foto art carlaColoro che sono interessati ad osservare e studiare l’evoluzione del fenomeno migratorio in Italia possono contare annualmente su una serie di appuntamenti “fissi” dati dalle più note pubblicazioni sul tema, nello specifico: il Rapporto CNEL sugli Indici di integrazione degli immigrati in Italia, il Dossier Statistico Immigrazione dell’UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, il Rapporto sulle migrazioni della Fondazione Ismu e, per la Regione Lombardia, il Rapporto dell’ORIM – Osservatorio Regionale per l’Integrazione e la Multietnicità.
Rimandando alla lettura di questi contributi per informazioni più puntuali sul tema, ci sembra utile proporre in questo articolo una lettura “guidata” e un’analisi interpretativa delle principali evidenze emerse.

Un’integrazione in “caduta libera”

Il Rapporto CNEL sugli Indici di integrazione degli immigrati in Italia si propone di misurare sia il grado di attrattività

[1] che le province e regioni italiane esercitano sulla popolazione straniera presente in Italia, sia il “potenziale di integrazione” che contraddistingue ciascun contesto territoriale. All’interno di questo “potenziale” vengono collocati una serie di fattori “oggettivi” che riguardano l’inserimento sociale e occupazionale degli immigrati e che pertanto sono in grado di condizionare, in positivo o in negativo, l’avvio e lo svolgimento dei processi di integrazione all’interno di ogni contesto locale[2].
Nell’ultima analisi condotta, la Lombardia si conferma la Regione con il grado maggiore di attrattività per la popolazione immigrata, con un indice di ben 91,9 su scala da 1 a 100 (era di 86,2 nel 2009). La Lombardia supera di gran lunga i contesti che seguono immediatamente: l’Emilia Romagna (che con un indice di 80,2 è l’unica regione a condividere, con la Lombardia, un grado di attrattività massimo), il Veneto (77,0) e, con un indice superiore a 60, ancora il Lazio (67,8), il Piemonte (64,2) e la Liguria (60,1).
A dispetto di un’attrattività in crescita, un altro dato osservabile nel Rapporto CNEL, a conferma di quanto già commentato in precedenti contributi[3], è che con l’acuirsi della crisi economico-occupazionale sono andate progressivamente peggiorando in Italia le condizioni di inserimento sociale e lavorativo degli immigrati, e quindi il “potenziale di integrazione” citato prima. A prescindere, infatti, dall’avvicendamento dei territori nelle rispettive posizioni in graduatoria rispetto all’indice, i valori massimi raggiunti sono sensibilmente inferiori rispetto a quelli rilevati nelle posizioni riscontrate nel precedente Rapporto[4].
La Regione Lombardia in termini di “Indice del potenziale di integrazione” si colloca all’undicesimo posto, perdendo due posizioni rispetto al nono posto precedentemente registrato. Posizionamento attuale che è connesso, come mostra la Figura 1, dal basso valore registrato nell’Indice di inserimento sociale che vede la Regione “fanalino di coda” insieme a Campania, Lazio e Calabria. In particolare, l’indicatore che più di ogni altro contribuisce ad abbassare il livello complessivo di inserimento sociale degli immigrati in tutte le province lombarde è quello dell’istruzione liceale: la Lombardia è, infatti, la penultima regione in Italia per tasso di istruzione liceale dei figli degli immigrati.

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Se osserviamo, invece, il posizionamento delle province lombarde per quanto riguarda il potenziale di integrazione (vedi Figura 2), notiamo che è Mantova la provincia che registra i punteggi più elevati, collocandosi al secondo posto a livello nazionale, mentre Milano, a dispetto di un valore elevato di inserimento occupazionale (64,4), sconta un valore molto basso di inserimento sociale (34,1), che la fa scivolare all’87esimo posto su 103 province italiane, perdendo ben 43 posizioni rispetto alla rilevazione CNEL del 2009.

