La peculiarità dello SFA

Le coordinate normative che definiscono il Servizio di Formazione all’Autonomia alleggeriscono i vincoli strutturali tipici degli altri servizi, in particolare quelli afferenti al sistema socio-sanitario; la possibilità di fruire di uno spazio soggetto a norme di sicurezza, ma in qualsiasi struttura idonea alla civile abitazione, favorisce l’individuazione di luoghi del territorio caratterizzati da inclusività (ad es. condomini) e prossimità ai luoghi della comunità, all’esterno delle grandi strutture destinate esclusivamente alle persone con disabilità. Anche la flessibilità dell’orario di accesso al servizio (sebbene quasi sempre gli SFA siano organizzati in base ad una fruizione full time dalle 8,30 alle 16,00) si conforma alla progettualità individualizzata.
La normativa non cristallizza in definizioni rigide il “fruitore tipo” del Servizio di formazione all’Autonomia.  Tolto il rispetto di parametri anagrafici (dai 16 ai 35 anni di età) non vengono circoscritti livelli funzionali specifici come, ad esempio l’autonomia deambulatoria o eventuali comportamenti problematici. La valutazione in ingresso è generalmente sostenuta da una condivisione all’interno dell’équipe multidisciplinare relativa agli orientamenti diagnostici, al percorso scolastico, alla situazione familiare e alla coerenza dell’inserimento rispetto alle finalità dello SFA.
L’invio, effettuato dal servizio pubblico, prevede una progettualità che, solitamente, si esaurisce nell’arco temporale del primo triennio; si fatica ancora a costruire valutazioni di più ampio respiro, finalizzate alla costruzione di una progettazione esistenziale, soprattutto per gli over 18, già fuori dai percorsi scolastici.  Talvolta accade che le valutazioni della scuola superiore non siano allineate ai bisogni di sostegno rilevati dagli operatori del Servizio di Formazione all’Autonomia. Questa condizione porta, talvolta, alla genesi di incomprensioni con i familiari, le quali aspettative (soprattutto rispetto alla collocazione lavorativa) non risultano congruenti con le reali possibilità della persona con disabilità.

L’intervento educativo nell’esperienza della FOBAP

Dalla fine degli anni ’80 si è avviata una sperimentazione di risposte educative differenti, rivolte a persone che non si riconoscevano nei CSE (gli attuali CDD), muovendo i primi passi verso i contesti lavorativi del territorio che iniziavano a riconoscere la persona con disabilità una risorsa per gli ambienti produttivi. Oggi si hanno di fronte altri problemi, ma permane la stessa urgenza di sperimentare  progettualità educative per l’inclusione di molti cittadini a rischio di emarginazione sociale e culturale. Ci sono alcune dimensioni nell’esperienza condotta in questi anni, che sono risultate fondamentali, marcature significative del  lavoro giornaliero che fanno da riferimento organizzativo e progettuale dello SFA. Sono due le direttrici fondamentali: la pluralità e la complessità. Si  tratta di due livelli relativi sia alla persona che al contesto.

La pluralità

Il primo livello di pluralità è la costituzione del gruppo SFA a cui afferiscono giovani cittadini con disabilità intellettiva, in grado di essere inseriti in percorsi educativi ai quali afferiscono anche altri soggetti necessitanti di sostegni, che gravitano intorno al servizio: persone straniere, minori non accompagnati, adulti con disabilità acquisite. Il servizio, per come è stato realizzato, tende a dilatare e sfumare il confine organizzativo per ideare progetti educativi caratterizzati dalla ricerca di risorse nuove, interagenti tra loro in modo originale, con strumenti educativi e sociali  che rispondano a bisogni diversi garantendo sostegni analoghi e coerenti.
Non significa ridurre i criteri gestionali previsti dalla normativa: le persone che concorrono alla eterogeneità dei presenti, non sono formalmente “inviate” dalle équipe territoriali allo SFA, ma sono  invitate a farne parte (da un punto di vista relazionale) per potenziare le opportunità di incontro e di progettazione “al di fuori” del servizio stesso. Ad esempio: una donna straniera senza lavoro, un minore non accompagnato possono condividere bisogni e opportunità concreti relativi al conseguimento di un diploma (la tradizionale attività cognitiva), sperimentarsi in attività occupazionali di gruppo (la tradizionale attività di training formativo occupazionale), elaborare vissuti e speranze per il futuro migliorando la propria autoefficacia (la tradizionale attività di meta cognizione), partecipare a momenti di conoscenza di sé (percorsi mindfulness e yoga). Tutto ciò può essere condiviso intrecciando creatività e risorse tra vari e diversi servizi del territorio, leggendo trasversalmente i problemi più urgenti della comunità, alimentando il confronto con la varietà delle esperienze umane prevenendo la categorizzazione delle persone in utenti,clienti,ospiti,fruitori….

