Quando si parla di violenza contro le donne, ci si riferisce a fenomeni diversi: Violenza domestica, la forma più diffusa, violenza da pratiche tradizionali, violenza nel posto di lavoro… Quali fenomeni osservate nel vostro territorio?

Eos è nata nel 1998 e fino a qualche anno fa si rivolgevano a noi 60/80 donne in un anno. Da quando siamo state riconosciute e accreditate nella rete 1522, il numero è molto aumentato, fino a 128 donne in un anno.
Ciò che osserviamo è che moltissime delle donne che arrivano al nostro Centro arrivano completamente deprivate, senza una domanda o un bisogno già elaborato, ma con la richiesta di essere ascoltate, credute nel loro racconto vissuto con sofferenza e, quasi sempre, in solitudine. Noi cerchiamo di aiutarle, prima ancora della denuncia, a lavorare sul loro sentimento di inadeguatezza e sulla loro percezione di “essere responsabili” della situazione in cui si trovano, che condiziona notevolmente la possibilità di compiere scelte di libertà.
Delle tante forme di violenza che osserviamo, la violenza psicologica è certamente il tratto prevalente del comportamento del compagno o partner maltrattante: la maggioranza delle donne che arrivano da noi sono nella fase della violenza psicologica, del maltrattamento fisico ed  economico. Anche quando hanno un tenore di vita ragionevole, il problema della non autonomia economica diventa un nodo centrale. Non ultimo, alla violenza fisica si accompagna la violenza sessuale.
Un altro aspetto del fenomeno che osserviamo è che queste forme di violenza attraversano tutte le fasce sociali e di età. Ultimamente arrivano da noi anche donne che hanno superato i 50 anni e che, sentendosi liberate dal vincolo di cura nei confronti dei figli ormai cresciuti, sentono il bisogno di parlare con qualcuno della loro condizione. Non sono nell’intenzione di decidere di denunciare, perché dopo 30, 35 anni di convivenza non riescono a maturare la scelta di separarsi, ma hanno fatto una vita dove nessuno le ha ascoltate o ha creduto loro. Le più “anziane” arrivano a noi perché hanno bisogno di essere ascoltate.
Una considerazione: la violenza contro le donne non è solo delle donne straniere. Delle donne che arrivano a noi, il 30% sono donne di origine straniera, mentre il 70% sono italiane. Solo il 15% dei maltrattanti ha problemi di alcolismo, droga o criminalità; il restante sono uomini “normali”, dalla vita apparentemente tranquilla, spesso anche con una visibilità sociale significativa.

Di quali dati disponete? Avete predisposto un sistema trasversale e uniforme di raccolta e analisi dei dati tra i diversi attori coinvolti nella rete?

Abbiamo la raccolta dati delle donne che ascoltiamo, che prendiamo in carico e che inviamo al coordinamento regionale dei Centri Antiviolenza, che quindi ha dei dati su scala regionale che sono anche stati presentati nel primo incontro del Tavolo Tecnico Permanente appena costituito.
Inoltre, grazie a un finanziamento di Fondazione Cariplo, abbiamo avviato un’azione finalizzata alla progettazione di una scheda di rilevazione qualitativa e quantitativa da utilizzare in tutti e 6 i Centri di ascolto sul tema della violenza che si sono costituiti in Provincia, per costruire un osservatorio provinciale. Questo lavoro è durato un anno ed ha permesso la costituzione della Rete territoriale. Ora, la stessa cosa la sta promuovendo anche Regione Lombardia, con un incarico specifico a Eupolis. A questo punto, stiamo valutando come fare interagire e rendere massimamente efficace, nell’interesse delle donne, il nostro progetto territoriale con quello regionale.

Quali azioni di contrasto alla violenza contro le donne sono state attivate sul vostro territorio negli ultimi anni?

Negli ultimi anni ci siamo concentrati su tre macro azioni:

  • i percorsi di sostegno alle donne;
  • la formazione delle assistenti sociali di Consultori e Comuni;
  • la realizzazione di percorsi formativi e culturali nelle scuole.