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Nel Dossier Statistico Immigrazione dell’UNAR il posizionamento di Milano, insieme ad altri capoluoghi metropolitani, nelle parti più basse della graduatoria nazionale in termini di potenziale di integrazione, conferma che l’inserimento sociale degli stranieri trova condizioni migliori in contesti socio-urbanistici e amministrativi di ridotta estensione.
Altro indicatore che penalizza drasticamente la Provincia di Milano condizionando l’indice di inserimento sociale della regione nel suo complesso è quello dell’accessibilità al mercato immobiliare da parte degli immigrati, che rimanda al problema generale dei proibitivi costi della casa dei grandi centri urbani e metropolitani.
A supporto di questo quadro può essere utile richiamare ulteriori dati emersi dalle altre pubblicazioni sopra citate. Nello specifico il Rapporto ORIM sottolinea che:

  • il reddito familiare mediano mensile degli immigrati stranieri in Lombardia è nuovamente diminuito nel 2013, attestandosi a 1.300 Euro a fronte dei 1.400 Euro del 2012 e dei 1.500 del biennio precedente (2010-2011);
  • in un quadro di redditività ridotta continuano a contrarsi, rispetto agli anni passati, le rimesse verso i paesi d’origine;
  • la quota di disoccupati sul totale della popolazione ultra14enne proveniente da paesi a forte pressione migratoria è salita nel 2013 al nuovo massimo storico del 15,1%, valore più alto se assieme vengono conteggiate casalinghe e lavoratori “in nero”. Nello specifico, è l’occupazione maschile che è andata ad alimentare le fila dei disoccupati (una quota che è salita al 19,6%) mentre le donne hanno maggiormente ceduto alle difficoltà occupazionali rifugiandosi nella condizione di “inattività” (nel 28,8% dei casi). Quest’ultima condizione, come sottolinea lo studio ORIM, sta “sempre più assumendo per le donne straniere i contorni di un “imprigionamento”, attraendo verso la propria sfera di influenza anche le disoccupate scoraggiate, e lasciando quale unica alternativa in diversi casi soltanto le occupazioni di tipo irregolare”;
  • trova conferma l’inversione di tendenza nella quota di stranieri che vivono in abitazioni di proprietà. I proprietari di abitazione sono passati nel complesso dall’8,5% del totale degli stranieri nel 2001 al 23,2% nel 2010, per poi scendere progressivamente fino ad assestarsi al 21,4% nel 2013. Nel corso del biennio 2011-2012 le rilevazioni ORIM hanno mostrato le difficoltà incontrate nel mercato abitativo dagli immigrati, i più esposti alle contingenze della recessione: “siamo di fronte a una fase entro la quale i meccanismi di integrazione, di welfare e di chance socio-economiche connesse con l’abitare, nelle sue molteplici forme, sono anch’essi logorati e non sostituiti da innovazioni sul piano delle politiche pubbliche”.

Quali progettualità ed interventi a favore dell’integrazione?

A fronte di uno scenario in cui l’impatto della crisi sta progressivamente mettendo in difficoltà la permanenza degli immigrati nel territorio lombardo, quali informazioni abbiamo relativamente a progettualità ed interventi attivati?
I dati ORIM relativi al 2012 confermano quanto già si metteva in evidenza negli anni precedenti, ovvero una progressiva riduzione di progetti ed interventi rivolti all’integrazione degli immigrati, sia considerando i progetti L. n. 40[5] che altri sovvenzionati da fondi alternativi.
Relativamente ai progetti locali realizzati con la L. n. 40, i dati ORIM segnalano come questi abbiano incontrato notevoli difficoltà di sedimentazione, non riuscendo ad entrare in modo stabile nel sistema delle politiche locali e nel sistema dei servizi.
A supporto e integrazione di questi dati può essere utile richiamare anche quanto emerge dal quadro dei dati ISTAT sulla spesa sociale dei Comuni per quanto concerne l’area “Immigrati  e nomadi”.
Come ben visibile in Figura 3, in termini percentuali sul totale della spesa per i servizi sociali comunali, l’immigrazione si conferma un’area marginale, in Lombardia come nel resto d’Italia: i valori non superano il 3%, trend che non mostra forti variazioni tra Lombardia, Nord-Ovest e Italia.
La spesa pro-capite comunale per gli interventi e i servizi nell’area “Immigrazione e nomadi” si è ridotta, a partire dal 2007, un po’ ovunque (vedi Figura 4). Confrontando Italia, Nord-Ovest e Lombardia, il trend negativo appare sostanzialmente equivalente, con percentuali di riduzione che tuttavia non superano l’1%. Si nota, in ogni caso, che la Lombardia mostrava e mostra anche oggi un valore di spesa pro-capite inferiore rispetto sia al resto d’Italia sia alla macro-area del Nord-Ovest (Liguria, Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta).

