Come illustrato in altri contributi (si vedano articoli precedenti: link1, link2 e link3), si parla di “trasformazione” dell’utenza delle RSA, in riferimento al fatto che oggi gli anziani accolti nelle strutture residenziali sono sempre più frequentemente caratterizzati da elevati livelli di non autosufficienza. Lombardia Sociale ha interpellato alcuni operatori di RSA

[1] che potessero offrire una testimonianza diretta in merito alle ricadute della sanitarizzazione delle strutture residenziali nel lavoro degli operatori.
Abbiamo intervistato il coordinatore di un nucleo dedicato all’accoglienza di 33 anziani non autosufficienti, con fragilità e dipendenza elevate, e il coordinatore di un nucleo protetto Alzheimer per 15 ospiti con sindrome di demenza che gestisce le problematiche del comportamento con metodi prevalentemente non farmacologici, orientati a favorire la libera espressione dei desideri delle persone e delle loro autonomie residue.
A fronte della crescente intensità assistenziale dovuta alla complessità delle situazioni accolte, é a nostro avviso interessante rilevare se anche gli operatori hanno avvertito questo cambiamento, quale evoluzione ha subito il loro lavoro negli ultimi anni e quale equilibrio esiste oggi tra “accudimento tutelare” e “accudimento di natura sanitario-infermieristica”. Lo scopo è quello di conoscere quali difficoltà incontrano nello svolgimento e nell’organizzazione del loro lavoro e quali sono gli eventuali elementi di cambiamento (miglioramento o peggioramento)  rispetto al passato.
Inoltre, ci sembrava meritevole di attenzione un approfondimento relativamente ai tempi di lavoro e all’organizzazione delle attività per comprendere se sono governati e distribuiti in funzione dei bisogni degli ospiti e dei loro familiari, e quale peso hanno invece le esigenze della struttura.
Infine, altro aspetto che oggi appare rilevante, abbiamo chiesto ai coordinatori quanto del loro tempo viene assorbito da incombenze amministrative e quali mansioni, di fatto, possono sottrarre tempo all’assistenza diretta.
Il resoconto sotto riportato, anche se non ha alcuna pretesa di esaustività, punta ad offrire le prime riflessioni concrete su questo tema e approfondire la percezione degli operatori impegnati sul campo.

Come cambia l’assistenza

L’intensità dell’accudimento tutelare è andata crescendo con l’aumentare della dipendenza nelle attività della vita quotidiana e della non autosufficienza degli ospiti ricoverati.
Nonostante gli anziani giungano in RSA in una situazione di maggiore complessità rispetto ad alcuni anni fa, e richiedano dunque un maggiore accudimento di natura sanitario-infermeristica, i coordinatori intervistati ritengono che i principali bisogni afferiscano ancora all’area assistenziale e gravino quindi maggiormente sugli operatori ASA-OSS piuttosto che sul personale sanitario.
Alcune patologie (Alzheimer, demenze) condizionano in modo determinante l’organizzazione del nucleo e il lavoro degli operatori in quanto a questa tipologia di ospiti viene dedicata un’assistenza studiata su misura per loro. Il fatto di accudire ospiti più autonomi sotto il profilo motorio, come sono le persone accolte nel nucleo Alzheimer, rende meno faticoso dal punto fisico il lavoro rispetto a quanto può avvenire in un nucleo geriatrico ordinario con anziani non autosufficienti soprattutto dal punto di vista delle abilità quotidiane, della deambulazione o allettati. In quest’ultimo caso, dove maggiore è proprio lo sforzo fisico richiesto a chi si occupano dell’assistenza, spesso sono necessari due operatori per provvedere all’alzata e all’igiene personale di un ospite.  Tuttavia, l’assistenza di persone affette da Alzheimer o da demenza può risultare più impegnativa da un punto di vista psicologico ed emotivo, cosa che a volte viene sottovalutata.