L’azione prioritaria che realizziamo è il lavoro di sostegno, sulle donne e con le donne, perché non si sentano sole e perché possano maturare un percorso di vita diverso e riescano a scegliere il percorso da intraprendere. Su questo versante, oltre all’ascolto, viene offerto il sostegno psicologico e legale; inoltre, quando maturano le decisioni, le aiutiamo a raccogliere tutta la documentazione necessaria per l’eventuale denuncia.
In questo lavoro di sostegno, cerchiamo sempre di avviare un rapporto anche con le Istituzioni: per ogni presa in carico che attiviamo, prevediamo anche un contatto con una assistente sociale del Consultorio o del Comune e con Prefettura e Forze dell’ordine. Cerchiamo di attivare le prese in carico sempre insieme ad altri soggetti, perché noi non possiamo intervenire su tutti i bisogni e i problemi: se c’è bisogno di una casa o se ci sono dei figli minori, per esempio, c’è bisogno di altre figure e competenze.
Il 50% delle donne che si rivolge a noi ha dei figli minori: noi non possiamo intervenire sui minori, ma segnaliamo immediatamente ai Servizi Sociali i casi. Questo è un passaggio molto delicato che richiede molta sensibilità, per evitare interventi di allontanamento immediato dei minori giustificati con una valutazione di inadeguatezza della madre.
Agli Enti Locali e alle assistenti sociali dobbiamo dare gli strumenti per comprendere che “dietro al disagio di un bambino”, c’è una donna maltrattata. Per questo motivo, abbiamo realizzato negli anni, diversi corsi di formazione rivolti alle assistenti sociali dei Consultori e degli Enti Locali perché sappiano interpretare il disagio delle donne che incontrano, prima di esprimere giudizi di merito e di innescare interventi spesso irrevocabili come l’allontanamento dei figli.
Una azione che valutiamo importante e necessaria è il lavoro nelle scuole, finalizzato a creare una cultura del rispetto.
Al momento, siamo impegnati in un progetto che prevede percorsi di formazione per docenti, maschi e femmine, di scuole medie inferiori e superiori, in cui offriamo elementi di conoscenza del fenomeno e strumenti per riuscire, eventualmente, a riconoscerlo e intercettarlo (capendo anche come comportarsi, a chi rivolgersi…). Nello stesso progetto, con modalità ovviamente diverse, prevediamo anche una formazione con ragazze e ragazzi sull’affettività e il rispetto dell’altro.
Vorremmo poi riuscire a prevedere una formazione anche con i genitori, per la loro rilevanza nell’educazione dei figli e delle figlie. Crediamo sia importante costruire un riferimento culturale diverso in materia di maltrattamento e violenza sulle donne.

La DGR 25 ottobre 2013 – n. X/861 definisce le linee-guida e stanzia risorse per la sottoscrizione degli accordi di collaborazione con i Comuni capofila di reti territoriali interistituzionali e per il sostegno a progetti sperimentali di contrasto al fenomeno della violenza. Che cosa è accaduto sul vostro territorio?

In applicazione della legge 11, a Varese abbiamo creato una rete formale attraverso la costituzione del Protocollo di Intesa al quale hanno aderito tutte le istituzioni della Provincia: Scuola, Prefettura, Questura, Provincia, Carabinieri, Asl, Azienda ospedaliera, Tribunale e Magistratura, e tutte le Associazioni che lavorano per il contrasto della violenza sulle donne. Ad oggi, hanno aderito 13 soggetti istituzionali.
Insieme, abbiamo formulato un progetto (capofila il Comune di Varese) che prevede il potenziamento dei Centri Antiviolenza per riuscire a rispondere in modo celere e tempestivo alle richieste di aiuto che ci pervengono, incrementando il sostegno psicologico e legale. Inoltre, pensiamo di qualificare ulteriormente l’aiuto alle donne con la formazione di gruppi di auto-aiuto e i bilanci di competenze affinché le donne riscoprano capacità e risorse che anni di destrutturazione psicologica ed emotiva hanno sopito.
A fianco del potenziamento dei Centri, il progetto prevede anche dei percorsi di formazione rivolti al personale, medici e infermieri, dei Pronti Soccorso degli Ospedali della Provincia, per acquisire strumenti per intercettare eventuali forme di violenza tra le donne che accedono al Pronto Soccorso. C’è la donna che arriva al Centro perché ha le gambe per farlo o c’è la donna che viene portata al Pronto Soccorso e qui va intercettata.
Nel Progetto si è pensato anche al pezzo importante dell’ospitalità, che è il punto dolente. Troppo spesso, sia noi volontarie dei Centri, che le Amministrazioni, a fronte di casi urgenti per sottrarre la donna al pericolo, ci sentiamo in seria difficoltà per carenza di offerta (solo 20 posti in tutta la Provincia).

