La povertà assoluta continua ad aumentare in Italia: lo dice l’Istat già dallo scorso luglio. Secondo i dati diffusi dall’istituto nel 2013 il 7,9% delle famiglie italiane era in povertà assoluta, un dato in crescita di più di un punto percentuale rispetto all’anno precedente (era 6,8% nel 2012) e quasi doppio rispetto al 4,1% nel 2007. In quell’anno le famiglie povere in senso assoluto non arrivavano a un milione, mentre il numero è salito a 2,03 milioni nel 2013 (più del doppio). In termini di individui l’incidenza della povertà assoluta è aumentata nello stesso periodo da 4,1% a 9,9%: da 2,4 milioni i poveri sono passati a circa 6 milioni, un italiano su dieci.
Come sottolinea il rapporto Caritas uscito lo scorso ottobre[1], la presenza della povertà ha allargato i propri confini andando a colpire in misura significativa fasce della popolazione finora poco toccate così come aree del Paese che erano state a lungo risparmiate. Ad esempio, il Centro-Nord ha visto un’espansione significativa del fenomeno, passando da un’incidenza di povertà assoluta intorno al 3% nel 2007 a un tasso pari a circa il 6% nel 2013 (grafico 1). Considerando in particolare il Nord, fatto 100 il tasso di povertà assoluta nel 2007 lo stesso è pari a 171 nel 2013 (figura 1). Sebbene il problema continui ad assumere carattere di maggiore gravità al Sud, dunque, alla storica “questione meridionale” si aggiunge oggi una “questione settentrionale”.

Grafico 1

Figura 1

La crisi colpisce anche nuove fasce di popolazione. Guardando al grafico sotto che riporta l’evoluzione del tasso di povertà assoluta dal 2007 (pre-crisi) al 2013 per dimensione del nucleo familiare, è evidente che la povertà aggredisce oggi in misura via via maggiore le famiglie con più di un componente, a differenza che in passato: l’incidenza di povertà è più che raddoppiata per le famiglie con 3 componenti e per quelle con 5 o più, è quasi triplicata per i nuclei di 4 persone, mentre è rimasta costante per quelli composti da una sola persona.

Grafico 2

Il grafico 3 rileva l’incidenza della povertà assoluta per età, ancora mettendo a paragone i dati 2007 e 2013. Come si vede, se in precedenza la povertà colpiva in misura maggiore gli anziani (ultra 65enni), oggi le fasce più colpite sono quelle della popolazione in età produttiva, per via evidentemente della crisi occupazionale.[2]

Grafico 3

I dati Istat sulla povertà assoluta non lasciano spazio a dubbi riguardo alle famiglie oggi più a rischio di povertà: sono i nuclei di 5 o più componenti, le coppie con 3 o più figli, in particolare se minori. Per queste tipologie di famiglia, in gran parte coincidenti, l’incidenza di povertà assoluta superava il 20% nel 2013 (a fronte del 7-10% per le famiglie con 1 o 2 figli). Per tutte, peraltro, si è registrato un aumento del tasso di incidenza di povertà rispetto al 2012 pari al 25-30% (almeno un quarto). Il risultato denota un crescente problema di “sostenibilità” della scelta di fare figli in una situazione di crisi come quella attuale, nonché un forte rischio di povertà fra i minori.
Che il tasso di povertà sia particolarmente alto e in aumento per i più piccoli è confermato dai dati diffusi lo scorso settembre dall’organizzazione Save the Children (link al rapporto), secondo la quale in Italia sono più di 1 milione 400 mila i bambini e gli adolescenti che vivono in povertà assoluta, ovvero il 13,8% dei minori residenti nel nostro Paese. Il numero è aumentato dal 2012 al 2013 di 400 mila unità (+ 3,5 punti percentuali, dal 10,3 al 13,8%, con un aumento del 34% sul totale). La crescita della povertà assoluta è stata indubbiamente marcata nel Mezzogiorno (+5,2 punti percentuali, dal 13,9 al 19,1, pari al 37% in più), ma anche nel Nord (+2,9 punti percentuali, dall’8,3 all’11,2%, pari al 35% in più), mentre una crescita lievemente inferiore si è registrata nel Centro Italia (+2 punti percentuali, dall’8,2 al 10,2%, pari ad un aumento del 24%). Il Nord, peraltro, aveva registrato il tasso di crescita più consistente l’anno precedente: + 43%. La figura 2 illustra il trend osservato nel Nord Italia nell’ultimo biennio: ponendo pari a 100 l’indice di povertà assoluta fra i minori al 2011, lo stesso risulta pari a 197 e quindi praticamente raddoppiato dopo soli 2 anni.

