IL PROBLEMA

In questo scritto proponiamo alcune riflessioni sviluppate tra i soci della cooperativa sociale Il Grafo , una cooperativa sociale milanese di medie dimensioni di cui fanno parte circa 60 persone tra soci, dipendenti e collaboratori e che lavora da più di 15 anni sul territorio del Garbagnatese in provincia di Milano (circa 192.457 abitanti nel 2011). Desideriamo proporre una riflessione intorno alla collaborazione tra Enti pubblici e privati e al lavoro di rete e di co-progettazione locale, a partire dall’esperienza maturata in questi anni nel lavoro intorno al Piano di Zona del Garbagnatese (documento di Ambito Territoriale del Garbagnatese 2012-2014) e declinando nello specifico le riflessioni sui processi di costruzione di politiche di coesione e inclusione sociale per la famiglia, target principale con cui lavora la cooperativa.

Ormai sono molti i riferimenti normativi degli ultimi dieci anni che regolano i processi di costruzione dei Piani di Zona e delle relative azioni di governo e di programmazione. Dalla 328 in poi, la Regione ha declinato in diverse normative regionali successive le specifiche e le modalità di attuazione regionale della governance locale in materia di politiche e servizi socio sanitari.

Il problema che oggi rileviamo è come sostenere nei luoghi e nel tempo delle prassi di buon governo con i servizi pubblici locali: a fronte del fatto che in questa specifica fase storica le politiche sociali si appellano sempre più a forme di governance mista e di collaborazione pubblico/privato, quello che spesso non è rappresentato e non traspare (e che costituisce un problema) è la fatica dell’impresa sociale a mantenere il passo per rimanere sul mercato cercando nello stesso tempo di offrire e garantire qualità e continuità nei servizi che eroga, nella logica di essere e fare rete con il pubblico e in generale con le realtà che si operano in ambito sociale.

La nostra riflessione ha messo a fuoco la necessità, sempre più impellente, di riuscire a rappresentare e descrivere, nei processi di governance sui territori, tanto i fattori favorenti quanto i fattori inibenti oggi la costituzione e il mantenimento delle reti (il fare insieme), fattori favorenti e inibenti che spesso coesistono e spesso si confondono nei diversi livelli di intervento e lavoro: il livello tecnico, il livello politico e, con pari dignità, quello collegato alle sensibilità individuali, alle soggettività degli operatori, siano essi pubblici o del privato sociale.

In questi anni, nel lavoro con la pubblica amministrazione abbiamo attraversato diverse Giunte di connotazione politica differente e abbiamo gestito servizi per minori e famiglie tramite gli strumenti formali delle convenzioni, dei bandi di gara e da ultimo, anche con percorsi pubblico-privato di co-progettazione, ma non sempre queste azioni si sono tradotte nella condivisione e negoziazione di processi e metodi di lavoro. Le stesse fatiche le abbiamo incontrate anche nella nostra storia organizzativa, nei cambiamenti che ci hanno attraversato, nel passaggio da “piccola cooperativa” a media impresa e nella scelta di aderire alla rete di un Consorzio di cooperative nella logica di costruire sinergie con altre organizzazioni e di aggregare le risorse delle singole organizzazioni per stare sul mercato con maggior competenza e competitività. Ma anche in questo caso, le difficoltà di negoziazione e comunicazione tra le persone e le organizzazioni hanno spesso costituito un ostacolo alla crescita e alla produttività di tutti.

Gli stessi Comuni del Garbagnatese, già dal 2004 con l’istituzione dell’Azienda Consortile Comuni Insieme, si sono orientati verso una forma organizzativa associata per ottimizzare risorse umane ed economiche su un territorio che, seppur si sia sempre contraddistinto per lo sforzo di elaborare una politica sociale condivisa a diversi livelli (politico, tecnico e del terzo settore) e capace di connettersi ai bisogni reali del cittadino, oggi più che mai è attraversato dalle fragilità politiche e sociali regionali e nazionali.

