La ricognizione sull’impatto delle linee guida per la programmazione zonale 2012-2014, che LombardiaSociale.it ha condotto in questi mesi, offre spunti di riflessioni sull’andamento dei piani di zona e pone qualche interrogativo per il prossimo futuro.

L’opportunità della crisi

I contributi che abbiamo raccolto in questi mesi consentono di evidenziare un primo dato: “l’opportunità della crisi” non si è rivelata solo un’affermazione consolatoria. Effettivamente la situazione di stretta in cui si è trovato il welfare comunale – anche associato quindi – ha spinto i territori ad alcuni ripensamenti e ridefinizioni, che hanno permesso, talvolta, di rilanciare il tema della programmazione zonale. Le principali opportunità hanno riguardato i seguenti aspetti.

La ricerca di spazi e competenze progettuali. In primis per far fronte alla necessità di reperire risorse aggiuntive, ci si è dotati di personale dedicato per la progettazione e la partecipazione a bandi di gara (es. Treviglio e Rho). Dietro questa scelta, si è colta però anche l’opportunità di recuperare una dimensione, quella progettuale, che rischiava di andare persa o essere molto limitata dalle tensioni amministrative e gestionali. In altre parole, si è tornati a progettare e non solo a gestire.

La creazione di nuove alleanze. Questo ha significato in particolar modo attuare quell’indicazione di allargamento verso settori di policy prima ai margini della programmazione sociale, cosa che si è giocata in particolare verso l’area lavoro e abitare. E non solo con il coinvolgimento degli specifici  settori delle amministrazioni comunali, sono entrati in rapporto con la programmazione sociale anche attori del tutto nuovi, come ad esempio costruttori edili, camera di commercio, imprese del territorio ecc… Nuove alleanze hanno riguardato anche la tessitura di rapporti – o ricucitura laddove esistenti in passato – con il mondo del privato sociale ed in particolare con le realtà associative e le organizzazioni di volontariato. Infine l’ampliamento dei confini ha toccato la dimensione sovra distrettuale, riscoprendo l’opportunità e il vantaggio di condividere letture, obiettivi e strategie tra territori diversi, ma confinanti. In concreto dunque si è riscoperto l’Ufficio di Piano quale luogo di confronto e sintesi di differenti letture sui bisogni, di declinazione di priorità e di progettazione di azioni di un intero territorio. Un interlocutore dunque impegnato a partecipare alla definizione di un welfare locale che eviti duplicazioni e sovrapposizioni – aspetti generatori di inefficienze sempre meno sopportabili –  e costruisca spazi di reale e operativa integrazione (Garbagnate M.,  Vimercate e Rho).

Un’ulteriore opportunità è stata la riaffermazione del tema del welfare a livello politico e il richiamo alla fondamentale responsabilità degli amministratori sulle scelte da compiersi. La riduzione dei fondi trasferiti ha infatti richiamato  i Comuni all’assunzione di decisioni consapevoli rispetto ai servizi/interventi promossi nei propri territori, cosa mantenere e cosa no, e talvolta ha consentito di sbloccare decisioni latenti da tempo, come ad esempio quelle riferite all’uniformazione dei criteri d’accesso ai servizi, alla revisione omogenea delle fasce Isee e dei livelli di compartecipazione dell’utenza. Dai contributi raccolti si è visto anche come in diversi casi  l’esito sia stato un intervento diretto dei Comuni teso ad  incrementare le quote di solidarietà a loro carico.

