Badanti: un aiuto ormai tradizionale ma con connotazioni nuove

Almeno 830.000 in Italia, 150.000 in Lombardia: quello dell’assistente familiare è la prima risposta a cui ricorrono le famiglie con un anziano non autosufficiente, non in grado di rispondervi da sole (tabella 1). Ma l’aiuto reso dalle assistenti familiari sta assumendo connotazioni nuove.
Quattro le dinamiche che si stanno sviluppando, sulla spinta delle crescenti difficoltà nei bilanci di molte famiglie e delle tangibili ricadute dei tagli di spesa sui servizi sociali:

  1. Aumento dei familiari caregiver. Ritorno ai legami familiari, riduzione della “esternalizzazione” del carico di cura alle assistenti familiari e una maggiore assunzione in proprio di tali oneri sono dinamiche che comprendono un numero crescente di famiglie, sotto il peso di redditi familiari in recessione e la presenza di disoccupati in molti nuclei.
  2. Aumento del lavoro a ore rispetto alla coresidenza. L’accresciuta disponibilità delle famiglie a farsi carico dell’assistenza di anziani non autosufficienti porta a richiedere più frequentemente assistenza ad ore. Questa preferenza si sposa con la diminuzione delle assistenti familiari disposte alla coresidenza, in atto già da alcuni anni, legata al processo di insediamento nella società italiana, l’acquisizione di un alloggio autonomo e i ricongiungimenti familiari.
  3. Aumento del lavoro sommerso. Fra il 2009 e il 2011 i lavoratori domestici regolarmente impiegati presso le famiglie italiane sono diminuiti di ottantamila unità, attestandosi a 881.700 (Inps, Osservatorio sui lavoratori domestici). Si arresta così una crescita particolarmente pronunciata. Questo segnale, insieme ad altri come il drastico calo nella domanda di assistenti familiari in regola,  porta ad ipotizzare un aumento del lavoro sommerso. Di qui la fatica odierna di molti “sportelli badanti” nell’accompagnare le famiglie verso il contratto di lavoro. Soprattutto in mancanza di proposte complementari: sostegni economici, formazione, garanzie minime di qualità.
  4. Aumento delle assistenti familiari italiane. I segnali che intercettiamo mostrano un tendenza all’aumento delle lavoratrici italiane, nel segmento del lavoro a ore. Da più parti di registra una crescita di italiane iscritte ai corsi di formazione per assistenti familiari e agli sportelli che effettuano incrocio domanda/offerta di assistenza.

tab.1

Cosa sta accadendo in Lombardia

Per la prima volta in dieci anni, nella regione in cui risiede quasi un quarto degli stranieri in Italia,  si è registrato nel 2012 un calo di presenze, regolari e non (-2,6%).[1]  I lavoratori domestici regolarmente assunti sono diminuiti di 24.000 unità fra il 2009 e il 2011, anno in cui l’Osservatorio Inps ne registrava 163.768,  con un andamento del tutto analogo a quello nazionale (figura 1).
Ancora non si registra un vero e proprio “ritorno a casa” delle badanti straniere, ma la loro permanenza è messa a dura prova dalla diminuzione del volume di lavoro, acuito dalla crescente concorrenza delle colleghe italiane, e dalla riduzione delle prospettive di miglioramento occupazionale. Se fino a 3 o 4 anni fa molte donne migranti impiegate come badanti erano orientate a frequentare percorsi di formazione in ambito sanitario (OSS, ASA), oggi l’offerta formativa è ancora presente sul territorio lombardo, ma l’occupabilità di questi profili è in calo. [2] Per questi motivi, il  welfare domestico esercita oggi un’attrattiva occupazionale più debole che in passato.
Sul fronte delle famiglie, l’aumento dei costi di compartecipazione sta determinando difficoltà di accesso ai servizi, soprattutto per gli anziani in condizioni economiche superiori alla soglia di esenzione. È il caso, in particolare, delle RSA dove nel solo biennio 2010-2012 si registra un incremento del 6,1% nelle retta minima e del 5,6% nella retta massima.[3]

