Cosa è, in sintesi, il progetto “Casa dei papà separati”?

Il Progetto “Casa dei papà separati” si chiama oggi “Progetto Residenza Insieme” e vede la collaborazione tra Aler, la Direzione Centrale Casa e il Laboratorio di Quartiere e la Direzione Centrale Politiche Sociali e Cultura della Salute, che sono anche i soggetti che compongo la Cabina di regia del progetto.
Il Progetto prevede la locazione temporanea di 40 bilocali nuovi ed arredati ad adulti separati per un contratto di massima di 18 + 18 mesi. Il rinnovo dopo i primi 18 mesi è subordinato al rispetto del contratto, ma anche all’adesione a un progetto.
L’edificio, in zona Gratosoglio a Milano, è un edificio Aler fuori ERP.
Aler ha fatto la selezione dei genitori e ha assegnato i bilocali. Tra ottobre 2012 e gennaio 2013 la casa è stata interamente occupata dai suoi abitanti. Il progetto di accompagnamento sociale che curiamo noi è partito a giugno del 2013 quando siamo stati ingaggiati per costruire il piano di lavoro. Abbiamo quindi intervistato tutti gli inquilini, perché non sapevamo chi c’era in quella casa, e  da settembre 2013 siamo partiti concretamente con gli accompagnamento sociali.
A noi è stato chiesto di progettare e realizzare un piano di accompagnamento sociale che tenesse in evidenza il tema della casa e la centralità del carattere temporaneo dell’assegnazione degli alloggi. Nostro obiettivo era ed è costruire dei percorsi di accompagnamento che mettano le persone nelle condizioni di abitare quella casa in modo temporaneo.

Chi sono gli adulti che abitano oggi i quaranta bilocali?

Nove abitanti su 40 sono donne. La maggior parte sono persone italiane e con figli. Le poche persone di origine straniera sono migranti di lungo periodo, in Italia da moltissimi anni. L’età delle persone ospiti è tra i 35 e i 45 anni, la fase della separazione. Ci sono molti figli minori e un certo numero di figli maggiorenni.
La maggior parte degli inquilini sono persone con contratti di lavoro a tempo indeterminato, a tempo pieno o part time, redditi medi che però non garantiscono una copertura di reddito sufficiente a sostenere una nuova abitazione e gli assegni per i figli.
Tra l’altro, le persone con contratto a tempo indeterminato sono anche quelle con maggiore possibilità di contrarre debito e questo fa sì che molti degli inquilini abbiano situazioni debitorie da risolvere, in modo decisamente più consistente di chi ha contratti precari.
Il tema è puramente economico, la dimensione dei problemi sociali o personali di queste persone non è rilevante. Certamente, ci sono persone più o meno fragili e con più o meno competenze per la ricerca di un alloggio, ma complessivamente sono persone che non hanno particolari problemi di integrazione sociale se non quelle legate al tema della casa e del lavoro.
Non sono gruppi familiari storicamente in carico ai servizi, chi arriva da noi è al primo incontro con i servizi.
La sensazione è che ci siano molti padri molto attenti e impegnati sul ruolo paterno. Certamente, non aver avuto per molto tempo un alloggio adeguato è stata una condizione che ha inciso molto sulla possibilità di esercitare la propria genitorialità.
Gli inquilini hanno dichiarato che questa opportunità alloggi attiva costituisce un forte alleggerimento economico, ma anche emotivo. Alcune persone viaggiavano da tre anni di casa in casa ed entrando in questo progetto hanno finalmente trovato un posto dove poter mettere le proprie cose, perché prima avevano scarpe e vestiti in tanti posti diversi…
Non solo, avere una casa stabile significa anche avere un posto dove poter accogliere i figli.
La casa è abitata dai figli durante il fine settimana: al secondo piano c’è uno spazio comune, una grande area giochi grande che si anima nei week end.

Quali azioni avete progettato e state realizzando in relazione ai bisogni e alle problematicità che avete rilevato?

