Di questa crisi ormai da qualche tempo conosciamo nel dettaglio le cifre. Sappiamo l’ammontare dei tagli generati dalle manovre finanziarie e dalla decurtazione dei fondi dedicati, mentre risulta complessivamente più difficile riuscire a vedere quali ricadute si stanno già determinando per cittadini e servizi.
LS ha voluto approfittare di questo momento, in cui i comuni lombardi sono stati impegnati a disegnare la programmazione triennale dei piani di zona, per capire quali scelte sono in atto. Abbiamo cercato di capire se questi tagli stanno producendo orientamenti comuni, se ci sono tipologie di servizi e prestazioni che soffriranno più di altri e quale è il target di utenza maggiormente colpito.
E’ una ricognizione che abbiamo cominciato nel momento in cui i piani erano in via di definizione, grazie alla disponibilità di alcuni territori, e che oggi ci consente l’avvio di prime riflessioni trasversali.
Programmare è sempre più difficile
Un primo effetto concreto è la difficoltà stessa di programmare il welfare territoriale, ovvero la riduzione dello spazio che le amministrazioni hanno per compiere scelte di indirizzo di medio-lungo periodo e di conseguente allocazione della spesa.
L’impatto più evidente è infatti sul volume delle risorse a disposizione e sulla loro instabilità. Se nel 2009, anno di avvio della terza tornata dei piani di zona, si programmava con sufficiente certezza per l’interno triennio, su un volume annuo di massima pari a 100, per il 2012 mediamente si programma su 45 e con una prospettiva limitata al solo primo anno.
Una quota di risorse dunque effettivamente dimezzata su cui grava una forte incertezza, che è data da più fattori:
- i comuni hanno posticipato l’approvazione dei propri bilanci a giugno e vivono una serie di incognite dovute alle attuali scelte del governo centrale, sia sulle risorse su cui poter contare (si veda l’Imu e l’incertezza sulle compensazioni che la tassa sugli immobili potrà generare) che sulla loro effettiva possibilità di essere utilizzate (si veda l’estensione del patto di stabilità anche ai comuni al di sotto dei 5.000 abitanti e gli ulteriori irrigidimenti a cui questo potrà portare). Fattori che rendono quindi molto difficile costruire un quadro previsionale orientativo minimamente solido.
- A questo si aggiunge poi l’incertezza sui fondi trasferiti, in particolare il FSR, il cui ammontare definitivo per il 2012 è stato ufficializzato solo il 27 giugno scorso, a seguito delle proteste dei rappresentanti degli utenti dei servizi.
- Conseguenza diretta di questa instabilità è la difficoltà nel mantenere un respiro pluriennale per la programmazione delle politiche sociali territoriali, sottoposte invece alla necessità di una verifica periodica della propria sostenibilità a cadenza almeno annuale.
In questo scenario viene messo in crisi il senso stesso della programmazione, per come i territori hanno imparato a realizzarla in questi 10 anni. Un programmazione che fatica a guardare avanti nel disegnare obiettivi di policy a partire dalla lettura dei problemi delle proprie comunità ed è invece indotta a ripiegarsi sul passato e a fare la conta di quello che è possibile mantenere in vita.
Chi ne paga le spese
Ci sono alcuni tratti trasversali nelle esperienze che abbiamo raccolto. Gli effetti che già si possono osservare concretamente gravano maggiormente sugli interventi che prima venivano finanziati dai fondi trasferiti, oggi azzerati o pesantemente ridimensionati (FNPS; FNA; Intesa Famiglia), e colpiscono prevalentemente i trasferimento economici, o misure simili, e l’area del low care:
- il sostegno alla domiciliarità (buoni e voucher, interventi di sollievo…) per anziani e disabili
- gli strumenti a sostegno dell’inclusione e dello sviluppo delle autonomie e della vita indipendente, come i progetto l.162 in favore delle persone con disabilità o i progetti a sostegno delle gravi marginalità
- il welfare d’accesso ovvero gli interventi in supporto all’informazione, orientamento e filtro al sistema dei servizi (sportelli, attività di mediazione…)
- gli interventi a carattere promozionale connessi alle leggi di settore (l.285, l.40), spesso rivolti all’area della famiglia con figli e ai giovani (attività nelle scuole, centri giovani…)
Sembra che la logica assunta sia quella di intervenire sulla parte più leggera del welfare (es. sostegni economici e progettualità) piuttosto che incidere sui servizi, nell’idea che, dato l’elevato grado di incertezza, queste siano misure eventualmente più facilmente ripristinabili.