Il problema oggi, tanto per i Comuni quanto per il terzo settore e per le organizzazioni che lavorano nei territori, sembra essere l’inadeguatezza delle forme e delle azioni fin qui conosciute e praticate, per costruire e alimentare azioni di governance e di rete territoriale.

Le leggi vedono lontano, ma il problema è come attualizzare oggi le indicazioni normative trovando forme e azioni praticabili e sostenibili in relazione al momento storico, sociale ed economico attuale e alla storia del territorio.

Le leggi degli ultimi anni hanno sollecitato e sostenuto la maggior partecipazione e il protagonismo del privato, terzo e quarto settore e delle famiglie, ma l’intenzione di coinvolgere e rendere protagonisti deve prevedere e promuovere il poter e voler dare maggiori strumenti di partecipazione a tutti i livelli, da quelli istituzionali a quelli collegati all’associazionismo e a forme di aggregazione spontanee che è semplicistico pensare che vengano assunti “naturalmente”. Occorrono costanti e necessarie attenzioni per costruire e condividere delle buone prassi in coerenza con le leggi promulgate. Volere e potere: due azioni importanti. Volere perché è importante ricercare e trovare accordi e consenso tra operatori, tecnici e politici circa la direzione e le forme di questo protagonismo per avere almeno una base di pensiero progettuale condiviso e formalizzato (“guardare nella stessa direzione” è la frase che con un flash mob di piazza a conclusione di un progetto di coesione sociale abbiamo fatto dire a cittadini, politici e operatori parlando di reti e inclusione sociale). Potere invece evoca, oltre al significato più evidente, avere la possibilità ed essere nelle condizioni, anche economiche, di fare scelte che vadano nella direzione prescelta.

Il problema è dare continuità, praticabilità e sostenibilità ai percorsi, tra pubblico e privato, avviati da parecchi anni sul territorio del Garbagnatese, ma non solo.

Diminuiscono sempre più i contributi pubblici a fronte di un mantenimento del  numero dei servizi offerti (spesso con una più bassa attenzione alla qualità offerta) mentre sono  in crescita i progetti finanziati da Fondazioni e imprese del profit a supporto di ciò che già esiste  con un  minor impegno e responsabilità però di governo del pubblico.

L’obiettivo di spendere di meno nell’immediato produce frammentazione e poca capacità di creare legami produttivi anche in senso economico nel futuro.

 

LA PROPOSTA

Tenendo ben presenti i molteplici aspetti della questione, occorre intervenire nei diversi livelli (politico, tecnico/amministrativo e di collegamento pubblico privato), ma a partire da proposte concrete e contestualizzate, perché altrimenti nel grande mare ci si perde.

Intanto nulla nasce per caso: c’è necessità di un accompagnamento formativo alla pratica di lavoro gruppale. Collaborare è necessario per la sopravvivenza economica, ma richiama anche a dimensioni di senso e di significato. La collaborazione va costruita con occasioni di formazione rivolte a chi ha la responsabilità politica e anche tecnica sui territori. Oggi occorre sapere di economia, occorre essere in grado di leggere i cambiamenti complessi che attraversano i nostri territori, occorre sapere decifrare le istanze, i bisogni e le fatiche che attraversano le vulnerabilità emergenti, occorre riuscire a costruire dei quadri valoriali contestualizzati e in movimento, avendo il coraggio di sganciarsi da ideologie pregresse, anche sul lavoro sociale. E occorre anche avere voglia di formarsi, appassionarsi all’idea che essere più sapienti serve a migliorare il lavoro sia per noi stessi che per i soggetti per cui lavoriamo. Occorre individuare degli operatori professionisti all’interno delle organizzazioni che siano facilitatori di comunicazione, diffusori di notizie, che abbiano competenze nel costruire permeabilità, nelle organizzazioni e nelle istituzioni, per la circolazione e la condivisione delle informazioni, che sappiano tenere la regia di tavoli di lavoro spesso dispersivi e inefficaci.

