Come stanno i Centri Antiviolenza? Quali priorità per il loro futuro?

Oggi è necessario riuscire a costruire un futuro per i Centri Antiviolenza senza perdere nulla del passato e della loro specificità. Questa è una sfida non solo per i Centri Antiviolenza, ma per le stesse Istituzioni.
Personalmente, credo che il volontariato abbia non solo le risorse umane disponibili, ma anche le professionalità e competenze indispensabili. Nei Centri Antiviolenza accanto alle operatrici dell’accoglienza operano, spesso gratuitamente, avvocati, psicologi ed altre figure professionali. Non credo però, che tutto debba restare volontariato puro e che le istituzioni debbano “solo” fare da finanziatori.
Oggi è importante riuscire a fare in modo che i Centri Antiviolenza, pur mantenendo tutte le loro caratteristiche, “si istituzionalizzino”: devono cioè mantenere le loro caratteristiche fondamentali, ma nello stesso tempo devono riuscire a ripensare il rapporto con le Istituzioni, rapporto che non può più essere episodico, ma deve andare nella direzione di un maggior riconoscimento e di maggior regolamentazone e regolazione.
Un esempio: se come Centro Antiviolenza devo cercare una casa per una donna che ne ha bisogno, anche al di là della casa rifugio, per fare questo devo poter contare su un rapporto consolidato con altre Istituzioni e devo prevedere una regolamentazione delle forme di integrazione e collaborazione (per esempio, riuscendo a formalizzare un accesso agevolato nelle graduatorie di edilizia economica popolare per le donne vittime di violenza). Oggi è necessario accorciare le distanze tra volontariato e istituzioni.
Un elemento importante da sottolineare, nella direzione di un avvicinamento tra Centri e Istituzioni, è la presenza al Tavolo Tecnico Regionale anche dei Centri Antiviolenza: questo significa che nei nostri confronti c’è un importante riconoscimento anche istituzionale.
Un altro passaggio importante che i Centri Antiviolenza dovranno affrontare nel prossimo futuro, nella direzione di un sempre maggior riconoscimento istituzionale e di un rafforzamento della rete interistituzionale, è il riconoscimento della loro Personalità giuridica. Questa è una priorità. Oggi, la maggior parte dei Centri sono associazioni onlus (qualcuno è una cooperativa o associazione di promozione sociale, ma pochi). È chiaro che per avvicinarci sempre più alle Istituzioni quali soggetti competenti, come Centri dovremo acquisire una personalità giuridica funzionale a uscire da una sorta di precarietà: acquisire una personalità giuridica significa essere chiamati maggiormente in causa nell’assumere e prendere impegni e nel rispondere del proprio operato.
E’ necessario definirsi e qualificarsi non solo per quello che facciamo, per la metodologia utilizzata nel costruire una relazione d’aiuto con la donna vittima di violenza, ma anche per la responsabilità sociale che ci assumiamo nel combattere il fenomeno della violenza.

Quali sono secondo lei, le priorità per le azioni di contrasto alla violenza sulle donne, nella nostra Regione?

Il punto di partenza è che la battaglia per sconfiggere il fenomeno della violenza sulle donne ha come strumento principe e obiettivo la rete: per sconfiggere il fenomeno della violenza sulle donne, o almeno per  incidere in modo notevole, non è possibile prescindere dalla costruzione di reti interistituzionali. Fare rete per incidere sul fenomeno.
Nel corso di questi anni, il percorso di costruzione e valorizzazione della rete non è sempre stato un percorso facile. Soprattutto in passato, i Centri Antiviolenza sono stati spesso considerati come autosufficienti. Ma i Centri Antiviolenza non sono e non possono essere autosufficienti: sono certamente un soggetto importante perché si rivolgono direttamente alle vittime della violenza che sono le prime a dover essere sostenute. Ma c’è bisogno anche di altri soggetti, i Consultori, gli Enti locali, i Servizi sociali, le Forze dell’ordine.
In Lombardia, dopo l’approvazione della Legge, si sta facendo un ottimo lavoro nello sforzo di connettere e mettere insieme quelle risorse e quelle competenze che le esperienze di volontariato dei Centri Antiviolenza hanno attivato e costruito in questi anni, anche nelle collaborazioni, informali e non regolate, con le Istituzioni.
Il dato importante dell’ultimo anno è che abbiamo ricevuto dalle Istituzioni una apertura di fiducia e un impegno (reciproco) a lavorare insieme. Dove andare è da costruire insieme, ma un esito importante della Legge e della costituzione del Tavolo Tecnico è la formalizzazione di una rete interistituzionale. Il passaggio ora da fare è far sì che i vari reticoli si vadano a collocare al posto giusto.
La legge regionale per esempio, parla al primo punto di prevenzione e di accordi di programma per intervenire sulla cultura del rispetto dei diritti, del rispetto di genere e dell’altro. Da un lato, è importante fare accordi e dare vita al piano antiviolenza regionale. Dall’altra parte, quasi tutti i Centri Antiviolenza fanno già attività preventiva nelle scuole. Cosa manca allora? La priorità oggi è ricondurre ciò che i Centri Antiviolenza già fanno in un disegno, in una progettualità, in un obiettivo preciso. È importante che da un lato, l’Istituzione definisca e dia il quadro entro cui muoversi e dall’altro lato, chi già lavora nelle scuole e nel lavoro con le giovani generazioni si connetta e si coordini.

Con quali servizi interagiscono i Centri Antiviolenza? Quali opportunità e rischi intravvede nella collaborazione con altri servizi?

Più che con i Consultori, i Centri Antiviolenza a livello di territori, interagiscono molto con i servizi sociali dei Comuni. L’attenzione che cerchiamo di mantenere nella relazione con altri servizi è di evitare in tutti i modi che si pensi che la donna maltrattata è una donna malata. La donna maltrattata è una donna vittima che deve essere aiutata, sostenuta e indirizzata a ritrovare le sue risorse personali. Questo approccio è ciò che ci deve differenziare dall’intervento di altri servizi, più orientati alle problematiche psicosociali delle persone.
Noi e il servizio sociale siamo cose differenti ed è importante che nella relazione con le donne, sia chiaro che abbiamo funzioni e competenze specifiche e differenti.
Lo scopo della rete territoriale è quello di riuscire a dare una risposta articolata e su più livelli al fenomeno della violenza contro le donne, senza però pensare che debbano essere i Centri Anti violenza a “pensare a tutto”, dalla prevenzione, al supporto psicologico, all’assistenza legale…
Se i Consultori, a fronte di una specifica formazione e specializzazione in materia, facessero sostegno psicologico alle donne vittime di violenza, questo sarebbe un passo avanti nella direzione di una maggior integrazione e continuità tra i servizi. Ultimamente lavoriamo anche in modo significativo con i Centri Psico Sociali che fanno capo alle Aziende Sanitarie.
Noi siamo al centro dei servizi perché abbiamo il contatto con la vittima, la nostra è una posizione nevralgica, abbiamo contatti con le forze dell’ordine, con i servizi sociali, con i Comuni. Dobbiamo mantenere questo orientamento pluridisciplinare, ma dobbiamo anche valorizzare, rendere maggiormente stabile e riconosciuta la collaborazione che abbiamo con tanti e diversi servizi e Istituzioni, anche rafforzando la relazione con servizi specialistici e non pensando di dover prevedere tutti gli specialisti dentro ai nostri Centri. Il nostro compito dovrebbe essere quello di mantenere un coordinamento con tutti i servizi che possono mettere a disposizione competenze specifiche per un’azione integrata e articolata.