In questi mesi attraverso Lombardia Sociale abbiamo voluto approfondire il tema della residenzialità per le persone con disabilità, per provare ad analizzare come negli anni il modello lombardo abbia preso corpo e per capire anche quali percorsi le strutture residenziali e semiresidenziali abbiano proposto nel tempo. Abbiamo anche approfondito le questioni che attraversano le strutture pensate come luoghi di vita per le persone, come luoghi di residenza permanente per molti. Con questo articolo proviamo ad assumere un altro punto di vista, il punto di vista di altre esperienze europee, che negli ultimi anni hanno sperimentato altre modalità di intervento, provando a mettere al centro di ogni riflessione l’inclusione sociale, i principi che sono ripresi e resi “ufficiali” dalla convenzione ONU. La vita indipendente, l’autonomia. Obiettivi che diventano centrali nelle esperienze che qui vogliamo raccontare.

Confrontarsi con altre esperienze per trarre suggerimenti utili

Ci troviamo in una fase storica in cui è difficile non parlare di ciò che accade ora. E’ difficile ancora di più provare a fare benchmarking: le soluzioni alternative possibili sono nascoste, restano sullo sfondo. Possiamo cogliere il momento per riflettere e farci ispirare da quanto proposto in Germania e in Belgio attraverso due esperienze significative.
Le politiche lombarde tendono a rispondere ad una logica individuale: ad ogni individuo la sua risposta al bisogno. Il principio non è certo sbagliato, ma facendo questo non si garantisce necessariamente la personalizzazione della risposta, piuttosto si mettono a disposizione strumenti (di solito di natura economica come i voucher) che ognuno può, stando dentro a binari e regole dettate dal regolatore regionale, cercare di adattare alla propria situazione.
In questo la logica del PAR ci è sembrata orientata a ricomporre la frammentazione prodottasi negli anni, dando senso alla “centralità della persona”, programmando una politica pubblica a 360°.
Ma siamo ancora in attesa, come diceva Giovanni Merlo in un recente articolo, di una compiuta attuazione, di una presa d’atto reale, per capire quanto il PAR sia o possa essere significativo per le persone e i servizi del territorio.

In questo scenario proporre un confronto con esperienze di altri Stati europei è un’occasione anche se abbiamo sistemi di welfare differenti e viviamo momenti diversi. Abbiamo anche mix diversi tra pubblico e privato nella gestione dei servizi; in Lombardia il privato sociale ha costruito negli anni quel quasi mercato obiettivo di scorse legislature, lo stesso che ora i tagli mettono in crisi.
Tuttavia vorremmo che questo tentativo di guardare altrove per ri-guardare con occhi diversi all’esperienza regionale producesse una serie di osservazioni sulla riproducibilità e sulla sostenibilità dei progetti proposti. Per farlo usiamo gli esiti di un corposo progetto di ricerca europeo condotto dall’Istituto per la Ricerca Sociale insieme ad un partenariato composto da 13 paesi europei, esiti che sono stati resi pubblici e inseriti su un sito ancora in costruzione, da cui attingiamo anche per la nostra analisi.

L’innovazione in Europa attraverso gli occhi dei ricercatori Innoservice

Il progetto Innoservice è un progetto europeo che propone la costruzione di una piattaforma sociale per suggerire un’agenda di ricerca sociale che abbia come oggetto l’innovazione. E’ un’occasione per guardare cosa accade altrove, in altri paesi europei, un’occasione anche per confrontare sistemi di welfare, comunità, tradizioni e culture.
In questo luogo interessa raccogliere due esperienze e su di esse provare a costruire un benchmark per comprendere cosa si dovrebbe fare per cambiare direzione, uscire dalla politica sociale pret-a-porter, proponendo una visione differente delle nostre politiche e dei nostri servizi, inseriti in una strategia di lungo periodo, nonostante la crisi, i tagli, le rinunce.

Mainz ci dice che…

GPE Mainz è un’impresa sociale che lavora per l’inclusione sociale delle persone con disabilità e delle persone con problemi di salute mentale. Le numerose istituzioni e i numerosi servizi connessi all’impresa sociale costruiscono una cornice in cui le persone mettono a disposizione abilità e competenze diverse e dove è possibile per una persona con disabilità costruirsi la propria autonomia.
Sostanzialmente GPE offre una filiera di servizi in cui le persone con disabilità possono trovare occupazione, insieme a percorsi di supporto, riabilitazione, sostegno, inserendosi nel sistema produttivo di una città, Mainz, determinando anche un cambiamento reale e percepito per quella città che si arricchisce di nuova manodopera, servizi di accoglienza di alta qualità in cui trovano possibilità di lavoro tutti, persone con disabilità e cittadini inoccupati o disoccupati, che sono in cerca di nuove opportunità.
Si percepisce e ben si vede la differenza tra il workfare alla tedesca e il welfare all’italiana, dove per noi il welfare e il sistema produttivo anche quando interagiscono lo fanno in modo frammentato e difficilmente riescono a produrre esperienze significative con impatti di medio o lungo periodo.
Inoltre i sistemi sono diversi perché:

  • il nostro sistema produttivo è molto frammentato: lo sono sia l’offerta che la regolamentazione per esempio del mercato del lavoro.
  • il collocamento mirato nel nostro paese non è mai pienamente decollato anche per la settorialità delle politiche pubbliche e la difficoltà di integrare i diversi mondi (il sociale, la salute, il lavoro e la formazione).
  • la crisi porta via all’Italia energie e risorse, lascia sul terreno molto dell’investimento che negli anni è stato fatto nel sociale, mostra tutta la difficoltà di un sistema che si è sviluppato su fonti di finanziamento pubbliche e che improvvisamente le vede venir meno.

