Il problema

In questa fase di scarso favore economico, una fascia di popolazione che negli ultimi decenni è stata oggetto privilegiato della programmazione anche in un’ottica di prevenzione, rischia di venire esclusa dall’accesso a numerosi servizi. Ci riferiamo agli anziani “parzialmente autosufficienti” verso cui si è rivolta negli anni una vasta gamma di interventi a sostegno della domiciliarità quale migliore opzione tanto per le persone quanto per la comunità, nonché come strategia di contenimento delle spese.
I tagli di bilancio che hanno recentemente investito l’ente pubblico hanno indotto le Amministrazioni Comunali a definire dei “criteri di priorità” per l’ammissione ai servizi sempre più riservati a persone non autosufficienti, prive di rete familiare e con scarse risorse economiche.  Nel Comune di Brescia il servizio di assistenza domiciliare, attivo dagli anni ’70, viene circoscritto all’igiene ed alla cura della persona non autosufficiente, escludendo tutte quelle prestazioni di igiene e cura della casa, accompagnamento e disbrigo di pratiche e monitoraggio generale dell’evoluzione dell’anziano che venivano garantite in passato. Questi criteri circoscritti non esimono però l’ente pubblico dall’individuare strategie diverse di aiuto e dal preservare la sua funzione di osservatorio sul fenomeno della terza età.
Il nostro gruppo di lavoro si è posto quindi il problema di come sostenere l’anziano parzialmente autosufficiente a domicilio in questa fase storica, tenuto conto che tale fascia di popolazione è in continua espansione e che le famiglie che prestano cura necessitano a loro volta di essere supportate.

Dati ed evidenze quali-quantitative che descrivono il problema

Presentiamo di seguito alcuni dati sull’andamento della popolazione che evidenziano come il Comune di Brescia sia in linea con le statistiche nazionali che segnalano un progressivo invecchiamento della popolazione con particolare riferimento alle Regioni del nord Italia. Il Comune di Brescia conta 197.452 abitanti al 31.12.2012. L’invecchiamento della popolazione ha visto il passaggio dal 19% di ultra 65 nel 1996 al 23,9% nel 2012, con un aumento considerevole degli >75 che da 15.000 nel 2006 sono oggi 24.219. Alcuni dati forniti dall’Ufficio Statistica del Comune e relativi al 2009 indicano che in quell’anno, l’indice di vecchiaia era pari a 177,8, superiore alla media nazionale di ben 34,8 punti (in Italia era pari a 144). Le famiglie con almeno un anziano a Brescia raggiungono oggi il 36% delle famiglie totali; gli anziani che vivono soli sono quasi il 45% delle famiglie con almeno un anziano e rappresentano il 16% delle famiglie complessive. Questi dati, sommati all’incremento della speranza di vita e all’evoluzione della ricerca medica e farmacologica, confermano che la fascia della parziale autosufficienza è in continua espansione e che non si tratta di un fenomeno residuale, con il rischio potenziale che si trasformi in emergenza sociale.
Alla luce di questi dati, abbiamo ricercato un’ipotesi di soluzione al problema nella storia dei servizi semi residenziali per anziani a Brescia, una tipologia di servizio che ha dimostrato una capacità di adattamento nel tempo ai nuovi bisogni e che a nostro avviso rappresenta una leva ed un punto di forza. E abbiamo letto questa flessibilità come una caratteristica “darwiniana”, in grado di consentire la sopravvivenza e anche l’evoluzione dei servizi.
Il panorama dei servizi semi residenziali per anziani a Brescia è articolato su tre livelli: Centri aperti, Centri diurni integrati, Centri diurni.
In una prima fase, sono stati avviati i Centri Aperti (1970) e i Centri Diurni Integrati (la prima esperienza è del 1985 e precede di poco la programmazione regionale), con l’esclusione del livello intermedio costituto dal Centro Diurno.

