L’ ADI: l’interazione tra ASL e Comuni

di e

24 gennaio 2013

Sulla riforma ADI sono state pubblicate a fine ottobre alcune prime considerazioni basate principalmente sui riscontri emersi dagli operatori nel corso di iniziative di formazione organizzate dall’ASL.L’articolo che segue riprende il tema focalizzandosi sul coinvolgimento degli operatori comunali nella riforma ADI.

 

Le enunciazioni teoriche

Nel precedente articolo si è accennato al fatto che il coinvolgimento regolare e generalizzato degli Assistenti Sociali comunali nelle équipes  di valutazione di secondo livello ADI non avviene. Per meglio capire cosa sta succedendo nelle realtà locali è opportuno richiamare cosa prevedeva  la normativa.

Il Decreto 7211/11 di assegnazione dei primi 20 milioni di finanziamento alla sperimentazioni ADI esplicita come, fra le altre cose, con questa  riforma la Regione miri a ribaltare la logica delle modalità d’intervento a favore delle persone fragili, spostando l’attenzione dall’offerta alla domanda.  Il compito di sostenere un cambiamento culturale che porti  all’ascolto e alla decodifica dei bisogni è affidato  sia al sistema socio-sanitario che a quello sociale, il primo di competenza delle ASL e il secondo dei Comuni. Il legislatore auspica infatti il superamento della frammentarietà degli interventi  e sottolinea la necessità di operare per realizzare percorsi assistenziali che integrino le diverse competenze istituzionali e professionali.

L’allegato A recita:

“Nella condizione complessa si impone un approccio multi professionale, che prende avvio con la valutazione  multidimensionale dei bisogni della persona…(omissis)  e prosegue lungo tutto il percorso della presa in carico (omissis)….. Le ASL, pertanto, sulla base dei modelli organizzativi presenti territorialmente, sono chiamate ad individuare le forme organizzative e le modalità più idonee a realizzare una forte integrazione fra i propri operatori e quelli degli Ambiti territoriali/Comuni, coinvolgendo anche i Centri per l’Assistenza Domiciliare (CeAD), per assicurare:

  • La valutazione multidimensionale del bisogno
  • La predisposizione del Progettoindividuale
  • …….(omissis)

 

(Omissis….) Si sottolinea l’importanza di agire uno stretto raccordo con i Comuni, che spessogià intervengono a favore delle stesse persone con i propri servizi”.

Al fine di garantire la valutazione multidimensionale dei bisogni della persona, le ASL hanno la responsabilità di attivare équipe multiprofessionali per la valutazione di secondo livello (EVM), nella cui composizione ottimale rientrano medico, infermiere e assistente sociale. Viene infatti ribadito che tra gli obiettivi della riforma ADI vi è la definizione non solo dei bisogni sanitari, ma anche di quelli sociali, nella declinazione globale che comprende anche la dimensione familiare.

La lettura della normativa alla luce dei principi esposti lascia intendere che, per realizzare l’integrazione fra gli operatori dei due comparti, sia da caldeggiare l’apporto degli AA.SS dei comuni alle équipe valutative. L’indicazione, tuttavia, non viene data in modo univoco, formale e cogente, in quanto ogni ASL è chiamata ad individuare le modalità ritenute più  adeguate  in base all’organizzazione già esistente nel territorio. La formulazione scelta, quindi, non è tale da poter incidere nelle grandi differenze ed eterogeneità territoriali esistenti in Lombardia, riscontrabili in numerosi contesti e sottolineate anche a proposito dei CeAD.

 

Cosa succede nella realtà

 

Le ASL

Al di là dei principi enunciati dalla Regione, gli operatori dei servizi stanno verificando che la riforma ADI sembra essere motivata soprattutto dalla necessità di rivedere il vecchio sistema di tariffazione delle ASL e di introdurre quello nuovo. In quest’operazione ovviamente i Comuni non sono inclusi e vi è incertezza da parte delle ASL nel chiamarli in causa. Le Aziende, quindi, hanno adottato comportamenti e filosofie quanto mai differenti nelle composizioni delle équipe multiprofessionali e nel coinvolgimento dei Comuni. Quando esso viene richiesto, perlopiù è in virtù delle buone relazioni pregresse tra ASL e UDP.

Concretamente, si riscontra che:

  • Il coinvolgimento attivo degli AASS comunali nelle équipe valutative non è la norma.
  • Spesso le équipe sono interamente composte da personale dell’ASL, senza alcun inserimento esterno.  Infatti varie Aziende, sia pur con fatica, hanno costituito le proprie EVM con medico, infermiere e assistente sociale.

Le AA.SS. che partecipano alle équipe valutative in genere (anche se non nella totalità dei casi) sono quelle dei distretti socio-sanitari. Tuttavia esse non sembrano prendere parte “a tappeto” alle valutazioni. La stessa Regione rileva che la presenza dell’AS ha luogo ancora in una minoranza di casi e che continua a prevalere l’équipe monoprofessionale costituita dall’infermiere.

