I punti deboli del contesto lombardo

Il prospetto recentemente diffuso relativamente alle richieste di finanziamento presentate e accolte nell’ambito delle azioni 1, 3, 4, 6 e 7

[1] conferma il forte interesse che rivestono a livello nazionale e lombardo i finanziamenti annualmente messi a disposizione dal FEI – Fondo Europeo per l’Integrazione di cittadini di Paesi terzi (vedi in Tabella 1 una sintesi in merito alle risorse stanziate a valere su ciascuna di queste azioni ed il dettaglio sul dato lombardo).
Se osserviamo il dato sulle proposte di progetti presentati dai partenariati lombardi, vediamo come in Regione Lombardia l’attenzione prevalente sia verso l’intercettazione di quei finanziamenti più finalizzati ad un’integrazione di “secondo livello”, coerentemente peraltro con la situazione che contraddistingue la nostra Regione come un territorio in cui il fenomeno immigrazione ha radici più storiche.
Ci sembra anche, tuttavia, come questo orientamento possa essere letto in modo duplice:

  • chi si occupa di servizi ed interventi rivolti alla popolazione di origine straniera in Lombardia è sempre più obbligato a fare riferimento a fonti di finanziamento “altre”;
  • in Lombardia, Regione comunque sempre attrattiva per la popolazione di origine straniera, ci si sta muovendo verso l’adozione di modalità di intervento diverse in termini di integrazione, forse anche in connessione con quelle criticità messe in evidenza dagli ultimi studi diffusi[2]che sottolineano la difficile permanenza delle famiglie di immigrati nella nostra Regione.

Che cosa  pensi di questo scenario?

Mi sembra assolutamente condivisibile, ci sono degli oggettivi segnali di peggioramento delle condizioni di inserimento degli immigrati, frutto un po’ della crisi ma anche del “venire al pettine” di alcune modalità storiche di inserimento dell’immigrazione nel mercato del lavoro lombardo. Si pensi all’area dei servizi alla persona o all’edilizia, per esempio, contesti in cui si è prodotta una rigidità dal punto di vista del ciclo economico e la collocazione marginale e poco protetta ha portato a forti criticità. Molte delle persone con cui ci siamo relazionati in questi anni, volendo offrire delle percezioni più etnografiche e meno statistiche, hanno messo in atto dei piani di rientro, di ritorno a casa o alla ricerca di alternative fuori dall’Italia. L’oscillazione di questi movimenti risulta molto più ampia rispetto al passato.
Per coloro che rimangono è ormai storica la tendenza verso la “familizzazione” dei profili. I dati sul ricongiungimento familiare, il principale strumento a disposizione delle famiglie che vogliono stabilizzarsi, ci dicono che l’immagine stereotipata del migrante economico, maschio e solo, andrebbe definitivamente messa in discussione. L’immigrazione in Lombardia è, ormai in modo stabile, un’immigrazione di famiglie che si scontra con le rigidità dei processi di inserimento nella nostra società.

Potresti fare qualche esempio?

