo dalla consapevolezza che abbiamo una storia e un’origine comune e che questa storia ci aiuta ancora oggi a ridefinire gli obiettivi e gli intenti che ci caratterizzano.

Questo percorso del gruppo di lavoro ci ha dato la possibilità di riflettere e di chiederci cosa ci caratterizza e cosa ci differenzia dal servizio pubblico, pur sottolineando che non è mai stata nella nostra intenzione l’idea di metterci in antitesi con il servizio pubblico.

Pensiamo alla relazione con i consultori pubblici e con i privati accreditati non come una relazione conflittuale, ma come una relazione complementare, di interazione, che è qualcosa di differente dall’integrazione: ci interessa capire come oggi il consultorio pubblico, come servizio socio sanitario, si caratterizza e quali sono le trasformazioni in atto, a livello progettuale o operativo.

Noi restiamo fedeli a un concetto di consultorio familiare così come era nato negli anni 70, non per restare legati per principio o nostalgia al passato, ma perché ci sembra che dopo un percorso di 30/40 anni, manchi ancora molto lavoro nel campo della prevenzione  primaria, perché pensiamo che una struttura socio sanitaria come il consultorio, debba occuparsi di questo livello di prevenzione.

E crediamo che ci siano alcuni settori che presentano ancora forti criticità: la fascia giovanile ci sembra oggi ancora molto scoperta, sono ancora troppo pochi gli interventi preventivi, formativi ed educativi; la fascia giovanile è quella che nonostante tutto il lavoro che abbiamo fatto, rimane ancora molto fragile rispetto a rischi che vengono confermati anche da ricerche recenti. C’è un dato preoccupante che evidenzia l’aumento delle malattie a trasmissione sessuale nella popolazione giovanile: su questo dobbiamo fermarci e riflettere. Se tanto siamo riusciti a fare nel settore materno infantile, non lo stesso siamo riusciti a fare in questo ambito.

 

 

Come pensate oggi il rapporto tra pubblico e privato?

Con la Asl e con i servizi di programmazione manca una interazione operativa perché chi non è accreditato, anche se svolge un servizio complementare importante, è considerato su un altro livello rispetto ai servizi accreditati, non è un interlocutore e quindi non può essere un portatore di contributi perché fuori dal sistema, anche se sottoposti alla vigilanza del servizio ASSI.

Anche se privati, potremmo invece portare un contributo interagendo e confrontandoci con gli altri servizi che, di fatto, erogano le nostre stesse prestazioni e operano con la stessa utenza.

Noi conserviamo lo stato giuridico di privato sociale, le nostre prestazioni hanno dei costi sociali e siamo associazioni senza scopo di lucro.

Eroghiamo le stesse prestazioni dei consultori pubblici eccetto la pediatria (rispetto all’area materno infantile arriviamo fino al post parto). Abbiamo l’ostetricia, la ginecologia, alcuni consultori hanno l’andrologia, abbiamo poi il servizio psicologico, pedagodico e il servizio legale.

Eccetto la pediatria, siamo esattamente come i consultori pubblici, mentre se delle differenze tra servizi ci sono, queste sono tra i servizi pubblici  e i servizi privati accreditati di area decanale in cui ci sono differenze nella erogazione del servizio perché prevale la scelta ideologica di escludere alcune prestazioni.


 

 


[1]Si fa riferimento alle legge n. 405 del 29 luglio 1975 che istituisce i consultori quali servizi di assistenza alla famiglia e alla maternità che hanno come scopo: l'assistenza psicologica e sociale per la preparazione alla maternità ed alla paternità responsabile e per i problemi della coppia e della famiglia, anche in ordine alla problematica minorile; la somministrazione dei mezzi necessari per conseguire le finalità liberamente scelte dalla coppia e da singolo in ordine alla procreazione responsabile nel rispetto delle convinzioni etiche e dell'integrità fisica degli utenti; la tutela della salute della donna e del prodotto del concepimento; la divulgazione delle informazioni idonee a promuovere ovvero a prevenire la gravidanza consigliando i metodi ed i farmaci adatti a ciascun caso.

 

 

 

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Una risposta a “L’evoluzione dei consultori secondo lo sguardo dei servizi privati laici lombardi”

  1. Matteo scrive:

    Articolo interessante.
    Suggerisco anche le analisi puntuali di Eleonora Cirant
    http://eleonoracirant.wordpress.com/2012/06/06/consultorio-passato-remoto/

    Tema delicato, quello dei consultori, con potenzialità molto alte per intercettare bisogni e problemi che altrimenti rischiano di non avere visibilità. Condivido la difficoltà di questi servizi a rappresentare e comunicare le proposte offerte. Forse perchè è difficile staccarsi dal ricordo di “un’età dell’oro” che è passata, di amministrazioni consapevoli e attente, del sostegno dei cittadini ed interagire di più con il contesto attuale che effettivamente non è per nulla confortante.

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