Il costo della vita secondo la Fondazione De Benedetti

Il modello elaborato dalla FRDB stima il costo della vita a livello provinciale e, su scala ancor più ridotta, a livello di sistema del lavoro locale.[1] Più specificamente, il modello permette di derivare, per ciascuna provincia e sistema del lavoro in Italia, un indicatore di costo della vita (“indice C”) più aderente alla realtà territoriale rispetto a quanto annualmente prodotto da Istat.
Gli “indici C” sono ottenuti partendo da un’ipotesi di fondo che riguarda il prezzo delle case in un certo territorio. Il costo dell’abitazione è non solo considerato un fattore importante di spesa familiare, ma anche un fattore determinante il prezzo di molti beni di consumo.  Secondo questa impostazione, le aree dove i prezzi delle case sono più elevati sono anche quelle dove la vita è più cara. L’indice del costo della vita è dunque una media ponderata fra costi “abitativi” e costi “non abitativi”, dove i primi sono derivati da dati dell’Agenzia del Territorio, che riporta i prezzi delle case al metro quadro, mentre i secondi sono calcolati attraverso un modello econometrico determinato da un lato dai costi dell’abitazione, dall’altro da una componente da essi indipendente, ricavata da dati dell’Indagine dei Consumi Istat.[2] La figura 1 riporta la mappa italiana degli indici di costo della vita per province (a) e sistemi di lavoro locali (b), dove il colore più intenso corrisponde alle aree con indice più alto.

Figura 1 – distribuzione dei valori dell’indice C per provincia (a) e sistema locale del lavoro (b)

distribuzione valori per provincia

distribuzione valori per sistema locale

Come si vede la vita costa di più soprattutto nelle aree metropolitane (Milano, Roma e Napoli) e nelle aree del litorale e di montagna. In queste zone, in effetti, la domanda di abitazioni è più consistente, per la presenza di maggiori opportunità di lavoro e di servizi o per via delle cosiddette “amenities”, vale a dire di tutti i benefici tangibili e intangibili legati, ad esempio, alla bellezza e alla tranquillità del luogo. Tali benefici si concentrano tipicamente nei luoghi turistici di mare o di montagna, facendo crescere il prezzo delle case e, di conseguenza, dei beni di consumo.

Si noti come le due mappe restituiscono un’immagine simile del Paese in termini di costo della vita, sebbene la seconda fornisca un livello di dettaglio maggiore. Per quanto riguarda la Lombardia, in particolare, guardando la mappa a il costo della vita risulta maggiore nelle province di Milano e Sondrio. La mappa b consente di individuare prezzi più alti anche in alcuni sistemi del lavoro bresciani. Il resto della regione si caratterizza per livelli di costo inferiori, che raggiungono però la fascia più bassa solo nella Provincia di Cremona. Se paragonata al resto d’Italia, perciò, e in particolare al Sud, la Lombardia emerge come regione relativamente cara.

L’indice di povertà Istat e il costo della vita

Fra quelli calcolati annualmente da Istat, la povertà assoluta è l’unico indice di povertà che tiene conto delle differenze di costo della vita fra diverse aree del Paese. La misura si riferisce alla condizione di insufficienza di risorse familiari per acquisire un paniere di beni e servizi considerati essenziali. Essa permette di identificare i poveri “in senso assoluto”, appunto, non essendo influenzata dai livelli di reddito e disuguaglianza all’interno del Paese, come invece altri indici quali la povertà relativa.
Per scontare le differenze di costo della vita nel calcolo della povertà assoluta la soglia reddituale considerata varia, oltre che per tipologia familiare, anche per ripartizione geografica (Nord, Centro, Sud) e dimensione del comune di residenza (area metropolitana, grande comune, piccolo comune). I diversi livelli di costo della vita per zona di residenza risultano così nove in tutto (3 dimensioni del comune per ogni ripartizione territoriale).[3] Dalle mappe della FRDB (figura 1) emerge però come il prezzo dei beni di consumo vari notevolmente all’interno delle ripartizioni territoriali in relazione non solo alle dimensioni del comune di residenza, ma anche alla presenza di “amenities”, come sopra specificato. Per fare un esempio, Liguria e Valle d’Aosta presentano un indice di costo elevato su tutto il loro territorio. Seppure in Valle d’Aosta non vi sia un’area metropolitana come definita da Istat, vale a dire un comune con più di 250.000 abitanti, i costi della vita, almeno secondo il modello della FRDB, sono elevati. Questo vuol dire che, a parità di reddito, le famiglie liguri e valdostane si trovano in condizioni relativamente peggiori rispetto ad altre famiglie in Italia.

Spunti di riflessione

Per concludere, lo studio della FRDB permette di evidenziare alcuni limiti delle stime Istat sulla povertà in Italia. Fattori determinanti del costo della vita (fra cui il prezzo delle case, l’attrattività turistica di un territorio,…) rimangono esclusi dai calcoli dell’istituto di statistica, con la conseguenza di generare stime di incidenza della povertà solo parzialmente aderenti alle realtà territoriali. Come lo stesso Istat insegna, invece, il costo della vita ha un forte impatto sulla stima della povertà.
Un’altra riflessione nasce dall’evoluzione dell’incidenza di povertà assoluta negli ultimi anni. Guardando ai tassi di variazione percentuale da un anno all’altro (figura 2) si vede come la povertà sia fortemente aumentata in particolare al Centro-Nord.

Figura 2 – Variazioni percentuali dell’incidenza della povertà assoluta in Italia e per macro-aree geografiche

incidenza-poverta -assoluta
Dal 2009 al 2010 l’incidenza della povertà assoluta nel Centro Italia è cresciuta del 41%, mentre dal 2011 al 2012 lo stesso indice è aumentato della metà al Nord (+49%). Il Sud, invece, ha presentato negli ultimi anni tassi di variazione più contenuti, addirittura negativi nel biennio 2009-2010. Di fronte a queste evidenze e alla luce dello studio della FRDB ci possiamo chiedere se esista una relazione fra il costo della vita e il recente aumento della povertà in Italia. Le mappe mostrano chiaramente come il prezzo dei beni sia maggiore al Centro-Nord, dove si concentrano le aree metropolitane (ben 6 delle 12 città con più di 250.000 abitanti si trovano nelle regioni settentrionali), nonché diverse zone turistiche. Sembrerebbe così che siano proprio le aree più ricche, caratterizzate da un costo della vita maggiore, a cedere più rapidamente in termini di benessere delle famiglie, mentre il Sud, tradizionalmente più povero, pare resistere di più.
Alla luce di queste considerazioni, sarebbe interessante approfondire la relazione fra costo della vita, legato (anche) alla ricchezza economica di una determinata area, ed evoluzione del fenomeno povertà. I dati suggeriscono, infatti, che siano proprio le famiglie del Nord a subire maggiormente l’impatto della crisi, pur partendo da un livello di benessere maggiore.

 


[1] Con “sistema di lavoro locale” si intende l’insieme di comuni attigui legati fra loro dai flussi degli spostamenti quotidiani per motivi di lavoro, e caratterizzato da “autocontenimento” di attività produttive e servizi.
[2] Maggiori informazioni sono disponibili sul sito delle Fondazione De Benedetti , cliccando su “Materiali di lavoro 8 – Boeri” e “Presentazione Boeri-Monti-Serra”.
[3] Ciascun livello è poi incrociato con le diverse tipologie familiari, che tengono conto del numero e dell’età dei componenti.