Occorre anche un maggior controllo sulle modalità di lavoro nelle organizzazioni, cercando di ottimizzare tempi e risorse umane e costruendo maggiori connessioni tra i frammenti di lavoro individuale ed organizzativo. Spesso la mano destra non sa ciò che fa la mano sinistra e questo dovrebbe essere in primis un impegno delle persone, oltre che delle organizzazioni di appartenenza: è fondamentale informare i colleghi su ciò che si fa, avendo cura di trasmettere al vicino d’ufficio i propri progetti e iniziative perché appartengono alla stessa città, fruibili dagli stessi cittadini. Occorre maggiore chiarezza sulle responsabilità dei singoli e delle organizzazioni, poiché è bene che chi fa degli errori abbia la percezione e la consapevolezza di averli compiuti e abbia la possibilità di sviluppare apprendimento e cambiamento intorno ai propri processi di lavoro. In sintesi, citando E. Enriquez, portare il gruppo pubblico e privato ad essere un gruppo che pensa, per essere consapevoli dei forti legami di interdipendenza e creatività che si potrebbero/dovrebbero avere

[1]. Per poter parlare di rete occorre valorizzare la capacità di esportare ciò che per noi è valore, ma anche la capacità di importare i valori degli altri e di inventarsi insieme soluzioni vantaggiose per tutti.

 

LE BUONE RAGIONI A SOSTEGNO DELLA PROPOSTA

Collaborare è possibile, ma non indispensabile se le forme di collaborazione sono solo apparenza. Talvolta, può essere meno frustrante diminuire il numero dei tavoli di riunione e delegare qualcuno a far da facilitatore nella trasmissione delle informazioni e delle comunicazioni che possano davvero servire a costruire collaborazioni in funzione di una maggiore messa in campo di capacità, risorse umane ed economiche. Inoltre, favorire la comprensione per i non addetti ai lavori favorisce anche gli addetti ai lavori così come l’attenzione ai tempi di lavoro e l’utilizzo di linguaggi e luoghi anche informali può essere d’aiuto nel creare reti efficaci.

Per sostenere nel tempo tutto ciò, è importante mantenere e curare la relazione di fiducia intorno agli oggetti di lavoro e alle azioni, contemplando anche movimenti di delega, ma vigili e presenti, da parte della pubblica amministrazione che deve continuare ad essere visibile e identificabile nel suo ruolo, dai cittadini. I facilitatori di questo processo di lavoro possono anche essere gli operatori delle cooperative e dell’associazionismo, ma è importante che l’ente pubblico resti in modo assolutamente prioritario l’interlocutore della cittadinanza. Ma che fatica, ultimamente, a rappresentarsi e rappresentare questo processo di lavoro e a tradurlo nella realtà …!

La confusione che vediamo a livello nazionale (di ruoli, funzioni e valori collettivi e soggettivi) si riverbera anche nel nostro territorio, con un risultato ultimo che è quello dell’abbassamento della motivazione di tutti ad esplicitare le difficoltà all’interno delle proprie organizzazioni e a delegare al non profit e in generale al terzo e quarto settore ruoli e funzioni che non sono propri e che si aggiungono, in modo pesante, alle difficoltà di sopravvivenza economica.

 


[1] Per un approfondimento e il confronto con altre esperienze nazionali si rimanda a “Costruire partecipazione nel tempo della vulnerabilità – Laboratori di Spazio comune”, Supplemento di Animazione sociale  e “Il welfare come leva dello sviluppo locale”, Fondazione P. Manodori, Reggio Emilia, “L’esperienza di co-progettazione di nuove forme del welfare locale del Comune di Lecco” (2005-2012), Sennett “Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione” Feltrinelli 2012,   Twelvetrees  “Il lavoro sociale di comunità. Come costruire progetti partecipati” Erkson 2006