“Tirando le fila…”

In sintesi, se da un lato la Lombardia si conferma, insieme all’Emilia-Romagna, la Regione maggiormente attrattiva per la popolazione immigrata, lo stesso successo non si riscontra sul fronte dell’inserimento sociale e lavorativo, nel quale la Regione si colloca nelle ultime posizioni della graduatoria nazionale stilata dal CNEL. Queste considerazioni, unite alla constatazione di un peggioramento progressivo della condizione reddituale e occupazionale degli immigrati, portano a concludere che il polo attrattivo rappresentato dalla nostra Regione non sia più giustificato da una elevata possibilità di miglioramento delle proprie condizioni di vita. Non sembra peraltro che l’integrazione degli immigrati sia una priorità lombarda, visti i dati di spesa pro-capite che rimangono a livelli inferiori rispetto alla media italiana e del Nord-Ovest. Ciò detto, la Regione continua a costituire una meta ambita, forte della sua tradizionale fama di vocazione al lavoro che evidentemente basta a chi viene da condizioni peggiori.
In questo scenario ci sembra utile, tuttavia, accogliere e rilanciare lo spunto proposto all’interno del Rapporto ORIM, ovvero di riconsiderare il ruolo e le responsabilità del settore pubblico ai vari livelli “se si vuole evitare che i processi di integrazione degli immigrati siano lasciati alla “spontaneità” dei processi sociali, o alle sole iniziative della società civile, o agli arbitri del localismo amministrativo”.

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[1] L’Indice di attrattività territoriale è l’indice che misura la capacità, propria di ogni territorio, di attirare e trattenere stabilmente al proprio interno quanta più popolazione immigrata presente a livello nazionale, proponendosi (o meno) come un “polo di attrazione” delle presenze straniere in Italia.
[2] Vengono considerati in particolare all’interno del calcolo:

  • l’Indice di inserimento sociale: indice che misura il livello di accesso degli immigrati ad alcuni beni e servizi fondamentali di welfare (come la casa e l’istruzione superiore) e il grado di radicamento nel tessuto sociale attraverso un’adeguata conoscenza linguistica dell’italiano e il raggiungimento di determinati status giuridici che garantiscono e/o sanciscono un solido e maturo inserimento nella società di accoglienza (come la continuità dello stato di regolarità per gli stranieri che intendono insediarsi stabilmente in Italia; l’acquisizione della cittadinanza per naturalizzazione; la ricomposizione in loco del proprio nucleo familiare);
  • l’Indice di inserimento occupazionale: misura il grado e la qualità della partecipazione degli immigrati al mercato occupazionale locale, prendendo in considerazione fattori sia strettamente quantitativi (incidenza su tutti gli occupati, saldo occupazionale, tasso di imprenditorialità) sia indicativi del tipo di coinvolgimento e di impiego che si riserva agli immigrati nel mondo del lavoro (tempo di occupazione, durata dei contratti, tenuta dello stato di regolarità legata al lavoro).

Per approfondimenti sugli indici si rimanda al rapporto disponibile al sito http://www.cnel.it/29?shadow_ultimi_aggiornamenti=3484.
[3] Vedi:
http://www.lombardiasociale.it/2013/04/23/l%e2%80%99immigrazione-straniera-in-lombardia-%e2%80%93-i-principali-risultati-della-dodicesima-indagine-regionale/
http://www.lombardiasociale.it/2012/12/20/immigrati-e-crisi-in-lombardia-l%e2%80%99altro-volto-dell%e2%80%99integrazione/.
[4] Vedi http://www.integrazionemigranti.gov.it/archiviodocumenti/indici-di-integrazione/Pagine/VIII-Rapporto-sugli-indici-di-integrazione.aspx.
[5] La legge n. 40 del 6 marzo 1998, nota come Legge Turco-Napolitano (dai nomi dell’allora ministro della solidarietà sociale Livia Turco e dell’allora ministro degli interni Giorgio Napolitano), si propone di regolare organicamente l’intera materia dell’immigrazione dall’estero, con un’attenzione particolare all’integrazione (viene costituita in questa sede, fra il resto, la Commissione Nazionale sull’integrazione).