Regolare l’affidamento dei servizi: un protocollo per tutelare la qualità dei servizi e il lavoro sociale

Intervista a Omar Piazza - Vicepresidente Confcooperative Bergamo

A cura di Valentina Ghetti

25 maggio 2012

L’esperienza del protocollo di intesa della Provincia di Bergamo siglato lo scorso 8 maggio tra terzo settore, sindacati e istituzioni che mette a tema la necessità di utilizzare nuove forme di affidamento, diverse dalla gara d’appalto, maggiormente in grado di garantire una tutela della qualità del servizio e del lavoro degli operatori.

L’idea e il percorso

Questo protocollo nasce da una riflessione in atto da tempo tra sindacato e terzo settore bergamasco in merito alla necessità di trovare sistemi in grado di tutelare la qualità del lavoro delle cooperative, dunque la realizzazione di buoni servizi ai cittadini, e anche di garantire adeguata remunerazione dei lavoratori. Un’idea che ha trovato corpo a partire da un’azione, iniziata nella primavera del 2011, di ricerca di coinvolgimento e consenso di altri soggetti senza i quali non sarebbe stato possibile attuarla: le stazioni appaltanti (Asl, comuni, provincia) e i soggetti che hanno funzioni di osservatorio e tutela della regole sui temi del lavoro e dei contratti, come Prefettura e Direzione Territoriale del Lavoro.

Il ragionamento di fondo è che un buon servizio parte dalla costruzione di un buon appalto che sia in grado di riconoscere e tutelare i reciproci interessi: quelli di chi affida, nel realizzare un buon servizio a costi ragionevoli, e quelli di chi lo deve realizzare, nel compiere un buon lavoro a condizioni di sostenibilità.   Il protocollo siglato rappresenta un impegno politico in tal senso.

 

 

I punti salienti del protocollo

  1. Il riconoscimento della possibilità di utilizzo di altri strumenti per regolare l’affidamento dei servizi diversi dalla semplice gara d’appalto (es. in tema di co-progettazione, dgr 1353 in materia di linee guida regionali per l’affidamento al terzo settore). Spesso il problema è che queste forme alternative non sono conosciute. Il protocollo punta alla diffusione della conoscenza e all’incentivo nell’utilizzo di questi strumenti anche mediante una specifica azione di predisposizione di modelli di riferimento.

 

  1. La centralità  della questione dell’inserimento lavorativo delle persone svantaggiate, soprattutto in questa fase di difficoltà economica generale e’ sempre più evidente la necessità di ripensare in maniera organica politiche che considerino misure come le convenzioni con cooperative sociali o l’introduzione di clausole sociali all’interno degli appalti. L’inserimento lavorativo necessita da un lato che la cooperazione di tipo B  si attrezzi per competere con il mercato privato per poter generare lavoro, ma dall’altra per la PA di avere un’attenzione particolare verso la cooperazione di tipo B come possibilità di inserimento di persone svantaggiate (verde, manutenzione stabili comunali, fotovoltaico, digitalizzazione, pulizie, stenotipia verbali…).

 

  1. Il punto centrale è la possibilità di avere un luogo, una commissione tecnica, che possa essere punto di riferimento e supporto per la definizione di buoni strumenti di assegnazione. Questa commissione assolve a due funzioni: raccolta e diffusione di esperienze applicative di strumenti alternativi previsti dalla normativa, che magari le piccole amministrazioni non conoscono e non sanno come usare (es. co-progettazione, art. 5 l.381/91) e analisi e consultazione preventiva sulla congruità degli appalti formulati ad esempio in merito all’adeguatezza sul costo. Spesso i dirigenti sono soli nell’affrontare queste questioni, il protocollo rappresenta la possibilità di avere un supporto importante su questi aspetti.

 

 

A che punto siamo

Il protocollo è stato sottoscritto l’8 maggio scorso da Prefettura, Provincia, ASL, Direzione Territoriale del lavoro, Consiglio di rappresentanza dei Sindaci, Confcooperative, Legacoop e le tre organizzazioni sindacali Cisl, Cgil, Uil.

Inoltre in tutti e 14 i piani di zona della provincia, appena approvati, è stata inclusa una premessa comune  in cui si richiama la necessità di trovare strumenti di valorizzazione del terzo settore e regolazione degli appalti. Ora l’obiettivo è di andare a rafforzare l’informativa sul protocollo dentro le Assemblee dei Sindaci di ogni distretto per mostrare l’utilità e il vantaggio nell’applicazione di questo strumento.  Abbiamo già qualche segnale incoraggiante poiché da quando è stata data notizia pubblica del protocollo sono già pervenute richieste di supporto da parte di alcuni comuni. 

 

 

Le aspettative  per il futuro e attenzioni da avere

Le aspettative principali sono:

  1. che questo protocollo rappresenti la possibilità concreta per la cooperazione di non essere più solo il soggetto esecutore e fornitore di prestazione ma co-progettatore dei servizi alla persona, agendo davvero la logica della sussidiarietà, dunque condividendo responsabilità e mettendo in comune le risorse;

 

  1.  che il percorso qui avviato si estenda nel prossimo futuro anche al coinvolgimento dei privati, che oggi più che mai rischiano di essere inclini a seguire politiche di massimo risparmio. Se riuscissimo a coinvolgere anche questi soggetti nella condivisione dei principi e  obiettivi del protocollo sarebbe proprio un grande risultato;

 

  1. che questo protocollo e la logica sottesa riesca a permeare non solo servizi complessi, su cui c’è già una certa consapevolezza della necessità di una collaborazione tra pubblico e privato (es. tutela minori, servizi per la disabilità…), ma anche servizi più standard, dove oggi la competizione è agita spesso su logiche di massimo ribasso e non sulla qualità del servizio offerto.

 

Tra i rischi e le attenzioni da avere invece vi è principalmente quello di tutti i protocolli: che resti nel cassetto e che sia una buona dichiarazione d’intenti ma che non riesca a tradursi in un’applicazione concreta. Inoltre l’elemento a cui fare maggiore attenzione è proprio il momento attuale di scarsa disponibilità di risorse, che rischia di portare a ripiegare sulla ricerca di economie e di arretrare sul riconoscimento dei bisogni e dei diritti delle persone.

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