Mi sembra che sicuramente tra le questioni irrisolte vada segnalato il “dramma casa”. Sono sempre più le famiglie in difficoltà e ciò avviene perché fanno riferimento a un regime dell’abitare che non funziona più.
Sono ancora molte oggi le famiglie che fanno fatica perché costrette in un “abitare precario”, condizione da cui fanno fatica ad uscire. L’abitare precario funziona in una fase iniziale del processo migratorio, laddove c’è spinta al sacrificio e ad accumulare una quota di risparmio che deve essere re-investita, ma costringe a situazioni e soluzioni che si scontrano con le esigenze di una famiglia che cerca una risposta di qualità.
È vero che ci sono migranti presenti in Lombardia che hanno ri-orientato la loro capacità di risparmio verso l’acquisto della casa ma vale la pena andare a vedere dove hanno comprato casa e attraverso quali canali. Va considerato, infatti, il fenomeno legato all’acquisto di patrimoni in decadenza e, parallelamente, l’accesso a canali di finanziamento non tradizionali.
Non va sottovalutato come l’acquisto della casa possa impattare negativamente sulle condizioni di vita di una famiglia immigrata, a partire da dove si compra, attraverso quali canali si reperiscono le risorse finanziarie e quali sono le spese accessorie. In questo senso andrebbero, ad esempio, studiate le morosità nel pagamento delle spese condominiali. L’indebitamento dei condomini in alcuni casi e in alcune zone è un problema sociale che mette in discussione i livelli di coesione.
Un altro contesto critico da segnalare è dato dalla scuola. Se vado ad osservare i dati sulle carriere scolastiche dei giovani di seconda generazione, che hanno vissuto un ampio arco della propria vita in Italia, mi rendo conto di come lo “schiacciamento verso il basso” delle loro carriere scolastiche si continui a produrre. Probabilmente noi oggi  non siamo in grado di cogliere questo elemento di complessità, ma è sempre utile ricordarci che la carriera scolastica è un importante predittore dei livelli di inserimento sociale.
Penso ci sia anche un problema legato ai concetti che utilizziamo per leggere la realtà, a partire dal concetto di straniero. L’aggregato “straniero” non dice più nulla. Ci troviamo di fronte a fenomeni sociali di elevata complessità e questo concetto necessita di essere smontato.
Noi oggi non possiamo che ragionare per condizioni comuni, vedi ad esempio parlando di casa o di scuola, soprattutto quando ci preoccupiamo di costruire politiche.
La sfida che abbiamo di fronte è quella di traghettare le politiche da “politiche di integrazione” a “politiche di cittadinanza”.
Da un lato oggi c’è una domanda molto forte verso questa seconda tipologia di politiche. Se osserviamo i dati relativi alla distribuzione della spesa sociale dei Comuni non c’è da stupirsi nel leggere la bassa percentuale di spesa registrata alla voce “Immigrazione”, perché è sempre più difficile ricondurre ad una specifica voce di spesa la rosa di interventi e servizi rivolta alla popolazione immigrata.
Occorre riconoscere diritti a chi ha cittadinanza sociale, bisogna ragionare in un’ottica universalistica. Noi oggi abbiamo la possibilità di ragionare per condizioni comuni, la casa e la scuola riguardano tutti ma la vera questione è che non vi è ancora un sistema in grado di confrontarsi con questo.

 

Verso l’introduzione di cambiamenti di sistema

Che cosa sta succedendo allora in Lombardia, se osserviamo appunto l’interesse suscitato dai FEI?

Da un punto di vista normativo la Regione continua ad avere un ruolo marginale, mentre Comuni e Ambiti, attraverso il canale dei FEI o altri finanziamenti ministeriali, hanno cercato e continuano a cercare di cambiare le cose.
I tagli alla spesa per il sociale hanno fatto esplodere una serie di bisogni, nella nostra esperienza abbiamo potuto vedere come i FEI siano stati utilizzati in molte zone per introdurre dei “cambiamenti di sistema” e superare quell’ottica emergenziale ancora molto diffusa che ci vede come paese di arrivo e non di insediamento.
Con i FEI l’adozione di un approccio di sistema è sicuramente premiante.

Quanto è importante ogni volta proporre elementi innovativi?

Il problema dei FEI e dei bandi in generale è, come è noto, la continuità, spesso non possibile. È importante che i progetti che si presentano siano innovativi, che riescano a proporre modalità “altre”per utilizzare l’esistente. Quanto più acquisiscono questo orientamento quanto meno sono esposti al rischio di rimanere un’esperienza “spot” tra le tante messe in essere.

Qual è l’eredità che progettazioni finanziate attraverso i FEI lasciano nei contesti in cui sono state introdotte?

Da quello che abbiamo potuto constatare sono esperienze che rimangono soprattutto nei casi in cui  la scelta progettuale si propone fin dalla fase di avvio di farsi carico della situazione futura ragionando in un’ottica di sostenibilità. Restano quelle esperienze che pensano già a prodotti che potranno essere messi a regime, ovvero che propongono di sperimentare qualcosa per poi stabilizzarlo. Alcuni temi in questo senso si prestano particolarmente, vedi ad esempio il consolidamento delle reti, il “fare reti tra le reti”.
I progetti che risultano invece più difficili sono, ad esempio, quelli che consegnano all’ente locale dei compiti che, però, si scontrano con la riduzione delle risorse disponibili e che di fatto rimangono inevasi.

Quali le istanze allora da sottoporre alla politica ai vari livelli alla luce di quanto detto finora?

Visto il ruolo regionale residuale sul fronte dell’integrazione sociale, le istanze da portare avanti riguardano in particolare due aspetti:

  • l’investimento su alcune politiche fondamentali per tutti i cittadini oltre che per i migranti, la casa “in primis”. La precarietà delle soluzioni abitative, se all’inizio ha un senso perché legata alla temporanea permanenza in Italia e all’accumulo di risparmi per le rimesse a casa, con lo stabilizzarsi della famiglia perde di significato;
  • la cessazione di una politica della paura in cui il tema dell’immigrazione assume connotati politici e non permette di affrontare la questione in modo libero da pregiudizi.