Fondazione Cariplo ad una svolta? Opportunità e rischi del nuovo bando Welfare in azione

Intervista a Monica Villa, vice direttore Area Servizi alla Persona Fondazione Cariplo

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16 aprile 2014

Con l’emissione del bando “Welfare in azione” Fondazione Cariplo propone una svolta rispetto a quanto promosso fino ad ora attraverso i bandi: non più sperimentare pratiche e progetti innovativi ma ripensare e trasformare i sistemi di welfare territoriale.
Questa sfida apre molte opportunità e allo stesso tempo espone ad alcuni rischi possibili, che sono attualmente oggetto di un ampio dibattito sui territori.
Li abbiamo discussi con Monica Villa, vice direttore dell’Area Servizi alla Persona della Fondazione, a cui abbiamo chiesto con questa intervista di raccontarci la visione, la logica strategica e le aspettative di cambiamento che hanno guidato la definizione di questo bando.

cariplo welfCon l’emissione di questo bando ci sembra di vedere una delineazione molto chiara del ruolo della Fondazione, già annunciato in passato tramite altri bandi, come soggetto che non finanzia l’attuale ma che contribuisce a progettare il futuro. Una scelta che forse nei bandi precedenti, pur essendo chiara la logica di finanziare progetti innovativi e non il normale andamento dei servizi, non era così evidente.  

 

In passato credo fosse già chiaro il potenziale innovativo promosso da FC, se pensiamo ad alcuni bandi, ad esempio il dopo di noi durante noi, che proponeva un’ottica molto innovativa rispetto alla costruzione dell’autonomia delle persone con disabilità, oppure al bando coesione sociale  che ha rappresentato un  tentativo di mettere risorse sulla costruzione di legami, quindi di riprendere in mano un pezzo del nostro sistema di welfare che non veniva preso in considerazione.

 

In realtà credo che la caratteristica principale di questo bando non sia tanto la maggiore innovatività, rispetto al passato, quanto il tentativo di entrare nella carne viva dei servizi: dichiarare che non serve più l’innovatività che si giustappone alle consuete modalità di risposta ma che è necessario ragionare in una logica  trasformativa attraverso un approccio di sistema.

 

Conosciamo tutti le criticità dei servizi che sono prestazionali e che forniscono risposte individuali e spesso in passato la logica è stata di lasciare i servizi come erano e aggiungere qualcosa di nuovo.

La proposta di questo bando  è invece di prendere  i servizi così come sono oggi, guardare cosa c’è che non va e cambiare, avendo il coraggio di superare e trasformare le criticità.

 

Un altro aspetto di novità rispetto a quanto FC ha fatto in passato è quello di non identificare  dove e in che modo sia necessario innovare, ma di richiedere ai territori un’analisi delle problematiche e incentivarne la capacità di essere innovativi.

 

Fondazione ha spesso definito la linea dell’innovazione rispetto a cui far muovere i territori, mentre in questo momento siamo partiti dal tracciare le fragilità del sistema di welfare che sono sottolineate, riconosciute e percepite da tutti,  per  spingere i territori verso  un intervento di sistema.

 

L’ultimo elemento di differenziazione è l’articolazione dei percorsi di accompagnamento che sono stati previsti:  la raccolta di idee seguita dallo studio di fattibilità era già stata sperimentata con il bando coesione, ma la grande differenza  è che in quel caso i servizi di accompagnamento non erano centralizzati e ogni progetto aveva realizzato lo studio di fattibilità da solo o accompagnato da un soggetto a sua scelta.

 

Qui invece avremo un unico soggetto che garantirà un servizio uguale per tutti, con l’obiettivo di avere prodotti paragonabili, e con una forte condivisione  tra FC e il soggetto accompagnatore, per garantire che tutti continuino a lavorare nella stessa direzione.  E verrà garantito anche un accompagnamento nella realizzazione del progetto che ci sembra la fase più fragile, in cui ancor più spesso si rischia di perdere la barra.

 

 

Rispetto ad altre azioni promosse in passato dalla Fondazione, questo bando sembra quindi essere orientato non solo a sperimentare progetti interessanti, ma anche a promuovere e generare cambiamenti di tipo istituzionale, attraverso modifiche dell’assetto di governance del welfare locale.

Questo apre alcuni interrogativi. Il primo è di tipo puramente tecnico, connesso alla possibilità,  offerta dal bando, di definire i soggetti capofila non solo tra gli Enti Pubblici ma anche tra i soggetti privati: quali logiche di sostenibilità rispetto a  cambiamenti di questa portata si stanno seguendo, promuovendo la regia anche in mano ai soggetti privati?

