L’inclusione lavorativa e sociale delle persone con disabilità è un risultato sempre più difficile da conseguire. Sul banco degli accusati alcune rigidità della, pur avanzata, normativa regionale, la mancanza di una valutazione davvero multidimensionale e di una progettazione globale che miri alla Qualità della Vita, la mancanza di strumenti per superare le resistenze del mercato del lavoro ma anche per aiutare le famiglie ad affrontare le difficoltà connesse con il divenire adulti dei loro figli con disabilità. Nonostante queste fatiche, i servizi di Formazione all’Autonomia continuano a produrre qualità e benessere per chi li frequenta, avviando anche una profonda revisione della funzione dell’operatore sociale sempre più orientata alla promozione di cambiamento (anche culturale) e di relazione. L’articolo pubblicato il  maggio scorso ha proposto alcune chiavi di lettura dell’attuale situazione dei Servizi di Formazione all’Autonomia. Abbiamo voluto confrontare queste posizioni con le esperienze di chi, in differenti territori Lombardi, gestisce direttamente Servizi di Formazione all’Autonomia, sperimentando modalità e strategie differenti per non abdicare alla funzione inclusiva che caratterizza gli SFA. Sono intervenuti al focus group, organizzato presso la sede di Ledha: Claudia Da Tos, responsabile dell’area persone adulte con disabilità de L’Impronta Associazione Onlus, di Milano; Alberto Mosca, coordinatore della Cooperativa Sociale Il Brugo, di Brugherio; Elena Bianchini, coordinatrice dello SFA i Prati, di Morbegno; moderatore Marco Zanisi, presidente della Cooperativa Sociale Serena, di Lainate

Gli SFA si sono formati ed hanno iniziato a farsi carico delle persone con disabilità prima che l’organizzazione dei servizi delineata dalla dgr 7433/2008  fosse pensata. Quello che l’esperienza ci racconta è che i parametri fissati dall’attuale organizzazione delle unità di offerta sociale a favore delle persone con disabilità, non sempre risultano attualizzabili nei contesti in cui i servizi agiscono abitualmente. I tempi effettivi degli interventi, così come l’età anagrafica di chi li frequenta, si spingono oltre quanto preventivato. Allo stesso modo diventa sempre più frequente il passaggio dal Servizio di Formazione all’Autonomia al Centro Socio Educativo. Sebbene la normativa tracci in linea teorica un percorso coerente verso l’inclusione sociale delle persone con disabilità, tale percorso risulta molto spesso poco attuato. La durata dell’inserimento, l’organizzazione dei moduli[1], lo sbocco verso il mondo del lavoro, sembrano non trovare riscontro nella pratica quotidiana di gestione dei servizi.  Dal confronto con chi gestisce e realizza i servizi sul territorio sono emersi alcuni elementi che possono essere all’origine di questa difficile attuazione.

L’appropriatezza degli invii e della permanenze negli SFA

Il primo elemento critico in molti casi è l’appropriatezza degli invii. L’inserimento di una persona caratterizzata da un funzionamento pressoché adeguato, da buone competenze, magari proveniente dalla formazione professionale, facilita il rispetto delle tempistiche proposte e la conduzione di progetti personalizzati orientati all’inclusione. Nel caso di interventi condotti con successo, il problema semmai è che, a volte, sono le famiglie stesse a spingere perché non si dia seguito alle dimissioni, in quanto lo SFA ed il contesto lavorativo rappresentano gli unici spazi di socializzazione a disposizione della persona. Il nodo critico più rilevante però è che molto spesso gli invii allo SFA riguardano persone che necessitano di un forte sostegno, per le quali risulta più complesso progettare un percorso finalizzato alla totale autonomia. Inoltre non è da dimenticare il problema inverso, ovvero i mancati invii, quando cioè la scelta delle famiglie è quella di non appoggiarsi, al termine della scuola dell’obbligo, ad alcun servizio, preferendo tenere il proprio figlio a casa. Alcuni enti gestori hanno creato una rete di Centro Socio Educativi organizzati attorno ai livelli differenti di funzionamento delle persone con disabilità in modo da differenziare le unità di offerta in ottemperanza alle normative,  ed anche creando servizi non espressamente previsti dalla normativa regionale per poter continuare ad offrire un supporto sia alle persone che vengono dimesse dallo Sfa come alle persone con disabilità che, in numero sempre maggiore, vengono estromessi dal mondo del lavoro.