Non solo, gli spazi destinati alle azioni governate dal servizio trovano un riferimento in altri luoghi funzionali, caratterizzati da inclusività: il gruppo si divide e si trasferisce in due stanze di un ex consultorio, in un Caffè letterario, in un centro yoga, in una stanza dell’università o di un oratorio. Non c’è l’esigenza della “sede”: quella formale è necessaria per gli archivi delle cartelle pedagogiche, dei documenti richiesti dalla normativa e per gli strumenti tecnici necessari all’approccio a cui il servizio è orientato (Convenzione Onu, XI Sistema, ICF, QdV, SIS,ecc), ma è importante condividere esperienze formative con persone che non per forza attraversano l’esperienza della disabilità. Il setting educativo è la relazione che prende forma nella vita di tutti i giorni, incontrando cittadini italiani e stranieri che, spesso, hanno bisogni in comune: l’attività prevista tende necessariamente ai bisogni della vita reale di tutti i giorni, dove si fanno i conti con l’imparare un lavoro, gestire un piccolo reddito, fronteggiare le diversità e le intolleranze, avere degli amici e degli affetti sicuri, prepararsi a gestire uno spazio domestico da soli o in famiglia, apprendere dei saperi che migliorano se stessi.
Per fare un esempio concreto: il tirocinio occupazionale individuale presso una Casa di riposo è finalizzato a compiti di pulizia e riordino degli ambienti, cucina compresa. La presenza dello SFA a supporto del tirocinante permette la conduzione di momenti di animazione per gli anziani, solitamente gestita dal personale, grazie anche a competenze cognitive e relazionali apprese presso il servizio. L’esperienza, oltre a favorire un incontro generazionale molto positivo, individua in una stanza della Casa di riposo un riferimento logistico dello SFA, decentrandolo dalla sede principale, assottigliando il “confine”del servizio stesso; non solo, la presenza “professionale” dei giovani inseriti presso lo SFA migliora la gestione globale della Casa, dato l’aumento delle risorse umane impiegate nella routine quotidiana.

La dimensione della pluralità ha a che fare con questo: intercettare bisogni diversi di persone diverse, uscendo dalla categoria “utenti”, per ricercare regole e contesti in cui esprimere cittadinanza, responsabilità e autorealizzazione.  Sono incontri meno prevedibili rispetto a quelli solitamente proposti dallo SFA, ma voluti e cercati per leggere collettivamente i problemi che ci sono “fuori” e capire a quale tipo di comunità sociale si vuole appartenere. Una pluralità contestuale, già raccomandata dall’ICF e dagli strumenti che si utilizzano per costruire un progetto esistenziale.
Non è retorica pedagogica e non è la tensione ideale che, nella ferialità, perde rintracciabilità e coerenza operativa. E’ lo sforzo che si cerca di mettere in campo selezionando attività, proposte, opportunità, strumenti per avviare quello che tutti gli operatori condividono: il percorso verso una reale inclusione sociale. Ma per modificare le regole di un contesto affinché ogni cittadino trovi il suo spazio visibile e culturale, bisogna lavorare insieme a chi, dentro le stesse regole, incontra ostacoli o discriminazione: oggi sono ancora le donne, gli stranieri, le madri sole, i minori non accompagnati, i rifugiati, gli anziani. Questa è stata la scelta  degli operatori nel progettare e gestire un Servizio di Formazione all’Autonomia: lavorare attorno alla fragilità di cittadinanza partendo dallo specifico “territorio” che è la disabilità intellettiva.
Lo SFA diventa così un riferimento logistico e una base progettuale per costruire cittadinanze, un trampolino di lancio culturale e formativo utile all’incontro di esperienze umane per imparare e delineare un progetto di vita dentro una comunità che sta cambiando velocemente e dove i riferimenti non sono sempre chiari. Supera, nei fatti, il concetto di servizio (seppur necessario) riferito esclusivamente a spazi organizzati quali  unico luogo di tensione progettuale, scandito da ritmi attività interne/attività esterne  e dall’uso prudente di inclusione sociale.