 

Rispetto a questo è bene specificare cosa significa essere capofila per FC: il capofila è il terminale del contributo e l’interfaccia della rete rispetto a FC , ma non necessariamente deve avere la regia su tutto l’impianto progettuale.

 

Infatti, un aspetto che abbiamo cercato di sottolineare anche nel bando riguarda l’innovazione negli assetti di governance: se puntiamo sempre più sulla sussidiarietà circolare come modalità di relazione tra i soggetti, questa scelta deve avere un riverbero a livello di assetto di governance. Quindi ci aspettiamo governance più partecipate, in cui si riescano a innescare nuovi processi, al di là dell’attenzione a chi detiene il ruolo di capofila.

 

Un assetto di governance in cui il privato sociale assume un protagonismo nuovo e in cui il pubblico non sparisce, ma mantiene un ruolo di garante dell’equità, di facilitatore dei percorsi di innovazione, di raccolta e lettura dei dati a livello territoriale, della costruzione di processi di benchmarking, di formazione degli operatori, e che nella programmazione riesca ad aprirsi a soggetti nuovi senza replicare il rapporto tra pubblico e privato fondato unicamente sull’esternalizzazione. L’idea è che si possano sperimentare nuove modalità di relazione tra pubblico e privato e questo costituisce un pezzo  importante del cambiamento atteso.

 

 

Il secondo riguarda invece più strettamente le aspettative della Fondazione rispetto alla possibilità di generare concreti cambiamenti negli assetti di welfare: quanto pensate che questa operazione, promossa da un ente privato, possa influire ed andare ad agire non solo a livello territoriale, ma anche regionale o di sistema complessivo?

 

Per quanto riguarda l’aspettativa, come ente privato, di poter incidere sull’organizzazione dei servizi a livello un po’ più alto, noi questa certezza non l’abbiamo e, come ha evidenziato il Presidente nella presentazione del bando,  siamo in una fase sperimentale: quello che abbiamo in tasca oggi è una visione e non è il risultato. È un percorso sfidante anche per noi.

 

Inoltre, come detto prima,  si tratta di un progetto accompagnato, monitorato e con una supervisione costante con un ruolo diretto di FC all’interno dei progetti, e  questo ci permetterà di monitorarne costantemente l’andamento e capire se la strada intrapresa è quella valida. E, se lo sarà, questa strada potrebbe essere anche poi sposata dal decisore pubblico, in caso ne riconosca la validità.

 

Per quanto riguarda il ruolo del decisore, la Regione ha partecipato alle audizioni per la definizione della call, anche perché si tratta di un momento particolarmente fertile sui territori visto che siamo nella fase di riprogrammazione dei Piani di Zona. Inoltre, alcuni elementi che si trovano nel bando erano già all’interno delle Linee Guida per la scorsa programmazione, quindi non stiamo scardinando un sistema, ma stiamo entrando in un filone di riflessioni che è già avviato e diffuso a diversi livelli. La nostra idea è quella ora di provare effettivamente a sperimentare.

 

Siamo partiti dal presupposto che, a fronte di un sistema di risorse pubbliche “blindate” all’85% sui trasferimenti monetari e in cui i servizi hanno una quota residuale, i territori non abbiano sufficiente benzina per innovare servizi. Ma è anche vero che non possiamo “aspettare Godot”, e nell’attesa di un ripensamento dall’alto, cominciamo a supportare le potenzialità dei territori: o si tenta ora di innovare le risposte, di ricomporre le risorse, di ripensare le governance territoriali o si rischia di andare incontro a una lenta agonia del sistema di welfare che andrà sempre più comprimendosi. L’alternativa al cambiamento è quella di limitarsi a governare il processo di ritirata.

 

Proprio per questo la commissione centrale di beneficenza, che è l’organo di indirizzo della Fondazione e che è stata rinnovata l’anno scorso, ha inserito il welfare di comunità nelle tre sfide principali di Fondazione per i prossimi sei anni. E su questo tema ha giocato  il carico da novanta, pur sapendo che è una sfida non da poco.

 

 

Sappiamo di trovarci un territorio in cui per anni, sia attraverso fondi pubblici che attraverso fondi privati, ci si è dedicati a realizzare sperimentazioni e questo bando promuove ancora una volta la raccolta di idee e la loro sperimentazione. Significa che, dal punto d vista della Fondazione non ci sono, nelle sperimentazioni passate, idee significative da sviluppare ulteriormente?

