La Regione Lombardia è stata la penultima regione italiana ad approvare una legge di contrasto alla violenza e sconta oggi un grave ritardo nel promuovere azioni e interventi di contrasto della violenza e di sostegno alle donne vittime di violenza. Che cosa ha generato questo ritardo?

Il percorso che ha portato all’approvazione della legge è stato piuttosto periglioso.   Negli anni sono stati fatti alcuni tentativi per portare all’attenzione politica il tema della violenza sulle donne: la minoranza ha deposto alcuni progetti di legge per affrontare il tema delle azioni di contrasto al fenomeno della violenza sulle donne e Fiorenza Bassoli, consigliera di minoranza, ha individuato in un comma della legge sulla famiglia la possibilità di riconoscere piccoli finanziamenti che però non hanno mai avuto continuità con la conseguenza che sono sempre stati considerati a carattere sperimentale. Non ultimo, un lavoro importante l’hanno fatto le case i centri e di accoglienza con la proposizione di un progetto di legge di iniziativa popolare che ha reso pubblica la denuncia del fatto che RL non avesse ancora una legge.   Ciò nonostante, per anni nella nostra Regione non è accaduto nulla e il motivo di questo ritardo è tutto politico: la difficoltà o non volontà a comprendere la particolarità del fenomeno.   Da un lato, si è ormai consapevoli che il fenomeno della violenza sulle donne, nella maggioranza dei casi, si consuma all’interno delle mura domestiche, dall’altro si fa ancora fatica a riconoscere che la famiglia, largamente intesa, oltre ad essere una opportunità e una possibilità, in alcuni casi può essere un problema e anche un problema importante.   Parallelamente alle azioni politiche e ai tentativi legislativi, ha giocato un ruolo certamente importante il consolidarsi nell’opinione pubblica della necessità di un impegno istituzionale per contrastare la violenza sulle donne.   Finalmente, nella scorsa legislatura, anche la maggioranza ha presentato un suo progetto di legge e questo ha portato alla condivisione di un testo che a mio parere, è una buona sintesi tra i progetti di legge di iniziativa popolare, i progetti di legge presentati dalla minoranza e il progetto di legge della maggioranza.   Ad oggi, solo la Basilicata non ha ancora una legge regionale in materia di violenza sulle donne, mentre altre Regioni sono molto più avanti della Lombardia nel percorso legislativo, in quanto hanno emanato tanto leggi quadro quanto leggi specifiche e provvedimenti attuativi.

Con quali criticità oggi Regione Lombardia deve confrontarsi nell’attuazione della legge 11?

Dopo l’approvazione della legge, di fatto è caduta la Giunta e questo ha rallentato molto il percorso di finanziamento della legge. Con l’insediamento della nuova Giunta c’è stato un tentativo di prevedere canali di finanziamento a mio avviso non coerenti con il testo della legge, cioè tramite lo strumento del buono e del voucher.   Nella delibera 116 era previsto un impegno economico significativo, solo presunto, che però dava un’indicazione di intervento sul tema della violenza sulle donne tramite buoni e voucher che avrebbe però generato due ordini di problemi. Da un lato, prevedere voucher e buoni avrebbe significato procedere con l’accreditamento delle case e dei centri di accoglienza che però non possono essere paragonati, per storia e tipologia di  intervento, ai servizi di carattere specificatamente sociale e socio sanitario. Dall’altra parte, introdurre il voucher avrebbe comportato una riduzione pericolosa delle azioni di contrasto ad un intervento di carattere puramente emergenziale e delimitato. Nel momento in cui una donna è vittima di violenza, se le diamo in mano il voucher, è quello di cui ha bisogno in quel momento? L’attivazione di una erogazione economica non è assolutamente sufficiente, serve costruire una rete di sostegno che strutturi, nell’emergenza, l’accoglienza, ma che non si esaurisca in questo.   Per fortuna, grazie ad una sollecitazione formale e informale all’interno del Consiglio e fuori, e al passaggio di competenze dall’Assessorato alla Famiglia all’Assessorato alle Pari Opportunità, la maggioranza ha desistito da voucher e buoni e ha compreso la necessità di finanziare la legge per come era stata approvata e con la variazione di bilancio 2013, c’è stato l’impegno economico di 1 milione di euro e contemporaneamente, l’apertura dell’avviso per la costituzione del Tavolo previsto dalla legge.   Credo inoltre, che sia importante che il tema della violenza sulle donne sia in capo all’Assessorato alle Pari Opportunità, perché se fosse restato in capo all’Assessorato alla Famiglia sarebbe finito in un grande calderone e sarebbe rimasto confinato in una questione di emergenzialità e di disagio sociale, senza riconoscerne invece la dimensione culturale, formativa, interistituzionale…

Quali priorità oggi la Regione deve sostenere per dare piena attuazione alla legge?