  • Se il caso da valutare è conosciuto o seguito dal Comune, nei territori dove esistono già buone collaborazioni tra i due Enti, è possibile che all’équipe ADI partecipi l’AS del Comune. Di solito in queste zone avviene anche una presa in carico integrata dei casi complessi che richiedono interventi sociosanitari e socio assistenziali (talora nell’ambito dei CeAD) .

 

I Comuni

Quanto ai Comuni, una ricognizione tra alcuni funzionari/coordinatori, responsabili di uffici di piano e operatori impegnati sul campo, ha messo in luce una situazione analogamente eterogenea. Un punto in comune, invece, sembra essere la scarsa disponibilità a parlare dell’argomento, che viene spesso definito “delicato” e/o  poco chiaro.

  • Un aspetto particolarmente interessante riguarda la conoscenza della riforma ADI, in merito alla quale si evidenziano due livelli diversi. Funzionari e AA.SS. coordinatori, o coinvolti nei piani di zona, conoscono perlomeno le linee principali della sperimentazione.  Gli AA.SS comunali del livello più operativo, invece (soprattutto coloro che hanno scarse probabilità di venire a contatto con funzionari del distretto socio-sanitario e degli uffici di piano), spesso ne sono totalmente ignari.
  • Anche gli AA.SS. che ne hanno sentito parlare, in genere non sanno che le indicazioni regionali prevedono la massima integrazione tra operatori di ASL e Comuni. Molti, quindi, non capiscono perché dovrebbe essere loro accollato l’ulteriore carico di lavoro derivante dall’andare con gli operatori ASL a valutare persone per le quali è stata richiesta  l’ADI.
  • In linea di massima, tra il personale comunale delle varie qualifiche predomina l’idea che la riforma ADI sia sostanzialmente una “faccenda che riguarda la ASL”  e non un’area d’intervento comune a favore di persone fragili.

 

L’interazione tra ASL e Comuni

Le modalità d’interazione tra i due Enti sono svariate. Nonostante in questo caso sia più che mai impossibile rintracciare modelli comuni, abbiamo individuato alcune tipologie ricorrenti.

  • Nessuna collaborazione. All’EVM partecipano gli AA.SS. dei distretti; in loro assenza, spesso le valutazioni sociali non vengono fatte o la scheda viene compilata solo parzialmente. In questa situazione generalmente si presentano due tipi di problemi. Uno: quella che la scheda regionale definisce “valutazione sociale”è più che altro una raccolta di dati e di informazioni (spesso duplicate rispetto alle cartelle sociali comunali) e non una vera analisi professionale. Questo è un aspetto abbastanza mortificante per gli AA.SS coinvolti.

Due: la partecipazione degli AA.SS delle ASL solitamente non risolve la questione dei casi complessi,  in carico a entrambi gli Enti, che restano gestiti separatamente.  L’impressione è che la presenza degli AA.SS delle ASL alle EVM, favorendo  la gestione in autonomia delle valutazioni di secondo livello, non contribuisca ad alimentare processi di integrazione/ collaborazione tra i due comparti.

  • Collaborazione “dal basso”, in base a buoni rapporti pre-esistenti tra operatori di ASL e Comune. Senza eccessive formalità burocratiche, l’AS del Comune su richiesta degli operatori ASL ( o su sua stessa proposta) partecipa all’équipe per la valutazione di casi conosciuti, che sono già in carico o che hanno buone probabilità di diventarlo.  Naturalmente questo è possibile solo dove esistono collaborazioni tra i due Enti consolidate anche a livello formale.
  • Collaborazione “burocratica”, condizionata”, ad esempio, all’inoltro di formale richiesta da parte dell’ASL ai Responsabili Comunali,che decidono se autorizzare o meno la presenza dell’AS comunale all’EVM dell’ADI.
  • Ricerca di una collaborazione “possibile”. Per decisione dei Distretti socio-sanitari e degli UDP, in alcuni territori  sono stati attuati corsi  di formazione congiunti per gli  operatori di ASL e Comuni. I percorsi, oltre ad accompagnare le figure professionali nella riforma della domiciliarità, spesso sfociano nella costruzioni di protocolli che stabiliscono precise modalità di collaborazione e di intervento dei due Enti.

Tirando le somme, appare evidente come, anche nelle modalità di collaborazione tra ASL e Comuni in relazione alla riforma ADI, in Lombardia regni sovrana l’eterogeneità, accompagnata  da una discreta dose di incertezza.

Quel che è certo è che la sperimentazione per ora non ha prodotto una generalizzata  integrazione né tra comparti né tra operatori, se non in una minoranza di casi “felici” : al momento è ancora grande la distanza tra la teoria (enunciato legislativo) e la pratica (traduzione dei territori).

 


Scarica in PDF