 

Un elemento fondamentale è relativo al nostro ruolo: noi  non siamo il decisore pubblico ma siamo un soggetto filantropico che tra i propri ruoli si è dato quello di  favorire l’innovazione. Mettere a sistema una sperimentazione e farla diventare una politica non è nel nostro ruolo, né abbiamo le risorse per farlo. Chi aveva il compito e anche parzialmente le risorse non sempre lo ha fatto, anzi è stato spesso anche l’attore pubblico che si è mosso a bando, continuando a incentivare le sperimentazioni e rimandando le scelte, quindi senza trasformare in politiche stabili le innovazioni che stavano via via nascendo sul territorio.

 

Questo non vuol dire che questo processo partirà da zero, indubbiamente tutte le spinte innovative che ci sono state sui territori in questi anni, le sperimentazioni connesse ai nostri bandi ma anche alle spinte pubbliche, possono sicuramente essere una base per la costruzione delle idee da proporre.

 

L’altro elemento è che, poiché FC non è il decisore pubblico e poiché ci poniamo in un’ottica sperimentale,  abbiamo deciso di lasciare ai territori la libertà di scegliere:  pensiamo che  un’innovazione che nasce dal basso abbia più possibilità di svilupparsi, perché vissuta da dentro, piuttosto che essere imposta in un meccanismo top-down, e che possa andare incontro ai bisogni più avvertiti e considerare meglio le risorse presenti nei diversi contesti locali.

 

Infine, il fatto di non definire a priori l’area strategica o la direzione su cui intervenire permetterà di avviare e sperimentare ragionamenti che seguono la stessa logica trasformativa su diverse aree di intervento.

 

 

La quantità ingente di risorse dedicate a questo bando è connessa alla scelta di realizzare una forte selezione per distribuire finanziamenti molto significativi tra pochi territori, per consentire  una sperimentazione attenta e approfondita di aree di innovazione. Quale sostenibilità vedete a chiusura delle sperimentazioni?

 

Rispetto alla sostenibilità dei progetti, è importante innanzitutto sottolineare che il bando richiede un approccio che sia innovativo ma anche trasformativo: non tutte le risorse che serviranno a realizzare i progetti sono risorse nuove per i territori che verranno finanziati.  È indubbiamente vero che è prevista  un’iniezione significativa di risorse  ma, poiché trasformare parte della spesa non è un passaggio indolore e ha un costo, ci immaginiamo che parte delle nostre risorse possano servire proprio per accompagnare questo ripensamento della spesa che garantirà comunque parte della sostenibilità nel lungo periodo.

 

Abbiamo inoltre previsto alcuni elementi che possono aiutare a prefigurare una possibilità di sostenibilità nel futuro, per i progetti che saranno finanziati.

 

Da una parte l’aver pensato a un soggetto che aiuterà i territori a fare un piano di fund raising territoriale,  utile sia per definire un piano di cofinanziamento nei tre anni di progetto,  sia per permettere ai territori  di costruire un tassello di sostenibilità futura. Perché se se si comincia a ragionare nelle comunità sulla costruzione dei legami, sulla credibilità dei percorsi di welfare, provando a farli diventare anche nella percezione dei cittadini non come un costo ma come una creazione di valore, pensiamo che questo possa permettere un’adesione della cittadinanza a un percorso che rimarrà nel tempo. Dunque un percorso che utilizza le risorse di Fondazione Cariplo anche per mobilitarne altre sul territorio, che saranno economiche ma non solo, per costruire legami e un impegno dei cittadini nel mantenimento della risposta. Potrebbe sembrare paradossale ma anche per fare sintesi di risorse servono risorse, e pensiamo che il contributo di FC possa permettere agli attori territoriali di lavorare in quest’ottica.

 

 

Un altro rischio possibile, andando a finanziare con molte risorse pochi territori,  è quello di andare a rafforzare ulteriormente la diversificazione  territoriale che già è elevata nella nostra regione (ambiti più o meno avanzati) e di avere scarse possibilità di poter riprodurre quanto sperimentato in altri territori, meno avanzati in partenza e non ugualmente supportati.

 

Rispetto alla differenziazione territoriale, si tratta di un elemento di cui siamo consapevoli, ma abbiamo anche la consapevolezza che non abbiamo risorse per intervenire a colmare queste differenze. È  sicuramente vero che molto probabilmente i primi territori a muoversi saranno quelli in cui i ragionamenti sono già più avanzati.

