Il problema

Il lavoro è il seme costituzionale che garantisce alla nostra società coesione e sviluppo. Non è retorica, visti i tempi difficili, richiamare il primo comma dell’art.36 della nostra Costituzione: “ Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.  Eppure sembra che oggi, stante le difficili condizioni della sua fruibilità, questo valore abbia subito una metamorfosi, relegato sullo sfondo da altri valori, legati all’etica del successo e del denaro.
Il lavoro viene quindi visto solo come mezzo e non come fine, come strumento per raggiungere altro, e non come valore fondamentale per creare uomini liberi e capaci di vivere dignitosamente la propria vita, capaci di contribuire ad una società migliore per sé e  per le generazioni future.

La Lombardia, nonostante la recessione che stiamo attraversando, è e resta ancora un punto di riferimento fondamentale  sul quale sperimentare nuove politiche del lavoro.
All’interno del mondo dei potenziali lavoratori esiste una particolare categoria, quella dei lavoratori con disabilità; negli ultimi anni, anche grazie ad una legge ad hoc ( l.68/99) e ai relativi dispositivi, si sono fatti alcuni passi avanti, ma è possibile oggi fare il punto della situazione per avviare una serie di riforme e potenziarne l’efficacia. Questa comunità di persone nutrono l’ambizione di una collocazione mirata nel mondo del lavoro non solo per esercitare il proprio diritto di cittadinanza ma, e soprattutto, in questo periodo, per riuscire a vivere una vita dignitosa, contribuendo alla formazione della ricchezza nel nostro paese.  E’ evidente, inoltre,  che per ogni persona disabile collocata al lavoro esiste un concreto risparmio in termini di assistenza, con la conseguente liberazione di risorse per ulteriori investimenti.
Oggi la regolamentazione è fatta in modo che  le persone con disabilità accedono al mondo del lavoro attraverso il supporto e il sostengo delle Province, le quali con delega regionale esercitano strumenti procedurali ed economici per facilitarne l’inserimento. Regione Lombardia ha  il compito e il dovere di valutare l’esercizio della delega e contribuire alla costruzione dell’efficacia  e dell’efficienza del sistema. Basti pensare che dalla sesta relazione dello stato di attuazione della legge 12 marzo 1999, n.68, a livello nazionale risultano iscritte agli elenchi provinciali nel 2011 ancora oltre 600.000 persone con disabilità, con avviamenti al lavoro pari a 22.023 persone.

Dati/evidenze quali-quantitativi che descrivono il problema

La sesta relazione del Parlamento sullo stato di attuazione della Legge 12 marzo 1999, n. 68 relative al biennio 2010/2011 ci offre dati e scenari rispetto ai quali costruire nuove politiche occupazionali per le persone con disabilità. A fronte di un flusso di 83.000 iscrizioni effettuate per ottenere un lavoro nell’arco del 2010 e di 65.795 nel successivo 2011, gli avviamenti al lavoro registrati sono risultati in totale rispettivamente 22.360 e 22.023.
L’articolazione per annualità e per area geografica consente di confermare la prevalenza (rilevata a partire dal 2007) dell’utilizzo della convenzione e della richiesta nominativa rispetto alla modalità della richiesta numerica, che si è dimostrata pressoché inutilizzata. L’aumento dell’occupazione delle persone con disabilità è stato prodotto principalmente dalla stipula dell’art. 11.c1 della legge 68 che rende possibile il convenzionamento tra il datore di lavoro e l’ente provinciale del proprio obbligo in diverse annualità, alleggerendo l’impatto e l’impegno da parte dell’azienda.
Addirittura in generale le percentuali di avviamento con convenzione sul totale arrivano infatti a 49,4% nel 2010 e superano addirittura la metà nell’anno successivo (51,6%).
In Regione Lombardia nel 2011 erano iscritte 52.820 persone, con un flusso annuale di 11.195 e con 4.366 inseriti in aziende con obbligo. Numeri che ci indicano ancora molto lavoro da fare. Ma v’è di più, l’analisi della serie storica evidenzia ancora una volta il punto di svolta posto nel 2008 in concomitanza dell’inizio della crisi economica. Da quel momento la crescita degli avviamenti a tempo determinato accompagna il declino tendenziale della modalità a tempo indeterminato, insieme ad una relativa ripresa delle altre tipologie (fra le quali il contratto di inserimento e l’apprendistato). Inoltre, rimane rilevante il dato delle risoluzioni del rapporto di lavoro che a livello nazionale sono nel 2011 ben 5214, certo come conseguenza della crisi e della prevalenza dei rapporti a tempo determinato, ma che ci segnala l’esigenza di ragionare più profondamente in termini di accoglienza ed accompagnamento al lavoro.