L’impegno economico e l’attivazione del “Tavolo permanente per la prevenzione e il contrasto alla violenza contro le donne” sono un po’ a scavalco, anche se la legge prevedeva una tempistica diversa. Il primo passaggio sarebbe dovuto essere l’attivazione del Tavolo, il Tavolo avrebbe dovuto redigere il Piano Quadriennale e una volta fatto il Piano e passato in Consiglio, si sarebbero dovuti erogare i fondi. Ma si è perso già troppo tempo e se avessimo dovuto seguire l’iter previsto dalla legge, i tempi si sarebbero oltremodo allungati.   Questo impegno economico a scavalco, senza perdere di vista l’urgenza di un Piano quadriennale condiviso dal Tavolo, credo sia da accogliere positivamente.     Stanno per partire progetti per 980.000 mila euro: quale dovrà essere l’impegno di Regione per il prossimo anno e in relazione a questa nuova tranches di interventi? I fondi messi a disposizione devono essere impiegati prioritariamente sul filone dell’accoglienza, anche se la legge prevede molti altri filoni di finanziamento che hanno pari importanza.   La Giunta ha deciso di dare priorità agli interventi che lavorano sull’accoglienza e alle realtà che hanno costituito sul territorio delle reti e sottoscritto Protocolli di Intesa.   Questa scelta opera inevitabilmente una selezione perché non sono tantissime le Amministrazioni che hanno costituito delle reti e stipulato Protocolli di Intesa.   La scelta, inoltre, di concentrarsi sull’accoglienza credo sia giustificabile perché non avendo fatto nulla la Regione in questi anni, la priorità è ora finanziare le realtà che negli anni hanno garantito il primo intervento di emergenza e hanno garantito l’accoglienza delle donne vittime di violenza e sono sopravvissute con contributi propri e, quando andava bene, dei Comuni.

Quali dati sono oggi disponibili per comprendere il fenomeno?

Una parte del finanziamento previsto dalla DGR X/861, è destinato ad Eupolis per fare un primo monitoraggio sul fenomeno e sui dati e per strutturare un sistema di raccolta uniforme a livello regionale.   Il problema oggi è che non ci sono dati sistematizzati a livello lombardo. A livello italiano si fa riferimento ai dati Istat. A livello regionale, ci sono i dati del Tribunale rispetto al numero delle denunce, ci sono i dati delle Questure, ci sono i dati di accesso ai Servizi… E’ assolutamente prioritario costruire un sistema trasversale e uniforme di raccolta e analisi dei dati.

Quali priorità per il Tavolo permanente, a seguito del suo insediamento?

Il tavolo si è riunito due volte, di cui la prima per la sua presentazione pubblica.   La prioritaria funzione del Tavolo è quella di costruire il Piano Quadriennale che dovrebbe poi orientare l’allocazione delle risorse e dei finanziamenti.   Nell’ultima riunione del Tavolo, questo scopo non è stato messo in evidenza in modo specifico ed è stato necessario richiamarlo.   Il rischio che vedo è che se il Tavolo non focalizza bene la sua priorità e il suo compito, quello cioè di redigere il Piano Quadriennale, deleghi la sua funzione alla Giunta e non riesca ad interpretare l’obiettivo previsto nella legge, di coinvolgimento e partecipazione alla definizione delle priorità e delle strategie, di diversi soggetti istituzionali e del terzo settore.

Cosa manca alla legge?

Nell’impianto legislativo così come lo abbiamo definito, credo ci siano tutte le condizioni per un buon lavoro.   Quello che forse manca come focus e che ci hanno evidenziato è il tema delle azioni verso i maltrattanti. Criminologi importanti stanno mettendo in evidenza, con i loro lavori, che il reato di maltrattamento è uno tra i reati che hanno un tasso di recidiva più elevato e che se non si costruiscono percorsi di “recupero”, si rischia di non riuscire a intervenire sulla riduzione del fenomeno.   Credo però che la legge attuale, qualora ci fosse la volontà di lavorare anche con i maltrattanti, non lo impedisca. La legge 11 è una buona legge, ciò che oggi conta di più è la sua applicazione e cioè la quantità e continuità dei finanziamenti che si riusciranno a garantire nei prossimi anni.

Quali dovrebbero essere le priorità per il Piano Quadriennale?

Oltre alla necessità di dare risposte e risorse all’emergenza e quindi al tema dell’accoglienza, credo che altre possibilità di finanziamento debbano convergere sulla formazione, non tanto degli operatori e delle operatrici della rete delle case e dei centri di accoglienza, quanto di tutti gli altri interlocutori più esterni alla rete dell’accoglienza, dagli insegnanti ai medici di medicina generale, alle forze dell’ordine. Ho la percezione che ci sia stata una evoluzione straordinaria da parte delle forze dell’ordine nella capacità di intervento e di attenzione, ma non è ancora così generalizzata. Ci sono punte di eccellenza, ma c’è anche una quotidianità che è ancora fatta di sottovalutazione. Dovranno essere le operatrici e gli operatori della rete a fare la formazione agli operatori “più esterni”, perché tra le operatrici e gli operatori della rete si sono maturate negli anni delle competenze eccellenti.   Un’altra priorità che individuo riguarda il problema dei dati e la necessità di finanziare l’Osservatorio per avere una raccolta e una analisi dei dati uniforme e aggiornata.