I Centri Aperti si sono configurati fin da subito come luoghi di libera aggregazione, tesi a contrastare l’isolamento sociale dell’anziano e ancora oggi mantengono questa funzione. Nella realtà cittadina ne sono presenti quattro. Il loro avvio rispondeva a molteplici finalità: fungere da referente istituzionale nell’individuazione delle esigenze e dei problemi presenti nel tessuto sociale (una sorta di segretariato sociale), migliorare la convivenza civile e allentare le tensioni.

I Centri Diurni Integrati si sono orientati, in una prima fase, alla gestione della parziale autosufficienza, per favorire la socializzazione di anziani che necessitavano di un aiuto in alcune funzioni della vita quotidiana, quali il bagno settimanale o la somministrazione dei farmaci. Questo servizio, nell’arco di quasi 30 anni di vita, ha subito “spontaneamente” una profonda trasformazione: oggi accoglie anziani non autosufficienti, assume una funzione di sollievo al carico assistenziale della famiglia, si integra con i diversi caregiver che a vario titolo svolgono funzioni di cura nei confronti dell’anziano e ritarda l’accesso alle RSA. Le domande di ammissione, che hanno subìto una flessione nella fase legata al boom delle “badanti”, sono tornate a crescere negli ultimi tempi, sia per una questione di tipo economico nella gestione delle badanti (costi per contributi INPS, sostituzione nelle ferie) che per una maggiore garanzia e professionalità offerte da un “servizio” rispetto ad un’assistenza privata di cura.

I primi Centri Diurni sono sorti a metà degli anni ’90 e, diversamente dai Centri Aperti e dai Centri Integrati che hanno avuto una genesi istituzionale, sono stati originati da due istanze provenienti dal territorio: una pressione svolta dal mondo dell’associazionismo e una riflessione maturata all’interno del servizio sociale, con particolare riferimento al servizio di assistenza domiciliare.

La creazione di Centri Diurni è successiva al consolidamento del servizio di assistenza domiciliare che, in una certa misura, lo ha promosso. Tra gli operatori, infatti, è emersa la necessità di allargare l’ambito di intervento dal domicilio di ogni utente (e quindi sganciarsi dall’esclusivo rapporto operatore/utente) ad una dimensione in cui potessero trovare spazio la socialità, lo scambio, l’attivazione delle risorse personali degli anziani, per contrastare l’isolamento e superare la condizione di “oggetti di intervento”. Vi sono bisogni che non possono esaurirsi in un intervento domiciliare, sia che l’anziano viva solo, sia che viva in famiglia.

Non ultimo, la realizzazione di un servizio diurno, con l’obiettivo di offrire momenti di distacco dalla famiglia e dalle mura domestiche, ha dato anche un nuovo valore alla figura dell’OSA, spesso considerata professione marginale nei servizi, che nei Centri Diurni ha invece iniziato ad occuparsi della cura dei legami e delle relazioni fra le persone, oltre che dei compiti assistenziali suoi propri.

A metà degli anni 2000, i CD  sono stati potenziati, passando da 2  a 4 su territorio comunale, ed è stato attivato il servizio di trasporto per agevolare l’accesso degli anziani al servizio. I CD  hanno assunto sempre più una funzione di “integrazione” dell’assistenza domiciliare, garantendo quelle prestazioni che in seguito ai tagli di bilancio non potevano essere erogate a domicilio (il pasto, l’accompagnamento, la compagnia e il bagno protetto).  Parallelamente, l’organizzazione del servizio si è strutturata intorno all’assegnazione di un operatore di riferimento (ASA) per tutto l’arco della giornata e impegnato nell’assistenza agli anziani e nella collaborazione con le associazioni.
Il rapporto con le associazioni si è infatti rilevato molto importante e viene formalizzato con la stipula di convenzioni che definiscono i diversi compiti dei volontari che spaziano dall’assistenza alla mensa all’effettuazione di trasporti e che permettono l’integrazione di nuove figure che conferiscono al servizio un valore aggiunto (ad es. i volontari di servizio civile che seguono gli anziani più fragili per alcune incombenze  quali l’acquisto farmaci o l’accompagnamento a visite mediche).
I Centri Diurni, che negli anni non hanno sempre raggiunto la capienza massima, hanno oggi una consistente lista di attesa e registrano un’intensificazione della frequenza. Basti pensare che su 146 utenti che hanno frequentato i Centri Diurni nel 2012 (una media di 30-40 per ognuno dei 4 centri), le nuove ammissioni sono state ben 66.
Il percorso evolutivo che ha contraddistinto la storia dei Centri Diurni lo ha reso un servizio “solido”, al punto che oggi è in grado di seguire situazioni complesse che negli anni passati venivano orientate ai CDI. In un processo a cascata, anche i Centri Diurni Integrati si sono trasformati e assistono “grandi anziani” che presentano caratteristiche affini agli utenti delle RSA.
Il Centro Diurno, proprio per la sua caratteristica di flessibilità e per la capacità di adattamento, rappresenta oggi il livello intermedio tra Centro Aperto ed Integrato e si configura come una soluzione per rispondere al singolo utente e al contempo ad un gruppo di anziani che esprime difficoltà analoghe. Gli esiti positivi e le capacità evolutive insite nel Centro Diurno lo fanno ritenere un servizio in sviluppo.