L’ingresso nel mercato del lavoro

L’altro aspetto critico è riferito al tema del lavoro. L’attuale crisi economica non ha fatto altro che accentuare un problema che comunque esiste da tempo: continuano ad esserci numerose opportunità di tirocini reiterati nel tempo, ma ben pochi inserimenti lavorativi veri e propri. Trovare occasioni per esperienze di tirocinio non è mai stato difficile, e non lo è tutt’ora: il passaggio dal tirocinio all’inserimento lavorativo è un invece problema atavico, che la crisi ha solo accentuato. La disponibilità delle imprese, infatti, è estremamente limitata, anche in aziende che vanno molto bene: la diversità spaventa ancora. Molte aziende preferiscono pagare una multa piuttosto che ottemperare agli obblighi di legge, anche se questo è un dato che non è ovviamente possibile generalizzare. Quello che appare certo, anche perché certificato anche da statistiche pubbliche è comunque la riduzione costante del numero di persone con disabilità inserite, oggi vicino allo zero. Una delle poche eccezioni sembra essere rappresentata dalla possibilità di inserimenti connessi a servizi dati in appalto dai Comuni, se e quando, riservano posizioni lavorative alle “categorie protette”. Talvolta, nel corso dei tirocini l’atteggiamento aziendale si modifica e si aprono spazi di progettazione differenti, ma in genere queste disponibilità riguardano le persone con disabilità esclusivamente motorie. Gli operatori degli SFA difficilmente hanno la possibilità di entrare nelle aziende, di intervenire sui contesti per modificarli e renderli inclusivi, per facilitare il compito della persona con disabilità, del tutor aziendale e dei colleghi. Tutto dipende dalla “sensibilità” dei singoli e la frammentarietà ed il mancato coordinamento dei servizi che si occupano proprio di inserimento lavorativo, non aiuta a migliorare sostanzialmente la situazione. Sarebbe estremamente utile, allo scopo di prevenire fenomeni sempre più frequenti di dispersione l’inserimento dello SFA, o di alcuni suoi moduli all’interno dell’obbligo scolastico o formativo allo scopo sia di finalizzare il percorso verso l’inserimento lavorativo mettendo a disposizione competenze educative specialistiche, che di garantire maggior fluidità nel passaggio di informazioni tra un ciclo di vita della persona e il successivo.

La valutazione delle potenzialità della persona e il percorso verso l’inclusione sociale

Un ulteriore nodo critico è la mancanza di una corretta valutazione multidimensionale delle potenzialità, limiti e aspettative della persona e della conseguente possibilità di valutare i bisogni di sostegno del singolo, per promuovere percorsi di reale inclusione sociale. Le valutazioni sono basate più sulla competenza e l’esperienza degli operatori che su strumenti validati (si vedano articoli precedenti). Le sperimentazioni condotte in questo senso negli anni ’90 sono state abbandonate. Spesso ci troviamo di fronte a valutazioni che si basano esclusivamente sulla lettura di relazioni inerenti attività ed interventi pregressi. Non è raro che per sopperire a queste carenze i servizi stessi si attrezzino, migliorando le proprie competenze valutative (psicologiche e pedagogiche) a supporto del percorso di orientamento e attrezzandosi per l’utilizzo di strumenti più completi, quali l’ICF. Riemerge ancora il tema della frammentazione dei servizi, ad esempio nelle fasi di passaggio dalla minore alla maggiore età. In questa fase molto delicata la persona e la sua famiglia, al posto di essere sostenute anche attraverso una valutazione complessiva della loro situazione, sono sostanzialmente lasciate da sole, anche nella scelta del servizio a cui affidarsi. Vi sono esperienze locali che cercano di affrontare questo dis-orientamento (si vedano le esperienza dell’Asl di Milano 1 e l’UMAdell’ Ambito di Rho) ma, per il momento, rappresentano l’eccezione piuttosto che la regola. Tra queste eccezioni meritano una segnalazione a parte gli esiti, della partecipazione a progetti di rete, come quelli di coesione sociale che generano opportunità di contatto con realtà che si occupano di tutte le tipologie di fragilità. Diviene così possibile promuovere interventi di reale inclusione attorno alla singola persona, a prescindere dall’unità di offerta frequentata, raggiungendo risultati estremamente importanti, in termini di qualità della vita.