I dilemmi per il futuro

Nonostante quanto appena descritto, rimane l’impressione forte che questo (usare la crisi come opportunità) sia vero e possibile non per tutti i contesti. Rimane – ancor più marcato a nostro avviso – il divario consistente tra territori che anche prima della crisi erano in una posizione avanzata (nel libro sulla valutazione del welfare lombardo li avevamo chiamati sfidanti[1]) e che hanno cercato di affrontare la nuova situazione in modo appunto generativo e contesti che da sempre hanno gestito “al ribasso” la partita piani di zona e che oggi si trovano in  posizione ancor più arretrata. Detto in altri termini questo rilancio è stato possibile solo e soprattutto laddove il piano di zona, e l’ufficio di piano quale suo organo tecnico, hanno potuto giocare un “credito di fiducia” acquisito nel tempo con il territorio e i diversi stakeholders.
Il divario che si ripropone oggi ci pone di fronte ad un interrogativo non più eludibile. Ci dobbiamo rassegnare ad avere piani di zona  – e di conseguenza welfare locali – di serie a e di serie b? Ci sono ancora margini per stimolare un riallineamento, verso l’alto ovviamente? E come? La Regione può/deve ancora avere un ruolo su questo?
Non intervenire su questi temi non rischia anche di ingenerare uno schiacciamento verso il basso anche da parte di quei territori che negli anni hanno sviluppato maggiori competenze?
Inoltre la “generatività” della crisi non risolve alcuni fattori critici che da tempo abbiamo osservato e che i territori sentiti in questa ricognizione hanno riproposto con forza:

  • primo, le spinte innovative, di apertura verso aree nuove, di rilancio della progettazione, di ricerca di risorse alternative – tutti aspetti positivi – non superano la questione che i servizi strutturali non si garantiscono con risorse di fatto straordinarie. L’investimento verso la ricerca di risorse aggiuntive ha riguardato principalmente il cosiddetto secondo welfare (e le fondazioni in particolare), che però per dimensione e obiettivi – lo abbiamo scritto più volte – hanno potuto giocare un ruolo rilevante in integrazione alle risorse pubbliche. Da quello che abbiamo visto infatti, i finanziamenti derivati da progettualità specifiche sono stati giocati prevalentemente per realizzare interventi di tipo promozionale e preventivo, non per il sostentamento del welfare di base e per garantire risposte ai bisogni primari.
  • Secondo, la spinta innovativa non elimina la grande fatica di assolvere ad un ruolo programmatorio in un contesto di estrema incertezza e di forte mutevolezza. Le regole cambiano di anno in anno e le risorse, seppur scarse, vengono erogate in modo molto frammentato e spesso con estremo ritardo rispetto ai tempi della programmazione. I territori che abbiamo sentito ci hanno ricordato inoltre che i cambiamenti delineati dalle linee guida richiedono consistenti investimenti – a livello di condivisione, di organizzazione dei servizi… –  e che realizzarli, non a iso risorse, ma addirittura a risorse calanti è un compito decisamente arduo, al limite dell’impossibile.
  • Terzo e ultimo, le spinta innovativa richiesta è stata vissuta in forte contrasto con il ruolo assegnato nel concreto  ai piani di zona. La precedente legislatura infatti si è caratterizzata spesso per una certa ambivalenza su questo, richiamando negli atti di indirizzo ad un ruolo primario di regia e di governo dei Comuni e dell’Ambito, ma nella pratica affidando un ruolo sempre più esecutivo e con uno scarso margine in cui giocare la “creatività programmatoria” richiesta. Un esempio per tutti l’impostazione data al Fondo Sociale Regionale dello scorso anno.

E ora?

Ora è cambiata la Giunta, forse per la fase finale del triennio qualcosa potrebbe cambiare. A fronte delle dichiarazioni di questa Amministrazione circa l’importanza dei territori e il riconoscimento della situazione in cui versano i Comuni, aspettiamo di capire come si intende procedere e quale strada  verrà praticata e, insieme a questo, come ci si comporterà in relazione alle numerose dgr appena emanate (fondo non autosufficienza, disabilità gravissime, fondo famiglia) in cui è forte il richiamo all’integrazione Asl e Comuni,alla messa in comune delle risorse nella logica del budget unico (qui chiamato budget di cura della persona) e di presa in carico globale. C’è da chiedersi insomma, a fronte di temi e problemi ormai più che noti, se  sarà questa finalmente la volta buona oppure no.

 


[1] Ovvero chi ha investito da tempo nella gestione associata, nella definizione di una forma giuridica adeguata, nella strutturazione dell’ufficio di piano, con personale adeguato per quantità e professionalità…