Il nostro lavoro è la costruzione del piano di accompagnamento sociale.
La prima cosa per riuscire a partire era conoscere le persone perché non potevamo accompagnare nessuno se non sapevamo chi erano e dove potevano andare. Abbiamo fatto quindi un primo lavoro di conoscenza e di interviste in profondità con gli inquilini. Dopodiché, abbiamo in qualche modo suddiviso per tipologie gli inquilini: cerchiamo di fare un presidio un po’ più vicino alle persone che hanno delle fragilità più evidenti di ordine psico sociale, e un presidio più ravvicinato con le persone che si trovano in situazioni di difficoltà economica perché hanno perso il lavoro o perché hanno redditi inadeguati. Cerchiamo di capire con loro come si stanno muovendo sul mercato del lavoro, quali sono le risorse attivate, in che direzione si potrebbe andare; una sorta di attività di counselor con l’idea di sostenerli e attivarli rispetto a questa dimensione.
La parte invece più rilevante del lavoro sta nell’accompagnare gli inquilini alla ricerca di un alloggio alternativo. Una parte importante di questo accompagnamento è la negoziazione costante con gli inquilini rispetto al contratto che li tiene in quella casa: la percezione generalizzata è “sono in una casa Aler, qui ci sono e qui ci resto” e il grosso tema è come intervenire per fare in modo che percepiscano la temporaneità della locazione.
Cerchiamo ci costruire i presupposti per cui ogni persona, da oggi, da subito, si metta in movimento per la costruzione di un alloggio alternativo e non aspetti la fine dei 18 + 18 mesi…
La nostra idea è di costruire una posizione attiva rispetto all’uscita dalla casa e questo è un lavoro non da poco. Trentasei mesi è anche un tempo significativo e la domanda è “come utilizziamo questo tempo in funzione di trovare la miglior soluzione possibile per uscire da qui”, fermo restando le differenze e i diversi bisogni degli inquilini.
Il gruppo è un gruppo in cui tutti hanno lo stesso problema, sono stati espulsi dal mercato della casa e ci devono rientrare. È importante presidiare il contratto che li tiene qui, ricordano la temporaneità della permanenza e la necessità di utilizzare i 36 mesi perché dopo, l’uscita c’è, che lo si voglia o no.
Quello che cerchiamo di fare sull’aspetto casa è recepire l’esistente, che non è molto, e indirizzare gli inquilini verso bandi o bandistica adeguati alla loro situazione.
Abbiamo fatto un questionario per capire quali sono le loro aspettative e i loro orientamenti sulla casa, le dimensioni, la tipologia di soluzione che hanno in mente, dall’acquisto, perché no, alla locazione, alla coabitazione, al tema delle cooperative sociali, alla autocostruzione, cercando di esplorare tutte le possibilità, che non sono comunque molte.
Capiti i loro orientamenti, cerchiamo di indirizzarli per aree di interesse verso ciò che si muove nel panorama della casa a Milano.
Adesso per esempio, è aperto il bando Borgo sostenibile che prevede una serie di alloggi a canone moderato; abbiamo invitato tutti gli inquilini a prenderlo in considerazione e stiamo accompagnando quelli che ce lo richiedono, alla compilazione della domanda e alla produzione dei documenti necessari.

Prevedete anche alcune azioni specifiche con tutto il gruppo?

