Una premessa

Il Settore Servizi per i Minori e per le Famiglie del Comune di Milano ha da anni attive  nove equipe di zona che accolgono domande spontanee di minori/famiglie o su Mandato dell’Autorità Giudiziaria (TM,TO e Procure) e si struttura in un sistema articolato di servizi che costituiscono certamente un buon osservatorio della fascia fragile delle famiglie con minori in città: diciassette sedi di Servizio Sociale della Famiglia, un servizio di Pronto Intervento Minori, alcuni servizi specialistici centrali – Spazio Neutro, Coordinamento Affidi, Minori con Procedimenti Penali, Centro GeA – sono tutti punti di accesso e di gestione, attivazione e monitoraggio di interventi diversi, dal sostegno economico al Centro diurno, dalla Comunità alla Mediazione familiare, dal diritto di visita al percorso educativo domiciliare etc., con risorse interne e/o in convenzione, co-progettazione col terzo settore.
Al 31/12/2012 erano in carico al Servizio Minori e Famiglie del Comune di Milano 15543 minori, di cui circa due terzi con una richiesta spontanea e poco più di un terzo su segnalazione dell’ Autorità Giudiziaria.
La domanda, soprattutto quella spontanea, è in aumento: dopo il passaggio con Legge regionale 34 del dicembre 2005 delle competenze in materia di minori dalla Provincia al Comune e superata l’onda dello spontaneo che veniva appunto dalla Provincia, tra il 2008 e il 2012 il Settore ha registrato un ulteriore aumento della richiesta spontanea con circa 5000 minori in più.
La composizione dell’utenza è passata da un 55% di minori italiani e 45% di cittadinanza straniera nel 2008 a un 41% di minori con cittadinanza italiana e 59% di minori con cittadinanza straniera al 31/12/2012. Dei minori con cittadinanza straniera in carico al servizio al 31 dicembre 2012, il 74% è nato e scolarizzato in Italia quindi presenta identità e percorsi culturali tipici delle seconde generazioni.

Sempre più oggi, i servizi sociali ed educativi evidenziano fenomeni di precarietà relazionali e di conflittualità familiari. Quali fenomeni osservate nei vostri servizi?

A fronte dei 15000 minori, il Settore interagisce con circa 10000 famiglie che esprimono una fragilità educativa importante del mondo adulto nell’assolvere ai compiti educativi e di cura, ed è in crescita la quota di domande che pervengono dal Tribunale Ordinario (alla luce anche della legge 219/2012 che equipara figli legittimi e figli naturali) e che pongono problemi intorno alla conflittualità di coppia e alla fatica, dei genitori, di mantenere il proprio ruolo genitoriale nel momento in cui si rompe il legame di coppia.

Incontriamo famiglie anche di ceto medio e medio alto, che arrivano da noi in seguito a una precarizzazione dei legami affettivi e a un sovraccarico di problematiche legate all’educazione dei figli e alla gestione dei passaggi di età dei figli, in particolare, ma non solo, intorno all’adolescenza.
In maggioranza arrivano da noi adulti con il problema della disoccupazione di uno dei due o di entrambi,  oppure genitori soli con unico reddito, magari precario e in nero, ma quello che rileviamo in modo abbastanza trasversale è l’estrema insicurezza nella gestione della relazione educativa con i figli e nella gestione di situazioni conflittuali di coppia in cui, anche a fronte di risorse economiche e culturali esistenti, assistiamo a percorsi al limite del patologico, sul filo del rasoio, dove tutto viene impiegato alla ricerca della vittoria sul campo e dove i minori sono l’ultima delle preoccupazioni effettive, anzi diventano il primo campo di battaglia.