La complessità

Il secondo livello è la complessità. Tanto per lo SFA, quanto per i servizi destinati alle persone con disabilità in generale, vale la regola dolciana di “educare seminando domande”: è vero che la disabilità intellettiva esige delle risposte ai bisogni, ma il metodo che si sta cercando di implementare quotidianamente è chiedere alla persona (e quindi agli operatori come soggetti facilitatori) che cosa ha senso per lei, cosa le serve oggi per domani, qual è il processo da avviare perché competenze e fragilità possano esprimersi in un processo di senso e autodeterminazione, come si vedono e si leggono i problemi degli altri e della società che abitiamo. Gli operatori devono affinare le capacità di mediazione proprio per la lettura dei problemi contestuali, riuscendo a individuare ostacoli e facilitatori culturali per il processo inclusivo che si intende promuovere. La traduzione operativa di questo domandarsi pedagogico è la programmazione e la progettazione individuale e di gruppo.
Così lo SFA cerca, crea e sviluppa connessioni, coprogettazioni sinergiche e paritetiche con la scuola (sperimentazioni nel biennio e triennio superiore per individuare  gli obiettivi futuri della vita); con le realtà aggregative, sportive e culturali per conoscere e abitare luoghi di incontro e di crescita; con le organizzazioni che progettano per e con i migranti (progetti di microcredito per attività occupazionali); con i  luoghi di culto per esplorare la dimensione  interiore e del trascendente.
E’ in atto, in collaborazione con i familiari dei giovani che frequentano il servizio, un tentativo di definizione degli orizzonti che il servizio può essere in grado di aprire. Secondo le raccomandazione Anffas (il soggetto associativo che dà le linee guida per i servizi Fobap), sono stati istituiti i Gruppi di Partecipazione dei familiari, con una rappresentanza all’interno di ogni realtà, affinché si formalizzi uno spazio di ascolto reciproco e di interscambio sulle problematiche maggiormente avvertite. Gli argomenti su cui si sta cercando di lavorare in questo periodo riguardano l’attività occupazionale futura e l’abitabilità indipendente. E’ uno spazio all’interno della programmazione annuale, con dialoghi faticosi, aperti e discontinui, complicati ulteriormente (ma resi ulteriormente affascinanti) dall’eterogeinità biografiche e geografiche e dalla difficoltà di allineare bisogni e aspettative dei giovani, delle famiglie  e del servizio.
La complessità del lavoro di “tessitura sociale” di uno SFA sviluppato secondo le direttrici sopra menzionate, oltre a sfumare al confronto con le normative regionali di riferimento, non è del tutto conosciuto dai servizi formali e talvolta anche dal proprio Ente gestore: tra idealità e fatica succede che la memoria di quanto si è fatto resti nei documenti, all’interno dell’équipe e, per fortuna (soprattutto), nella vita delle persone con cui ogni giorno si opera. La complessità che caratterizza ed arricchisce il servizio ne limita, al contempo, la possibilità di una descrizione ridotta ad aspetti eminentemente quantitativi. E’ difficile comunicare cosa c’è dietro un piccolo ricamo di un arazzo grande quanto una parete…

Il dopo: il limite e la possibilità

La pluralità, la complessità, la collaborazione con il territorio, con la comunità e con le famiglie, la profusione di energie operative e progettuali orientate a realizzare il domani che oggi si sta costruendo dentro e fuori il servizio, rischiano di infrangersi ogni qual volta ci confronta con la domanda “E dopo?”. Lo SFA, per quanto cerchi di dilatare e sfumare la progettualità normata, è l’unico servizio a tempo: massimo 5 anni e poi, o si va a lavorare, o si rientra al CSE. Poiché queste soluzioni spesso non sono realizzabili o opportune e rispettose, diventa sempre più necessario interrogare la comunità educante ed il legislatore attorno alla possibilità di riorganizzare il Servizio di Formazione all’Autonomia nella direzione di un supporto professionale alla progettazione esistenziale.
Tutto quanto detto prima trova il suo senso primario in questa breve affermazione: il dopo è la vibrazione permanente del nostro pensiero educativo. Una vibrazione da condividere con altri soggetti istituzionali  (non afferenti all’area tradizionale dei Servizi) per coniugare l’esperienza lavorativa e l’abitabilità indipendente, creando connessioni con  realtà che si occupano di altri cittadini in difficoltà, per unire le forze progettuali e finanziarie. Sono i primi e  piccoli passi, troppo presto per comunicare che l’idea funzioni a lungo termine. Ma tracciare un sentiero apre la possibilità di percorsi possibili. “La deviazione urgente di un singolo, diventa apripista del percorso di altri”. (E. De Luca)