Il problema

Il welfare italiano così come strutturato oggi è squilibrato perché concentrato su previdenza e sanità e  frammentato perché copre solo alcune categorie di disagio, sostenendo in particolare i lavoratori a tempo indeterminato che possono costruire la carriera contributiva necessaria ad accedere agli ammortizzatori sociali oppure accedere alle misure e servizi previsti dai contratti di lavoro, che costituiscono il welfare aziendale.
Da questo  welfare vi sono però gli esclusi, quelli che sono e rimangono fuori: i cosiddetti NEET (Not in Education, Employment or Training) che non ricevono istruzione e non hanno un impiego, che quindi non investono sul loro futuro; i precari, soprattutto giovani, che hanno un lavoro temporaneo, poco retribuito, poco tutelato e spesso poco qualificato; le donne che senza adeguati servizi e condizioni di lavoro per la conciliazione famiglia e lavoro non accedono e non rimangono nel mondo del lavoro; i disoccupati di lungo periodo che non rientrano più nelle tutele previste dagli ammortizzatori sociali.
Il Welfare spende quindi tanto e male. Non basta dunque prendere provvedimenti parziali ma occorre avere il coraggio di rivedere le tutele nel loro complesso all’interno di un nuovo patto di cittadinanza. Come risaputo, l’Italia è uno dei pochi paesi in Europa che non dispone di una misura di politica esplicita e dedicata al contrasto della povertà.
Si sono realizzate in passato – a livello nazionale quanto regionale – delle sperimentazioni di forme di reddito minimo. Ma da queste sperimentazioni non è esitata alcuna politica organica e strutturale. Piuttosto, si è preferito introdurre la cosiddetta “Carta Acquisti”, riservandola a un numero molto contenuto di famiglie e caratterizzandola con un taglio meramente assistenzialistico. “Carta Acquisti” che, profondamente rivisitata nel suo disegno, è attualmente in fase di implementazione nelle principali aree urbane del Paese, ancora una volta in via sperimentale, ma fortunatamente abbinata a un robusto piano di valutazione. Si tratta, comunque, di un intervento decisamente limitato, tanto per il numero dei possibili beneficiari quanto per l’impegno di spesa previsto. E tuttavia costituisce comunque un primo passo avanti, perché, in abbinamento al sostegno economico, sono previste, diversamente dalla versione precedente, azioni di accompagnamento all’inclusione sociale ed economica. Un primo passo in avanti che, stando alle dichiarazioni programmatiche del nuovo governo Letta, potrebbe essere a breve seguito dalla possibile adozione – seguendo in questo le indicazioni che la Commissione Europea formula dai primi anni novanta – di una misura di reddito minimo.
In questo quadro, la Regione Lombardia, che in questi anni ha riformato radicalmente il proprio sistema di welfare anticipando in molti casi linee guida che poi sarebbero state seguite a livello nazionale, non ha saputo offrire una risposta adeguata al tema della povertà. Tutte le analisi mostrano, infatti, che il sistema lombardo di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale è frammentato, residuale, assistenzialistico, caritatevole, inefficace mentre invece occorrerebbe, come noto, un piano di politiche trasversali, organiche, strutturali, abilitanti per garantire ai soggetti e alle famiglie a rischio di povertà delle adeguate chance di vita.

Dati/evidenze quali-quantitativi che descrivono il problema

Tutte le principali fonti statistiche, come pure gli osservatori del terzo settore, segnalano da tempo un forte incremento, anche nel territorio regionale, del numero di persone e famiglie a rischio di povertà. Per di più, causa la stagnazione del mercato del lavoro e le inadeguatezze del sistema di welfare nazionale, va aumentando drammaticamente l’intensità della povertà.
Detto in altre parole peggiorano ulteriormente le condizioni di vita di chi già si trovava al di sotto della linea di povertà.

La proposta

La delegazione Regionale delle Caritas Lombarde, ormai due anni orsono, ha presentato pubblicamente una proposta per l’introduzione, nel sistema di welfare regionale, di un dispositivo strutturale di contrasto alla povertà. La proposta, denominata “Reddito di autonomia”, intendeva aprire un dibattito franco e partecipato sulle linee di riforma del modello regionale di intervento in materia di povertà ed esclusione sociale e aprire la strada a possibili sperimentazioni, anche su scala locale.
Per la loro complessità, le misure a contrasto della povertà necessitano, infatti, di una necessaria fase di implementazione in via sperimentale e di una successiva fase di valutazione rigorosa, che ne consenta l’adozione su base strutturale solamente dopo che ne sia stata provata l’efficienza, oltre che l’efficacia.
Quanto ai contenuti, il disegno del Reddito di autonomia è costruito in modo tale da far tesoro delle esperienze sinora realizzate, sia in Italia sia negli altri Paesi Europei. È una misura di reddito minimo, ispirata ai principi dell’universalismo selettivo, che abbina e condiziona il trasferimento monetario a supporto del benessere economico a interventi in grado di supportare il percorso di inclusione sociale ed economica dei destinatari e di impedire la trasmissione intergenerazionale del rischio di povertà.

Link alla proposta

I dettagli della proposta si trovano nel volume di Lodigiani R., Riva E. (2011), Reddito di autonomia. Contrastare la povertà in una prospettiva di sussidiarietà attivante, Erickson, Trento. Sono stati più volte discussi in seminari e convegni  (Espanet, Bien, iniziative promosse da Caritas), nonché sulle pagine del sito di Lombardia Sociale.

Le buone ragioni a sostegno della proposta

La proposta del reddito di autonomia mira a correggere e superare i limiti, culturali e organizzativi, dell’attuale modello regionale, ma anche nazionale, di intervento a contrasto della povertà. Prevede la messa a sistema delle risorse economiche attualmente stanziate dal governo lombardo e la ricomposizione delle aree di competenza in vista della costruzione di un progetto di inclusione socio-economica che abbia carattere abilitante e responsabilizzante.
Un progetto che, dunque, costruito sulla ottimizzazione delle risorse (umane, politiche e finanziarie) disponibili, persegua l’obiettivo dell’emancipazione individuale e familiare dalla condizione di povertà non solo grazie al necessario sostegno economico, ma soprattutto mediante azioni a carattere occupazionale, socio-educativo e socio-sanitario che consentano a ciascuno di arrivare a disegnare da sé il proprio progetto di vita.