In molte di queste situazioni, il ricorso alla magistratura rappresenta spesso una sorta di “esternalizzazione del conflitto”, un ricorso a una autorità altra e terza che possa e debba decidere al posto dei genitori, senza però attivare di fatto processi orientati alla risoluzione del conflitto.  Assistiamo, in altri termini, ad una richiesta al sistema giudiziario e dei servizi di una definitiva “spartizione equa e paritetica” di orari, spazi, responsabilità genitoriali, ma ovviamente non esiste un peso e una misura unica per ogni funzione/relazione genitore-figlio: ognuno, in qualsiasi situazione familiare intergenerazionale, gestisce diversamente e secondo le proprie attitudini risorse e caratteristiche modi e tempi della relazione, mentre spesso tra due genitori in via di separazione c’è un’attesa “magica” e quindi spesso disattesa, che con un elenco di regole e regolamentazioni definito da un soggetto terzo si attui una definizione netta di tutti gli aspetti relazionali, personali e originali in gioco.
In questo senso, credo sia necessario e urgente avviare una riflessione ampia e tra diversi professionisti – avvocati, giudici, assistenti sociali e psicologi – sulle risposte che oggi la magistratura e i servizi danno nella gestione di situazioni di conflittualità e di quanto riescono o possano veramente essere campo neutro o quanto rischino di diventare campo di battaglia…

Sono situazioni altamente conflittuali che cerchiamo di affrontare con tutti gli strumenti di cui disponiamo, spazio neutro, mediazione familiare, supporto educativo nel momento di crisi, ma che spesso si incistano (si passa da un provvedimento all’altro, da una sentenza all’altra…) e ciò ci impone di reinterrogarci, in modo trasversale tra magistratura, specialisti e non, sugli strumenti di cui disponiamo e sul rischio che corriamo, di esautorare nel tempo le responsabilità familiari e di spostarle tutte nelle mani di agenzie esperte (lo psicologo, l’educatore, il magistrato, il servizio sociale che regolamenta ogni tre mesi modi e tempi di visita dei figli…).

Oggi c’è una grande fragilità nelle coppie che incontriamo, coppie che hanno modelli e stili educativi molto diversi e che vanno in crisi su questioni apparentemente di poca rilevanza (le regole da dare all’adolescente maschio o femmina che sia, le scelte alimentari, l’insuccesso scolastico…), ma che dicono molto della difficoltà delle famiglie a orientarsi in un contesto sociale e culturale complesso in cui non c’è un modello educativo immediatamente riconoscibile, non c’è più, fortunatamente, il modello educativo, lo stile educativo, non ci sono obiettivi immediatamente condivisibili e adottabili e tutto questo precarizza il genitore. Da un lato infatti, non solo il genitore è più libero e creativo, ma è molto valorizzato anche il ruolo di ogni adulto/educatore che incontra i bambini e i ragazzi, dall’altro l’assenza di un modello educativo facilmente riconoscibile risveglia la competizione tra stili e modi diversi oltre che tra diverse agenzie educative (scuola, famiglie, reti informali, …): il genitore fa più fatica a capire quali scelte, quali comportamenti adottare nella crescita dei suoi figli ed è sempre più difficile farlo in sinergia con un altro adulto, l’altro genitore, l’insegnante, l’educatore…

Incontriamo anche genitori convinti di potersi quasi totalmente assentare, di potersi esimere dallo svolgere compiti faticosi, ripetitivi, quotidiani, delegandoli a sostituti diversi.
Oggi sempre più famiglie hanno un figlio solo, spesso arrivato un po’ più tardi e con un conseguente carico di aspettative altissime: gli adulti chiedono moltissimo ai propri figli e se il risultato non arriva subito, oggi o al massimo dopodomani, è un problema, anzi una “ferita personale” e l’adulto getta la spugna e cerca subito soluzioni esterne, delega ad altri i suoi compiti educativi.

Credo che questo sia un problema anche culturale, legato al concetto del consumo, ma che ha delle ricadute sempre più importanti nelle relazioni familiari: “il figlio è un prodotto che ho scelto, ho fatto consapevolmente, per il quale ho investito tempo, soldi e soprattutto aspettative di successo” e quindi, se non arriva ai risultati attesi è un problema, senza contare il carico schiacciante che tutto ciò genera sui figli, in un momento storico per altro, in cui a questi figli consegniamo una aspettativa di futuro spesso grigia, critica, precaria…

Oggi è importante che i servizi riescano a rappresentarsi anche questa dimensione culturale del problema, è importante riuscire a dare risposte anche culturali, oltre che accompagnamenti individuali, allargare l’azione a piccoli gruppi, ricostruire confronti e investire sulle competenze, peraltro ovviamente esistenti, dei genitori, ma troppo spesso messe in ombra da interventi che favoriscono una delega piuttosto che riattivare percorsi propri.
Se, come servizi sociali, non riusciamo anche a incidere sulla cultura educativa della crescita e dell’accompagnamento dei figli, non solo non facciamo bene a noi stessi, perché continueremo a ricevere domande e richieste su aree che, se consolidassimo/potenziassimo i genitori, potremmo non ricevere, ma non andremmo nella direzione di sostenere e valorizzare le funzioni e le competenze degli adulti necessarie per far evolvere nel tempo le segnalazioni che riceviamo.