Tuttavia ci sembra che possa essere messo in risalto che inserire le azioni di welfare nel sistema produttivo produce benessere e ricadute sulla comunità, senza che siano richiesti ulteriori sforzi da parte degli operatori o delle persone coinvolte.
Questa esperienza contribuisce a ribaltare il punto di osservazione: le persone con disabilità non sono più classificate in una categoria in cui possono avere accesso a servizi di natura assistenziale o sanitaria o economica. In questo caso sono inserite in percorsi di accesso al lavoro e attraverso questi all’interno del sistema produttivo che ha un impatto diretto e significativo sulla vita della città. Gli abitanti della città non sono portati a guardare la diversità, ma piuttosto a riconoscere il valore del lavoro e delle esperienze che si costruiscono nei negozi, alberghi, ristoranti, bistrot.

Verso l’autonomia e l’inclusione sociale: l’esperienza belga

La seconda esperienza è più vicina a noi, perché è un’azione che anche nel sistema di welfare lombardo si è sviluppata attraverso CSE e SFA. Ma anche in questo caso si presentano differenze significative per il metodo e la strumentazione utilizzata e per il forte coinvolgimento della comunità nel processo inclusivo.
Ithaka è un centro di coaching che accoglie persone adulte con disabilità cognitive e mentali.
Nel 2007 lo staff di Ithaka cambiò radicalmente il suo modo di lavorare con i clienti, convertendosi alle nuove tecnologie per cercare di aiutare le persone al meglio. BlueAssist e altre applicazioni smartphone sono state sviluppate per supportare i clienti nella vita indipendente.
Ithaka può essere considerato come un nostro CSE, o meglio come uno SFA con un forte orientamento verso la costruzione di percorsi inclusivi all’interno della comunità. Di fatto è un centro che lavora con persone con disabilità anche gravi. Il centro organizzava precedentemente attività di gruppo con i “clienti”, attività orientate al lavoro, ma gli operatori non erano soddisfatti, perché queste attività non promuovevano autonomia né inclusione sociale.
Si è passati quindi da una dimensione di gruppo ad una dimensione individuale di coaching, in cui ogni operatore è un coach che aiuta la persona/cliente a “trovare il suo posto nella società”.
Tutto questo utilizzando come supporti le tecnologie e le applicazioni che aiutano le persone a comunicare, dotandole di strumenti per chiedere aiuto in modo chiaro. Gli strumenti sono dispositivi di semplificazione che supportano e sostengono percorsi di autonomia.

Il punto qui non è fare attività dentro il centro, ma fare in modo che ognuno trovi la sua attività fuori dal centro, nel cuore della città, trovando anche il modo di raggiungere le località con i mezzi pubblici e con il supporto dell’applicazione BlueAssist. Le persone con disabilità frequentano i corsi di pittura che frequentano anche gli altri cittadini, il coach può seguire a distanza grazie ai supporti e lavorare contemporaneamente sull’autonomia della persona.
La differenza sostanziale con il nostro sistema è forse essenzialmente legata al ruolo assegnato alla comunità: il coinvolgimento è implicito e in qualche modo “dato per scontato”. Possiamo immaginare medesima fiducia (e sorrisi) anche qui?

Cosa ci portiamo a casa?

Siamo sicuri che queste esperienze con altre caratteristiche ci siano anche in Italia, ma non rappresentano la normalità per i servizi rivolti alle persone con disabilità.
Siamo sicuri che le condizioni di scenario delle politiche siano così ostacolanti? Forse queste esperienze ci aiutano a spiegare cosa intendiamo per centralità della persona, cosa intendiamo per personalizzazione dei progetti e per presa in carico e accompagnamento nelle scelte di autonomia per la vita indipendente.
Possiamo pensare che la differenza sostanziale sia legata alla dotazione economica per il welfare, investimenti che oggi qui sono fortemente messi in discussione e per i quali non sono chiare le prospettive future.

Ma siamo sicuri che quello di cui disponiamo oggi abbia un costo appropriato e raggiunga obiettivi adeguati?

Guardiamo alla seconda esperienza, quella belga: possiamo forse dire che non ci sono esperienze simili anche in Italia? In questa esperienza non sono le risorse a fare la differenza e forse nemmeno la tipologia di servizi “accreditati”. Da qualche anno, facendo i conti con i sistemi di accreditamento, difficilmente gli operatori sviluppano relazioni uno a uno, difficilmente possiamo pensare a questo almeno nel settore pubblico.
Posto che probabilmente potremmo interagire positivamente dal punto di vista professionale, perché gli operatori di Mainz e di Ithaka condividono con quelli italiani e lombardi know how, esperienza, storie, idee, percorsi nei servizi, vorremmo provare a pensare a questa fase come a un momento di ricostruzione delle politiche per le persone con disabilità, recuperando quanto in questi anni è stato proposto (in primis il PAR) per far crescere insieme ai progetti anche le comunità.