Il ruolo degli educatori

La particolare connotazione degli SFA li rende un luogo particolarmente indicato per sviluppare una riflessione sul ruolo dell’educatore nei processi di inclusione sociale e lavorativa delle persone con disabilità. Il raggiungimento di questo obiettivo non può certo essere affidata ad un educatore “chioccia” che si occupa esclusivamente del benessere dell’utente all’interno del servizio, organizzando attività a cui i singoli si devono adattare. L’educatore deve essere, prima di tutto, un attivatore delle risorse della persona e del territorio, promotore di una cultura diffusa e condivisa dell’educare. Deve essere una figura capace di disporsi sullo sfondo, lasciando alla persona con disabilità il protagonismo e la possibilità di mettere in evidenza le proprie competenze. La “persona educatore” deve avere dunque caratteristiche ed esperienze particolari, capaci di accompagnare il giovane con disabilità in un percorso di affermazione personale e dei propri diritti molto simile ai coetanei “senza disabilità”. Avere una vita di coppia, conseguire la patente, avere un posto di lavoro, vivere appieno la propria affettività e sessualità… sono richieste che vengono portate agli operatori e di queste è necessario farsi carico. L’educatore, non può e non deve regolamentare, ma deve sostenere la persona, farla crescere e sperimentare, garantendo, allo stesso tempo, anche il supporto necessario per affrontare le frustrazioni legate alla consapevolezza che alcuni desideri non sono realizzabili.

In conclusione ….

Milano Città, Brianza, Valtellina… territori differenti per conformazione, organizzazione, scelte. Gli enti gestori degli SFA, pur in condizioni differenti (compreso il valore economico della loro prestazione), si dimostrano determinati ad affrontare i percorsi verso l’inclusione sociale delle persone con disabilità, facendosi promotori di cambiamento dei contesti, nonostante risuoni assordante il silenzio degli organismi che ne dovrebbero supportare l’operatività. La DGR 7433/2008 risulta, in questi come in altri territori, uno strumento organizzativo teoricamente adeguato agli scopi dello SFA, che si scontra da una parte con i limiti del sistema di welfare regionale e dall’altra con deserto di opportunità di inclusione offerte dalle comunità locali. In questo contesto il grado di determinazione degli operatori sembra essere un elemento decisivo per il raggiungimento o meno di alcuni buoni risultati in termini di promozione del diritto alla vita indipendente ed all’inclusione sociale delle persone con disabilità.

 

 


[1] Lo SFA si organizzerà secondo i seguenti moduli di intervento: MODULO FORMATIVO della durata massima di tre anni, all’interno del quale vengono realizzati gli interventi e le attività necessari al raggiungimento degli obiettivi previsti nel progetto individualizzato. MODULO DI CONSOLIDAMENTO della durata massima di 2 anni previsto e riservato a coloro che non abbiano raggiunto pienamente, durante il percorso del modulo formativo, gli obiettivi previsti dal progetto individualizzato. Il modulo di consolidamento deve mirare ad una graduale riduzione dell’intervento dello SFA fino alla dimissione che può avvenire per una raggiunta integrazione personale, sociale e/o lavorativa (con l’eventuale attivazione del Servizio di Inserimento lavorativo) oppure per necessità di interventi che richiedono una maggiore protezione sociale o socio sanitaria. MODULO DI MONITORAGGIO, facoltativo e riservato a persone che hanno concluso il percorso di consolidamento o che, pur non avendo frequentato alcun modulo, necessitano, su segnalazione del servizio inviante, di interventi di sostegno temporaneo da parte dello SFA, per affrontare nuove situazioni di vita o situazioni di crisi. Le persone accolte in questo modulo sono escluse dal conteggio che determina la capacità ricettiva ma devono comunque avere un proprio progetto individualizzato. DGR 7433/08