Rispetto al lavoro con minori e famiglie di origine straniera, dal vostro osservatorio, leggete alcuni bisogni educativi specifici? Il lavoro con minori e famiglie di origine straniera pone questioni specifiche ai servizi e alle metodologie di intervento?

Leggiamo uno “sfasamento” delle giovani generazioni che arrivano in Italia e il dubbio che abbiamo nei servizi sociali rispetto a loro è: “riusciamo a capire quanto stanno male?”
Negli anni, abbiamo ormai imparato a riconoscere i segnali di sofferenza psicologica dei “nostri” adolescenti (disturbi alimentari, usi e abusi di consumi vari, ritiro in casa e dalle relazioni…) e cerchiamo di proporre percorsi adeguati.

Per l’area straniera il rischio che vedo è di attribuire il disagio di molti adolescenti stranieri al processo di ricongiungimento, che di per sé è certamente faticoso perché ragazze e ragazzi che si ricongiungono trovano un genitore che spesso si è costituito una nuova famiglia, retrocedono rispetto ai loro percorsi di studi per un arretramento linguistico, ma non credo si debbano “ridurre” i disagi che i giovani di origine straniera esprimono solo al processo di ricongiungimento, al confronto con culture differenti o alla doppia appartenenza culturale che li rende più esposti a conflitti con generazionali e/o di genere.

Ciò che penso invece, è che in alcune situazioni, i giovani di origine straniera siano esattamente come gli adolescenti nostri, con le stesse fragilità psicologiche e relazionali, che noi operatori però non riconosciamo come fragilità ed etichettiamo come comportamenti dovuti al processo migratorio e al rapporto con genitori di culture diverse.
Questo è un nodo che dobbiamo riuscire a sciogliere: i bisogni dei ragazzi sono gli stessi, non credo che il fatto di essere peruviano o cinese significhi avere bisogni evolutivi diversi…
Per un adolescente italiano per esempio, noi riusciamo in qualche modo ad accorgerci e ad avere dei segnali di situazioni di pregiudizio psicologico, mentre per un adolescente straniero rischiamo di fermarci davanti alla necessità di “rispettare i genitori perché hanno regole diverse che, perché di altre culture, facciamo fatica a comprendere…”, fino al punto, talvolta, di avallare scelte altrimenti discutibili.
A fronte di famiglie di culture differenti, è certamente più complicato riconoscere il significato di alcuni comportamenti e come servizi facciamo ancora fatica ad avvertire quanto alcuni comportamenti siano segnali di fragilità e sofferenza e quanto siano invece legati a dimensioni più culturali e di appartenenza a modelli educativi differenti: se è vero che riusciamo a capire alcuni comportamenti e a collocarli nel loro percorso culturale, non siamo però ancora in grado di accompagnare il percorso migratorio rispettandone le caratteristiche generali e culturali, ma riconoscendone anche le fragilità personali.

Vi sembra ci sia oggi un “target” di famiglie che i servizi non riescono a intercettare?

Raggiungiamo molto, rispondiamo parzialmente. E questa è una strategia di risposta che abbiamo adottato anche intenzionalmente, non potendo farci carico complessivamente delle situazioni. Con il nuovo piano di zona stiamo cercando di aprirci anche ad una fascia di ceto medio e medio alto di popolazione che utilizza supporti informali per stare in piedi nel quotidiano (baby sitting, tutor scolastico, lezioni private…) e che crediamo potrebbe usufruire di alcuni servizi. Si pensi per esempio, alla famiglia che invece di pagare in nero una insegnate di matematica potrebbe, spendendo meno, usufruire di un servizio di gruppi di sostegno scolastico di una cooperativa, affiancando quindi, al recupero scolastico anche occasioni per i ragazzi e per i genitori di socializzazione e relazione e ovviando, non ultimo, all’emersione del lavoro nero…