La proposta: il potenziamento dei Centri Diurni

La nostra proposta è quella di  potenziare la rete dei centri diurni dotando di un servizio analogo anche i territori che ne sono sprovvisti. Questo consentirebbe di convogliarvi alcune prestazioni garantite dal SAD, di offrire risposte professionali ed istituzionali ad anziani a cui è precluso l’accesso al servizio domiciliare perché privi dei requisiti e di dotare la zona di un luogo deputato alla terza età. Dall’esperienza maturata, si rileva che il Centro Diurno riesce ad offrire risposta ai primi livelli di disabilità dell’anziano, ovvero la perdita dell’autonomia nella vita quotidiana (vita sociale, interessi) e la perdita delle funzioni strumentali (cura della persona, spesa, preparazione del pasto). Un obiettivo indiretto, ma altrettanto importante del Centro Diurno, è anche quello di intercettare tempestivamente i problemi dell’anziano, in modo da intervenire prima che si trasformino in emergenza ed esplicando in tal senso la sua finalità preventiva.

Le “buone ragioni” a sostegno della proposta

Sostenere la generalità delle famiglie nel processo di cura dell’anziano: il problema della “tenuta” nel tempo rispetto all’assistenza dell’anziano è rilevante, soprattutto se consideriamo il fatto che molti figli sono a loro volta in prossimità dell’età anziana. Il CD può contribuire a rafforzarla.
Attribuire valore alla territorialità ed alla partecipazione: questo vale per l’anziano che, grazie alla presenza del Centro Diurno nel suo territorio, non viene sradicato dal proprio contesto di vita, dai propri interessi e dei propri affetti.  Vale anche per le associazioni, che vengono riconosciute come veri e propri soggetti di cittadinanza attiva.
Valorizzare servizi adattabili e flessibili che siano in grado di rispondere contemporaneamente ad una pluralità di bisogni: il Centro Diurno rappresenta un contesto in grado di accompagnare l’anziano in varie fasi critiche,  dal bisogno di socialità a quello di aiuto nella gestione della quotidianità.
La capacità di adattamento e trasformazione è anche un’esigenza imprescindibile dei servizi (quanto mai attuale in un tempo di riduzione delle disponibilità economiche), necessaria per valorizzare al meglio le risorse a disposizione e ottimizzare le potenzialità dei servizi. Il Centro Diurno possiede queste caratteristiche di flessibilità: la sua specificità assistenziale lo rende meno rigido, svincolato da standard e disposizioni normative e in grado pertanto di adeguarsi ai cambiamenti in tempi celeri. Questa capacità di adattamento, di cogliere le potenzialità intrinseche in un servizio, di individuare soluzioni nuove, di fronteggiare i problemi e di agire un pensiero complesso, rappresenta  anche una specificità insita nella nostra professione di assistenti sociali a cui possiamo attingere per individuare, in una fase di crisi, delle nuove opportunità.