Una “nuova” cultura dell’assistenza?

Rispetto ad alcuni anni fa, gli operatori affermano che si è verificato un indubbio cambiamento. Certamente in passato i tempi assistenziali erano molto più ridotti, ma il modo di lavorare era completamente diverso. Non sembra essere tanto il numero di operatori o il tempo a disposizione ad essere cambiato in modo sensibile, anche se da tempo entrambi non sono sufficienti per garantire pienamente l’assistenza necessaria. Quello che è stato avvertito da parte di tutti è il maggior investimento verso il miglioramento del clima, improntato ad una maggiore collaborazione e una particolare attenzione ad un’impostazione del lavoro più adeguata alle esigenze attuali degli ospiti e, di conseguenza, degli operatori. E’ stato unanimemente sottolineato il riconoscimento dell’attenzione alla qualità della vita e delle relazioni, all’accompagnamento umano e psicologico della persona e dei familiari.
Per alcuni operatori però, soprattutto per coloro che si sono avvicinati da poco a questa professione, è facile che si manifesti uno “stress da prestazione manuale”, e non sempre venga percepito che, spesso, la prima cosa da fare è proprio quella di dialogare e ascoltare l’ospite, anche di fronte a una persona con deterioramento cognitivo o non collaborante.
Nel nucleo dedicato all’accoglienza di anziani non autosufficienti, è frequente la tendenza tra gli operatori a farsi cogliere dall’ansia quando i tempi slittano, mentre viene spesso ricordato che possono intervenire numerose variabili nella giornata di ciascun ospite. Inoltre, se per lo svolgimento di una determinata mansione è previsto un certo minutaggio, è bene attenersi a quanto indicato e sfruttare tutto il tempo a disposizione. Quando vengono accelerati i tempi, questo va a discapito della qualità, innanzitutto assistenziale, ma anche della relazione,  che è la prima cosa che viene sacrificata quando il tempo non sembra essere sufficiente.

Anche nel nucleo Alzheimer, rispetto ad alcuni anni fa, l’organizzazione del lavoro è cambiata in meglio e anche in questo caso sembra essersi modificato l’approccio nei confronti degli ospiti. Oggi uno dei principali obiettivi sembra essere quello di dare spazio alla relazione operatore-utente, dopo di che viene naturalmente il bisogno assistenziale.
Capita ancora che gli operatori siano talmente impegnati ad offrire agli anziani una buona assistenza, una buona igiene e cura della persona, da non rendersi conto che il bisogno espresso dalle persone è anche un altro. Gli ospiti, infatti, manifestano frequentemente l’esigenza di relazionarsi con gli operatori, chiedono compagnia, desiderano dialogare.
Tuttavia si segnala che, mentre prima la giornata era piuttosto standardizzata, oggi – proprio per gestire una relazione più personalizzata – gli operatori riescono ad assecondare maggiormente i desideri e le esigenze di ogni ospite (orario della sveglia, momento del bagno assistito, orario dei pasti) grazie ad un’organizzazione molto più flessibile. All’inizio il cambiamento è stato molto faticoso da accettare, era più facile sapere che ad ogni orario corrispondeva una determinata attività per tutti. Adesso, però, si avverte una maggiore armonia tra gli ospiti, perché sono più liberi di essere sé stessi e il lavoro viene percepito come “meno stressante” dagli operatori.