 

Detto questo, abbiamo inserito alcune attenzioni che penso possano arginare i rischi appena nominati:

-          Il primo è il fatto che la call si ripeterà per tre anni, con pari risorse disponibili (10 milioni ogni anno). Quindi se pensiamo di finanziare 5/ 8 progetti all’anno per tre anni, ipotizzando un progetto per ambito (anche se la dimensione delle comunità non è definita)  potremmo arrivare a coprire quasi a un quarto degli ambiti territoriali.

-          Il secondo aspetto è che aver previsto l’uscita della call per tre anni di seguito può consentire ai territori un po’ meno attrezzati di prepararsi,

-          Inoltre, nella fase della definizione degli studi di fattibilità verranno supportati più territori rispetto a quelli che poi saranno finanziati e quindi, in particolare in questa fase di definizione della nuova triennalità dei Piani di Zona, si tratta di un percorso che potrà comunque essere arricchente per un numero superiore di contesti territoriali.

-          Infine,  ai progetti finanziati chiederemo di  essere dei laboratori aperti: verrà avviata una comunità di pratica che sarà valida sia per chi ne farà direttamente parte sia per altri contesti che potranno prendere spunti e apprendere dalle sperimentazioni in un’ottica di contaminazione. A volte l’innovazione si propaga per imitazione, quindi l’idea è che quelle progettazioni possano essere di esempio anche per altre. È logico che non si potranno prendere in toto i progetti e trasferirli in altri contesti, però è vero che alcune dinamiche, alcune idee, attenzioni e metodologie potranno essere riprese e adattate.

 

L’altro punto di attenzione che vorrei sottolineare è che parliamo di un numero limitato di territori, ma non di soggetti. Per presentare l’idea serve una rete, anche limitata, ma che  noi vorremmo a geometria incrementale, quindi reti aperte ad ampliarsi ad altri soggetti nel corso delle diverse fasi progettuali.

 

 

Pensando al grande dibattito sul rapporto tra primo e secondo welfare e guardando alla logica promossa dal bando, di ripensamento del sistema del welfare attraverso l’immissione di risorse private della Fondazione e la spinta a reperire  altre risorse da soggetti privati, non vedete un rischio di ambiguità del messaggio inviato ai territori? Cioè che in qualche modo FC si ponga come un soggetto in qualche modo sostitutivo di un welfare pubblico?

 

Uno dei punti di partenza  di questo bando è proprio la contrazione drastica del primo welfare, legata alla cristallizzazione del sistema dei servizi, inadeguati a rispondere alla veloce evoluzione dei bisogni, e alla riduzione delle risorse disponibili con il rischio che ci sia, come dicevo, da gestire la ritirata.

 

Contemporaneamente ci sembra che il secondo welfare stia lavorando molto, ma che rischi spesso, invece di costruire un incastro virtuoso con il primo, di fare incastri distorti, andando a creare situazioni sempre più iperprotette a fronte di situazioni che non lo sono affatto.

 

Quindi la logica che qui proponiamo è di andare oltre alle divisioni tra primo e secondo welfare e di ragionare su un assetto nuovo. Non vediamo il rischio che il nostro messaggio venga interpretato come una sostituzione al welfare pubblico o che questo  venga fagocitato dal secondo. La linea di pensiero mi sembra chiara: partire ove possibile dalla programmazione territoriale, che è da riconoscere come una grande esperienza di programmazione sovra comunale, per ripensare i rapporti tra pubblico e privato, coinvolgere attori non convenzionali e ragionare in un’ottica comunitaria di ricomposizione di attori e risorse.

 

 

Il bando sembra voler puntare sulla sistematizzazione delle risorse locali, per ridurre la frammentazione, e sul reperimento di nuove risorse, in particolare da soggetti privati presenti sul territorio, perseguendo un’interessante strategia di apertura di quest’area di intervento, di connessione con altri soggetti e di attenzione alla sostenibilità. La richiesta di riuscire ad attrarre risorse “altre”, in particolare private, sembra essere però molto onerosa per i territori, soprattutto in un momento come questo, in cui anche mondi tradizionalmente lontani dal sociale, come il mondo dell’impresa, possono essere in difficoltà. Da dove vi aspettate che arrivino queste risorse?