Questi ridimensionamenti vanno però a colpire alcune dimensioni su cui si era particolarmente investito di questo ultimo decennio: la maggior qualificazione dei servizi (es. sulla domicliarità l’impegno dei voucher per l’estensione del servizio nelle ore serali o nel weekend) e l’orientamento verso una maggior personalizzazione degli interventi (es. l.162 e i progetti di vita indipendente per la disabilità).
Ricadute già visibili infine si hanno anche sui costi dei servizi, almeno per i comuni, che con la decurtazione del FSR si troveranno già nel 2012 ad effettuare variazioni di bilancio a compensazione dei tagli, per mantenere la logica dell’abbattimento delle rette per servizi socio-assisitenziali quali nidi, sad, adm, sadh, cse, sfa …. Bisognerà valutare in seguito la possibilità che i comuni avranno di dare continuità a questa scelta o se questo non porterà per il 2013 al probabile rischio di una diminuzione dei servizi e del volume di utenza complessivamente servita oppure, viceversa, di un aumento delle tariffe a carico dell’utenza.
Complessivamente sembra emergere la scelta di preservare i servizi-struttura residenziali o a ciclo diurno e le gestioni distrettuali (tutela minori, inserimento lavorativo, segretariato sociale…). Questi ultimi rappresentano i servizi che i comuni hanno contribuito a far nascere all’interno dell’esperienza dei piani di zona, spesso generati dal ritiro delle deleghe all’asl, e che da soli dunque non saprebbero come garantire altrimenti. Sono anche i servizi che generalmente impiegano personale proprio, in gran parte dipendente.
E’ opinione diffusa che il 2012 rappresenti un anno di transizione, su cui talvolta giocano positivamente residui e risparmi generati dalle annualità precedenti, mentre il 2013 sarà per tutti l’anno decisivo in cui il ridimensionamento si stabilizzerà e sarà più difficile mantenere le compensazioni che oggi, in condizioni di emergenza, sono state chieste ai comuni.
Le strategie per affrontare la crisi
Come ci si sta attrezzando per affrontare il razionamento? Ci sono alcune linee comuni su cui le amministrazioni sembrano puntare:
- economie nella gestione dei servizi, ridimensionando le ore o il numero di personale (e di conseguenza del servizio offerto) e in alcuni casi anche chiedendo uno sforzo di responsabilizzazione agli operatori andando ad incidere sulle remunerazioni;
- compensazioni dei comuni, prevedendo l’incremento della quota di solidarietà oppure spostando la remunerazione dei servizi sulla base dell’effettivo consumo e abbandonando la logica solidale;
- ricerca di finanziamenti altri, investendo sull’attività di progettazione e di fund raising e rafforzando i partenariati con le risorse territoriali;
- coinvolgimento delle famiglie, introducendo la logica della compartecipazione al costo, laddove non prevista, e andando a ragionare sui margini di incremento delle tariffe.
Quale welfare per il futuro quindi?
Complessivamente dunque possiamo dire che la crisi sembra gravare già da ora su quella parte di servizi più leggeri e promozionali, che avevano costituito l’area di maggior sviluppo di questi anni, in termini di innovazione e articolazione di un’offerta altrimenti rigida e poco flessibile. E con questi sono penalizzate le persone e le famiglie che in questi anni che hanno scelto percorsi di presa in carico alternativa e innovativa, orientata all’empowerment e all’autonomia delle persone.
Sono penalizzate le famiglie con persone non autosufficienti a carico, che vengono lasciate sempre più sole e private delle misure di sostegno e sollievo adottate in questi anni.
E’ penalizzata la stessa equità del sistema, profilando un futuro in cui “chi è dentro è dentro chi è fuori non è detto che entri”.
Quello che verrà sembra quindi un welfare in chiave sempre più assistenziale e ripartiva, che sposta il peso del carico assistenziale sulla famiglia e con pochi spazi di innovazione.