Quali criticità state incontrando nella costituzione e nel mantenimento della rete?

Il Protocollo è stato formalizzato in tempi molto stretti perché era funzionale per l’accesso ai finanziamenti.
È importante che il Protocollo che abbiamo costituito sia per un verso vincolante, nel senso che responsabilizzi i soggetti che vi hanno aderito a lavorare davvero sulle azioni di contrasto, ma che sia anche aperto, nel senso che vi possano aderire tutti i Comuni e le associazioni che intendono lavorare sul problema della violenza contro le donne.
Ma qui c’è un problema: la Provincia di Varese ha 140 Comuni e gestire un protocollo con 140 Comuni diventerebbe difficoltoso. Vorremmo allora proporre l’adesione per Ambiti territoriali in modo che le azioni di contrasto siano inserite in modo integrato nelle politiche di Piano, con azioni e risorse specifiche.
Anche i Sindacati hanno chiesto di entrare nel Protocollo. Il Sindacato, quando incontra donne vittime di violenza, ce le segnala e ce le invia. Ora vorremmo che il Sindacato incominciasse a lavorare intorno ai temi delle molestie sessuali, mettendo al centro il rispetto della dignità delle donne, definendo all’interno dei luoghi di lavoro precisi codici di comportamento e a farsi parte attiva nell’individuazione di misure di sostegno per il reinserimento lavorativo delle donne che subiscono maltrattamenti.

A novembre scorso è stato istituito il Tavolo permanente per la prevenzione ed il contrasto alla violenza contro le donne. Quali devono essere secondo voi le priorità di lavoro del Tavolo?

Primo, costruire l’esatta fotografia del fenomeno. Solo conoscendolo si possono delineare precise linee di intervento.
Secondo, sviluppare progetti formativi rivolti a coloro che hanno un funzione educativa, sociale, sanitaria e genitoriale.
La Regione Lombardia è la Regione con il più alto numero di femminicidi. Quasi tutte le donne uccise avevano denunciato la loro condizione e il loro partner. Quale è il meccanismo che è saltato tra il momento della denuncia, il momento dell’intervento nei confronti del maltrattante e il femminicidio? Quale è il rapporto tra Tribunale, Questura, tra tutti i soggetti che devono intervenire nella fase della protezione? Questa è la domanda oggi. Ed è una realtà che va profondamente indagata.

La DGR 25 ottobre 2013 – n. X/861 individua una priorità per i progetti di accoglienza e ospitalità. Vi sembra che questa misura colga le priorità effettive che emergono dai territori?

La carenza dei posti di ospitalità e accoglienza è sicuramente un problema. Va sensibilmente aumentata l’offerta, però non dobbiamo considerarlo come intervento unico ed esaustivo. Serve sviluppare competenze nell’ascolto e nella presa in carico delle donne maltrattate, mettendo la centro la valutazione del rischio. Non tutti i casi sono uguali e diverse sono le situazioni di rischio.
In un periodo di risorse limitate non è pensabile accogliere tutti i casi in strutture protette. Valutare il rischio, capire la drammaticità della situazione, per costruire con la donna percorsi alternativi, dove è possibile, utilizzando tutti gli strumenti legislativi, a partire dalle diffide, dall’allontanamento del maltrattante. Sono percorsi spesso faticosi, che richiedono sinergie concrete dei diversi soggetti preposti per garantire la messa in sicurezza della donna e del minore. Diventa essenziale che il Tavolo Regionale definisca la modalità della presa in carico, che deve avere al centro il rispetto di ogni donna, dei suoi tempi necessari per elaborare in modo autonomo percorsi di fuoruscita dal tunnel della violenza. E questo è quanto le volontarie dei Centri antiviolenza hanno saputo fare, è una competenza maturata negli anni con l’esperienza del lavoro quotidiano. Questa esperienza deve essere riconosciuta, valorizzata e considerata da tutti una reale risorsa per la nostra Regione.