 

Innanzitutto riteniamo che il processo immaginato possa contribuire a ridurre la pressione sugli attori territoriali: il cofinanziamento potrà essere trovato in itinere e con quote crescenti nelle tre annualità.

 

Il servizio di fundrainsing, come già sottolineato a proposito della sostenibilità futura, potrà aiutare gli attori locali a mettere anche a fattor comune la propria capacità di raccolta fondi, ad acquisire competenze nuove e a costruire un piano di raccolta fondi territoriali che sia in grado di aggregare risorse non solo dei donatori istituzionali ma anche dei cittadini che se coinvolti adeguatamente potranno contribuire anche economicamente al mantenimento delle iniziative come donatori.

 

Infine, come detto prima, parte di queste risorse potranno anche provenire da un processo di reale trasformazione e innovazione delle risposte in essere.

 

 

La richiesta di coinvolgimento di risorse private, connessa alla possibilità di agire su territori sovra distrettuali, non  rischia di alimentare competizione tra territori limitrofi che “condividono” gli stessi pochi e importanti soggetti privati?

 

Mettere a disposizione dei progetti un servizio di accompagnamento di fund raising nasce dall’idea di creare una modalità di risposta che davvero sia convincente e coinvolgente per i cittadini, perché pensiamo che tanti cittadini facciano il grande donatore.

Non vediamo questo rischio perché abbiamo pensato a una raccolta di risorse parcellizzata e graduale.

 

Un’altra specifica è che noi non abbiamo definito la dimensione territoriale sulla quale intervenire; sicuramente pensiamo a territori sovra comunali, ma non necessariamente anche sovradistrettuali. Anche su questo non ci sono specifiche linee di indirizzo, la logica  è di apertura verso tutte le diverse possibilità che verranno proposte.

 

 

Infine, sempre in merito alle risorse, si fa ancora accenno alla capacità dei progetti di mobilitare anche le risorse economiche dei cittadini, nonostante l’esperienza passata ci dica che i soggetti che operano nel sociale abbiano difficoltà e forse anche qualche resistenza a muoversi in questa direzione. Cosa fa pensare che possano realizzarsi dinamiche diverse e come vi immaginate concretamente l’ingresso di queste risorse nei progetti?

 

Oltre a quanto detto prima sulla costruzione di un piano di raccolta fondi che sia in grado di catalizzare anche le donazioni dei cittadini, un’altra riflessione va fatta sulla capacità di aggregare la domanda pagante.

 

Non è nostra intenzione ovviamente concentrarci solo sul welfare di chi se lo può permettere ma sarebbe miope non riconoscere quanta parte delle risposte sociali sia oggi frutto di un’autorganizzazione delle famiglie – il welfare fai da te – che non trovano risposte adeguate nell’attuale rete di offerta o che non hanno risorse sufficienti per accedere al sistema dei servizi socio-sanitari.  Si pensi ad esempio al fenomeno delle assistenti familiari: ogni singola famiglia ingaggia direttamente la “propria” badante, reimmettendo sui territori, in una logica di risposta individuale a un bisogno individuale, risorse proprie e risorse che arrivano alle famiglie attraverso i trasferimenti monetari, in un modo che diventa dispendioso, non funzionale, con una dispersione di risorse e di professionalità, spesso fuori dalle regole. Riteniamo quindi che molto si possa fare per ricomporre i bisogni delle famiglie organizzando risposte più stabili, organizzate ed efficienti. Ed è proprio questo il senso del ripensamento chiesto al terzo settore: uscire da una logica autoreferenziale e cercare di andare oltre il mercato ristretto delle risorse governate dagli attori pubblici, per intercettare, ove possibile, quello più ampio e frammentato delle risorse delle singole famiglie, aggregando i bisogni e svolgendo un ruolo di animatore di imprenditorialità sociale e di promotore di innovazione.

 

Credo che la difficoltà sostanziale sia quella, in particolare per il terzo settore, di essersi seduti su un processo di esternalizzazione di servizi pubblici e su un ruolo di soggetti gestori. Dunque è come se il terzo settore dovesse rilucidare la sua parte più innovativa e  di spinta, allontanandosi dalla logica della sola gestione e andando a navigare nel mare meno certo delle risorse frammentate tra le famiglie.

 

Non abbiamo quindi la sensazione di  “drogare” i territori,  perché pensiamo a percorsi che richiedono un investimento: è oneroso il percorso di trasformazione, di aggregazione delle risorse, di creazione di risposte in grado di aggregare i bisogni e per questo sono necessarie molte risorse.

 


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