Conciliare esigenze degli ospiti e della struttura

Il coordinatore del nucleo protetto Alzheimer riferisce che in quel reparto gli anziani, nonostante la patologia, sono generalmente autonomi nell’alimentazione, così come nella deambulazione. Quando la possibilità di relazionarsi con un ospite è molto ridotta, in quanto la demenza è in una fase avanzata, la persona necessita di un’assistenza differente. Le criticità che ne derivano sono di varia natura, anche perché il cambiamento nel tempo delle condizioni degli ospiti può influenzare l’organizzazione del lavoro degli operatori, rendendo difficoltoso garantire un’assistenza più adeguata. Quando la presenza degli operatori non è più sufficiente, può accadere che venga richiesta la collaborazione anche dei familiari. Questo avviene, ad esempio, quando gli ospiti hanno bisogno di essere imboccati.
Indubbiamente i coordinatori devono andare incontro anche alle esigenze della struttura, per cui alcuni orari devono essere rispettati e il proprio lavoro e quello dei colleghi deve essere regolato anche in base a questo (l’orario per andare a ritirare la biancheria pulita o il carrello con il vassoio per i pasti), al fine di poter conciliare le esigenze di tutti i servizi presenti in struttura. E’ un aspetto faticoso da osservare, ma qualora le indicazioni non venissero osservate si rischierebbe di mettere in crisi il meccanismo complessivo, il lavoro dei colleghi, l’impostazione dei turni e delle pause. Questo condiziona l’organizzazione dell’attività di ogni équipe, anche se non impedisce di assecondare le esigenze degli ospiti.
Inoltre, nel tempo lavoro non è previsto uno spazio dedicato a incombenze amministrative e alle mansioni che esulano dall’assistenza diretta dell’ospite. Ad esempio, la compilazione della consegna, dei piani di assistenza individuale e della modulistica richiesta per correggere la dotazione dei presidi per l’incontinenza, sono tutti lavori burocratici che chi coordina spesso non ha il tempo di portare a termine nell’orario lavorativo, quindi a volte è necessario trattenersi più a lungo o svolgerli nel momento di pausa.
Fortunatamente, a fianco degli aspetti critici sopra esposti, ne viene citato uno che rientra tra i miglioramenti più apprezzati degli ultimi anni:  la collaborazione tra le diverse professionalità. In passato mancava una condivisione in équipe delle differenti problematiche, o comunque il punto di vista degli operatori ASA-OSS aveva un peso molto ridotto. Non sembrava venisse realmente presa in considerazione la loro opinione in merito al caso da discutere. Gli operatori intervistati hanno ricordato come sia importante sottolineare che oggi, a fare la differenza, non è soltanto una migliore organizzazione del lavoro degli operatori, ma soprattutto una buona collaborazione tra colleghi. Un’équipe affiatata riesce infatti ad organizzarsi al meglio.

Conclusioni

Naturalmente l’opinione degli operatori di una sola struttura è preziosa per contribuire a problematizzare il tema della sanitarizzazione delle RSA nelle sue diverse sfaccettature, ma non può essere generalizzata per trarne conclusioni univoche. Probabilmente sarebbe emersa anche una percezione differente se avessimo esteso l’indagine a coordinatori di altre strutture residenziali, ma in base all’esperienza di coloro che sono stati interpellati, la sanitarizzazione delle RSA – paradossalmente – non sembra essere avvertita poi tanto da parte degli operatori, almeno quelli di questa struttura.
Nonostante non venga riconosciuta come tale, sembra aver ugualmente influenzato l’organizzazione del lavoro degli operatori, che ha subito importanti cambiamenti negli ultimi anni, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di personalizzazione dell’assistenza in base alle esigenze degli ospiti.
Di fronte all’elevata complessità clinica e assistenziale dell’utenza oggi accolta in RSA e all’aggravarsi delle incombenze amministrative, che sembrano non essere andati di pari passo con un adeguamento delle risorse assegnate alle strutture per garantire gli stessi standard di qualità, e anche gli operatori ne hanno percepito il rischio e proprio per questo dichiarano una rinnovata attenzione alla qualità del servizio offerto e alla relazione con gli anziani di cui si prendono cura, che oggi appare uno degli obiettivi principali perseguito nel loro lavoro quotidiano.

 


[1] Le interviste sono state effettuate da Federica Sala a due coordinatori di nucleo della RSA San Pietro di Monza.