Stiamo pensando ad altre forme di risposte anche per quelle famiglie che, nel fronteggiamento di un grosso sovraccarico di cura (cura dei genitori, cura dei figli…), stanno arretrando anche dalla partecipazione a forme e spazi solidaristici… Si pensi per esempio, all’affido: le famiglie affidatarie che incrociano oggi i nostri servizi non sono più, come qualche anno fa, giovani famiglie con figli un po’ cresciuti, ma sono o famiglie molto più anziane, o single, o famiglie senza figli. Le famiglie con figli oggi in età scolare (il target privilegiato dell’affido) sono impegnate nella cura dei genitori e fanno i salti mortali per stare in piedi con i loro figli in città. Questo è un target che i nostri servizi oggi non raggiungono, ma che sarebbe importante raggiungere con forme e risposte un po’ più elastiche e che potrebbero per un verso, sostenere le famiglie in generale nei loro compiti di cura quotidiani,  per un altro verso “liberare” risorse importanti per la città e per la costruzione di un tessuto sociale solidale.

I fenomeni e i cambiamenti che ha descritto, come impattano sui servizi? Come interrogano i servizi?

Di fatto, fino ad oggi abbiamo “solo” chiesto di fare di più ai servizi, ma i servizi sono rimasti dotati delle stesse risorse malgrado l’aumento di prese in carico.
I nostri servizi sono il punto di incrocio, il 3D delle politiche sociali, dal nostro osservatorio vediamo le politiche sociali incarnate in tutte le loro dimensioni problematiche (sociali, educative, economiche, occupazionali…), non su tutto possiamo e dobbiamo rispondere con un sistema di servizi sociali alla persona, molto va fatto collettivamente con politiche per la casa, l’occupazione o il sostegno al reddito in generale.

Nello specifico invece dei servizi sociali e socio-educativi, è chiaro che in un regime di risorse scarsissime, stiamo sovraccaricando da tempo i servizi e stiamo cercando dei modi per rispondere ad esempio in modo un po’ più veloce alle domande solo economiche per cercare, laddove possibile, di scremare una parte di lavoro e di risposte che rischiano di mescolarsi e rallentare dimensioni di lavoro più specifiche sulla fragilità e sulla crisi familiare.
In merito quindi alle problematiche inerenti i rapporti familiari e tra generazioni, stiamo cercando di sperimentare ad esempio, gruppi di genitori che condividono un problema, un progetto educativo in favore dei propri figli e che quindi possono essere accompagnati a recuperare e rinforzare, anche reciprocamente, la fiducia e la capacità di esercitare le funzioni educative coi propri figli. Crediamo che anche dove si è andati fortemente in crisi, se si riconosce anche in altri un percorso di cambiamento, una strategia di risoluzione possibile, si può uscire da situazioni bloccate.

Abbiamo poi lavorato molto sulla rete esterna: i servizi sono titolari del progetto del minore e della famiglia, ma alcune parti di questo progetto vengono realizzate in co-progettazione, in esecuzione o in gestione dall’esterno: oggi l’intervento domiciliare, i centri diurni, le comunità sono tutti servizi esternalizzati con grande investimento pubblico, ma anche con partecipazione e saperi sviluppati dal terzo settore.

Il grande sforzo che stanno facendo oggi gli operatori dei servizi va nella direzione di cambiare sguardo nel senso di smettere di pensare di poter mettere un sostegno educativo  a tutti per quattro/otto  anni perché rischiamo di “chiudere” le possibili prese in carico senza aver mosso un millimetro nella effettiva competenza dei genitori di farsi carico direttamente del figlio/a, è economicamente svantaggioso oltre che inefficace.
Le priorità oggi sono chiare: dobbiamo lavorare con i genitori, ascoltare di più i bambini/e e ragazzi/e e valorizzare le relazioni, le competenze esistenti, restituendo responsabilità genitoriali più che sostituirle. Dobbiamo anche lavorare con tempi più certi e valutazioni di efficacia più diffuse. È infine prioritario condividere il lavoro con la rete, scandagliando anche, non ovviamente in un’ottica di controllo, cosa i diversi attori (il terzo settore, la scuola, l’area psicologica o il volontariato) fanno con le famiglie perché il lavoro educativo va ricomposto, la massa di interventi e attività va rivista e ricomposta in un ottica di corresponsabilità degli adulti e delle diverse istituzioni nell’accompagnamento dei soggetti in età evolutiva.