Figura 2

Come è facilmente immaginabile, è la mancanza di lavoro la principale causa di povertà. Particolarmente esposti sono infatti i nuclei con capofamiglia disoccupato. Tornando ai dati Istat, quasi un terzo di questi (28%) vive in condizione di povertà assoluta, percentuale in aumento rispetto al 2012 (quando era 23,6%), verosimilmente a causa di una permanenza continuativa nello stato di disoccupazione, che alla lunga porta a perdere i requisiti di accesso alle protezioni statali.
La povertà colpisce per un terzo (34,2%) le famiglie “senza occupati né ritirati dal lavoro”, che in gran parte coincidono con i nuclei di disoccupati visti sopra. Quest’ultimo dato ci dice però qualcosa di più: la condizione di povertà è ancora più diffusa fra le famiglie che non hanno al loro interno alcun contatto con il mondo del lavoro, né presente né passato, a dimostrazione di una delle caratteristiche del nostro welfare che tende ad essere fortemente sbilanciato a favore delle pensioni mentre carente sul fronte delle misure di contrasto alla povertà.
Fra le categorie di lavoratori più a rischio, infine, troviamo gli operai, per cui l’incidenza di povertà è di quasi il 12%, seguiti dai lavoratori in proprio (7,6%). La povertà colpisce meno, invece, imprenditori e liberi professionisti, dirigenti e impiegati (meno del 3% per entrambe le categorie).

E la Lombardia?

Di povertà in Lombardia si parla spesso in questo sito, talvolta facendo ipotesi e stime sugli ultimi sviluppi per sopperire alla mancanza di dati regionali aggiornati. La situazione non è diversa oggi, visto che l’ultimo rapporto ORES sull’esclusione sociale riporta dati risalenti ormai a 3 anni fa[3]. Ci si potrebbe servire dei tassi di povertà relativa, che Istat fornisce (anche) per regione; questa tuttavia dipende da fattori che non sono solo legati alla possibilità per le famiglie di acquistare un paniere minimo di consumi, come invece la povertà assoluta, ma anche dal generale livello di benessere del Paese. L’indice è quindi meno informativo su come si siano effettivamente modificate le condizioni materiali dei lombardi.
La scelta di non citare i dati sulla povertà relativa in questo articolo non ci permette perciò di aggiungere molto in merito al fenomeno povertà lombardo, di cui si è fatto peraltro il punto nel recente Vademecum. Sulla scia delle riflessioni fatte sul Nord Italia e sull’Italia in generale, tuttavia, possiamo valutare se le politiche di contrasto alla povertà regionali degli ultimi anni siano coerenti con i recenti sviluppi della povertà osservati nel Paese.
Guardando alle misure che la Lombardia riserva a coloro che possiedono un ISEE inferiore a 15.000 euro (soglia arbitraria per identificare le famiglie nelle fasce più basse di reddito), troviamo principalmente erogazioni monetarie per le madri in difficoltà (Fondo Nasko e Fondo Cresco), buoni per l’acquisto dei libri scolastici (Dote Scuola), voucher per l’inserimento lavorativo (Dote Unica Lavoro), fondi e iniziative per contrastare l’emergenza abitativa, la cui principale causa è oggi la perdita del lavoro. Alla luce di quanto evidenziato prima in merito alle fasce di popolazione e tipologie di famiglie più colpite dalla crisi si può dunque affermare che la Regione abbia se non altro messo a fuoco, nelle sue scelte di policy, le nuova povertà. Resta poi tutto da discutere se politiche comunque frammentarie e una tantum, oltre che spesso modeste in termini di trasferimenti pro-capite, siano in grado di rispondere efficacemente al problema.


[1] Flash Report su povertà ed esclusione sociale, 17 ottobre 2014, Giornata mondiale di lotta alla povertà. Di Caritas si segnala anche il Rapporto 2014 “Il bilancio della crisi. Le politiche contro la povertà in Italia“, presentato lo scorso luglio.
[2] Le tavole Istat 2007 non riportano i tassi di povertà per condizione occupazionale o categoria di lavoratore, pertanto non è possibile fare ulteriori confronti con il 2013.
[3]“L’esclusione sociale in Lombardia”, Rapporto ORES 2011.