fig.1

I rischi di fronte a noi

Il rischio che si profila è che si realizzi un arretramento rispetto  ai tentativi di governo del mercato privato della cura, in atto da diversi anni. In un contesto di risorse decrescenti e di bisogni socio-assistenziali crescenti, potrebbe concretizzarsi la rinuncia ad investire nelle attività volte a favorire l’inclusione del rapporto anziano-famiglia-assistente all’interno del sistema dei servizi (sostegni economici, sportelli, attività formative, ecc.), vanificando gli sforzi compiuti sinora.
Il mercato privato della cura, se lasciato a se stesso, non si autoregola, ma lascia sole le famiglie, soprattutto quelle più fragili e meno dotate, di fronte ai loro problemi. Molte di esse chiedono tutele, risposte adeguate alla specificità dei propri bisogni, coordinamento con i servizi sanitari, gestione del rapporto di lavoro con tutti i suoi corollari, come rileva anche una recente ricerca Censis-Ismu sul lavoro domestico.[4] Insomma, le famiglie non chiedono solo soldi ma anche servizi, appoggi, riferimenti fatti di persone e aiuti concreti. Del resto, è quanto emerge dall’esperienza dei voucher sociali: se si vuole parlare di libertà di scelta in modo non ideologico, si deve declinarla in capacità di scelta e in possibilità di scelta e su entrambi i fronti occorrono azioni dedicate[5].
Con le nuove risorse del Fondo regionale Non Autosufficienza usate come buoni sociali “compensativi”  (come indica la DGR X/740 del 23/9/2013) rispetto agli sforzi familiari, si rischia di ripetere gli errori del passato, elargendo “aiutini a pioggia”. E’ vero che si prevede un corredo di progettazione sui casi e di percorso assistenziale, ma rimane assai incerto come tutto questo verrà messo in pratica e, soprattutto, collegato al mercato privato delle cure.

La sfida più urgente

La presenza delle assistenti familiari ci accompagnerà ancora per lunghi anni. Lo dice la demografia, una rete dei servizi ancora pesantemente carente, la propensione ancora diffusa verso questa soluzione. Occorre uscire dalla nicchia delle sperimentazioni e iniziare a costruire servizi con un minimo di continuità ed estensione territoriale. Occorre ragionare sui progetti in essere e sui relativi rapporti tra costi e benefici. Quali risultati si ottengono, in termini di emersione dal lavoro sommerso, famiglie che trovano appoggi, anziani assistiti in modo adeguato, alternativa al ricovero in RSA? A fronte di quali costi?
Crediamo che su questi contenuti sia utile un confronto allargato tra quelle esperienze che faticosamente, oggi, cercano di qualificare il lavoro privato di cura e di dare visibilità a una realtà sempre più sommersa. [6]

 


[1] L’immigrazione in Lombardia, Dodicesimo Rapporto dell’Osservatorio regionale per l’integrazione e la multietnicità (ORIM).
[2] Intervista a Pedro Di Iorio, Responsabile del Servizio Assistenza Immigrati della Caritas Ambrosiana, “Migrazioni, crisi e lavoro di cura”, Qualificare, 35, 2013, www. prosp.it/Qualificare35.
[3] Tidoli R. “Le rette delle RSA lombarde. Aggiornamento a dicembre 2012”, in Lombardiasociale, 13 marzo 2013.
[4] Censis-Ismu, “Elaborazione di un modello previsionale del fabbisogno di servizi assistenziali alla persona nel mercato del lavoro italiano con particolare riferimento al contributo della popolazione straniera”, 2013.
[5] S. Pasquinelli (a cura di), Buoni e voucher sociali in Lombardia, Milano, Franco Angeli, 2006.
[6] Questo intervento riprende alcuni contenuti del volume di S. Pasquinelli, e G. Rusmini (a cura di), Badare non basta. Il lavoro di cura: attori, progetti, politiche (Roma, Ediesse, 2013) oltre a informazioni raccolte nell’ambito dell’attività redazionale del sito www.qualificare.info.