La proposta

Una riforma del sistema di collocamento obbligatorio, prima attraverso una sperimentazione in una o più province lombarde, che ne preveda la sua privatizzazione ed affidamento a soggetti del terzo settore, in particolare consorzi di cooperative sociali, con la definizione di un  Patto di Servizio relativo al collocamento mirato. Il patto di servizio dovrà contenere, a partire da un analisi approfondita sullo stato di attuazione della legge 68/99, gli obiettivi principali che andranno perseguiti attraverso gli strumenti che hanno avuto maggiormente successo. Pare utile rafforzare i risultati conseguiti dallo strumento dei convenzionamento e la semplificazione delle procedure quali quelle previste per l’attivazione degli strumenti degli art.12 e 12bis e dell’art. 14 del Decr. Leg. 276/2003 per rafforzarne l’utilizzo e la diffusione.

Link alla proposta

L’impresa sociale e  in particolare la cooperazione sociale di inserimento lavorativo, o di tipo B, è diventata in pochi anni soggetto di politiche sociali e del lavoro attive, riuscendo nell’obiettivo di realizzare l’inserimento lavorativo di persone con gravi disabilità e di dare formazione generale al lavoro, ovvero fornire alle persone inserite quelli che vengono definiti “prerequisiti lavorativi”, cioè la capacità di rispettare modi e tempi di lavoro, ritmi, esigenze organizzative. Nella prassi la cooperativa sociale è un attore che promuove, di fatto, il passaggio da politiche meramente assistenziali o passive a politiche attive del lavoro e inclusione sociale ed un soggetto  in grado di mediare positivamente  tra l’impresa e la persona disabile,  valorizzando le potenzialità di tutti.

Le buone ragioni a sostegno della proposta

  • Lo sviluppo di tutti gli strumenti previsti dalla legge 68/99 e della Legge 30,  grazie a soggetti che hanno sperimentato direttamente l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità potrà diminuire le inefficienze e i costi.
  • L’inserimento lavorativo sarà necessariamente preparato (matching, formazione) e accompagnato ( tirocini, monitoraggi) in maniera tale da ridurre al minimo gli abbandoni e le risoluzioni del contratto di lavoro.
  • L’esercizio in maniera attiva ed imprenditoriale del  controllo, della verifiche, della composizione delle liste di collocamento.
  • La messa in rete delle competenze con associazioni, fondazioni e comunque con tutto il terzo settore che si occupa di disabilità.
  • La sperimentazione, grazie alle risorse in circolo, di nuovi progetti, prevedendone l’utilizzo in progetti di imprenditorialità sociale.
  • Nell’ottica di una più ampia sussidiarietà, la delega delle funzioni relative all’assegnazione di Doti Lavoro con conseguente risparmio di spesa pubblica, lo snellimento di procedure, la gestione di rete e condivisa delle risorse.
  • Sensibilizzare il mondo delle imprese, accompagnandole anche con sgravi fiscali, strutturando percorsi comuni per il reperimento di risorse, e costruendo con esso relazioni territoriali stabili, fiduciarie, collaborative, al fine di inserire al lavoro giovani, donne, persone in stato di difficoltà a entrare senza assistenza nel mercato del lavoro ai sensi dell’art 2 lettera f) del regolamento (CE) n.2204/2002, nonché dell’art 4 comma 1 della legge 8 novembre 1991 n. 381.