Lavoriamo anche con il gruppo, la nostra funzione ha un carattere principalmente consulenziale, dobbiamo costruire flussi di informazioni generali per tutti, per cui abbiamo immaginato e costruito un calendario di incontri per tutti dove si trattano alcuni temi specifici, tra i quali, per esempio: il canone (moderato, sociale, calmierato, la struttura dei canoni, i soggetti che si occupano di questi aspetti…), le cooperative edilizie (cosa sono, quante sono, dove, come funzionano, come si entra…). Vorremmo poi organizzare un incontro sul microcredito perché crediamo sia importante avere anche dei meccanismi di rinforzo che accompagnino gli inquilini al salto sul mercato dell’alloggio.
Nel lavoro con il gruppo è importante presidiare la dimensione della concretezza: portare e mettere sul tavolo un bando da considerare, delle strade da percorrere e invitarli a farlo prendendo in considerazioni le loro condizioni; questa concretezza permette di mantenere il rapporto sull’oggetto di lavoro.
In fase di avvio del progetto, abbiamo anche valutato che lavorare sulle relazioni sociali tra gli inquilini sarebbe stato un elemento di contraddizione: se lavoro per consolidare le relazioni all’interno della casa, diventa molto difficile, se non contradditorio, lavorare perché quella casa sia temporanea per te. Io operatore non lo posso fare perché entro in una contraddizione progettuale.
Si potrebbero certo immaginare degli interventi sul tema della genitorialità e offrire spazi dove gli inquilini possano confrontarsi sulla gestione dei figli, ma il dato è che questo gruppo non si è trovato sul tema della genitorialità, ma sul tema del bisogno abitativo.
Non sono simili sul tema della genitorialità e anche forzare non sappiamo quanto abbia senso.
I nuclei sono molto diversi e noi prevediamo dei percorsi personalizzati, ma con l’indicazione di non attivare una presa in carico profonda e globale della persona e laddove dovessero emergere aree problematiche, invitiamo le persone a prendersene cura rivolgendosi ai servizi più idonei.

Ad alcuni mesi dall’avvio di questo progetto che ha certamente dei tratti di sperimentazione e novità, quali vi sembrano i temi e le questioni importanti che stanno emergendo?

Il nostro lavoro funzioni nel momento in cui presidiamo quello che c’è e con una tempistica molto puntuale, informando gli inquilini sulle opportunità che si aprono e facendo il possibile perché loro rispondano e si attivino.
Vorremmo anche introdurre il tema della coabitazione, ma c’è una questione culturale intorno al tema casa. Molti inquilini arrivano da esperienze di coabitazione al ribasso (ospitalità, coabitazioni in condizioni estreme), ma molti di loro sono lavoratori giovani e potrebbero pensare a forme di coabitazione interessanti. Spesso però, abbiamo osservato che l’essere “passati dalla famiglia, dalla struttura famiglia”, porta loro a pensare che la casa è la casa della famiglia. Immaginare una forma dell’abitare diversa dalla “casa famiglia” è abbastanza difficile…
Il disagio abitativo adulto esiste e si innesta in modo preponderante nell’esperienza della separazione. In fase di separazione, si innestano elementi di carattere emotivo e di progetto che destabilizzano molto l’adulto: la separazione è un crollo del progetto di vita ed è una fase delicata alla quale, se si innesta anche una complessità economiche, rischia di trasformarsi in situazione di grave emarginazione.
Ma non è sufficiente prevedere forme di abitare sociale,  non è sufficiente offrire un alloggio per 36 mesi a un prezzo calmierato perché le persone superino questa fase fortemente critica. Accompagnare le persone alla ricerca di un miglioramento generale della loro condizione potenzia molto l’utilità della risorsa calmierata, la risorsa calmierata può essere il presupposto per una uscita migliore, ma la mancanza dell’appoggio genera il rischio che alla fine del trentaseiesimo mese, le persone siano sulla strada senza aver costruito altre possibilità reali.
Detto ciò, il piano di accompagnamento sociale non è sufficiente a garantire che dopo la temporaneità dell’accoglienza, troverò casa… Se sono stato espulso dal mercato dell’alloggio, non è solo per un fattore soggettivo, ma anche per alcune condizioni oggettive che connotano oggi il mercato dell’alloggio. O si modificano anche le condizioni del mercato dell’alloggio costruendo, studiando delle opportunità diverse dalla pura locazione privata o le espulsioni aumenteranno in modo esponenziale.
È necessario lavorare tanto sui fattori soggettivi attraverso appunto forme di accompagnamento sociale, quanto sui fattori oggettivi studiando e individuando soluzioni maggiormente sostenibili e differenziate nel mercato della casa. E questo significa anche, come nel nostro progetto, costruire delle Cabine di Regia dove ci siano tanto istituzioni e competenze in ambito sociale, quanto in materia casa.