Nell’aprile 2012 la Dgr 3239 ha tracciato le linee guida per l’attivazioni di sperimentazioni nell’ambito delle politiche di welfare. Diversi provvedimenti  e le Regole di sistema annuali hanno successivamente disposto la prosecuzione e l’integrazione con azioni migliorative delle attività nelle quattro aree coinvolte: minori disabili, dipendenze, non autosufficienza e consultori. Nell’ambito delle dipendenze sono state condotte sperimentazioni su quattro punti di possibile innovazione: adolescenti, nuove forme di abuso, riduzione del rischio e cronicità.
LombardiaSociale ha voluto tracciare un primo bilancio delle sperimentazioni in quest’ultimo settore, coinvolgendo in un focus alcuni enti aderenti al CEAL (Coordinamento Enti ausiliari Lombardia) che hanno condotto i progetti in diversi territori della Regione[1].

Una risposta per l’area grigia, tra dipendenza attiva e grave marginalità

Le sperimentazioni nell’area della cosiddetta “cronicità” hanno inteso trovare una risposta a un problema ormai ineludibile e cioè la presenza di un numero significativo di persone che, avendo alle spalle una lunga storia di tossicodipendenza o alcol dipendenza – ma anche ripetuti tentativi terapeutici più o meno riusciti – continua a presentare croniche problematiche a livello sanitario, sociale e abitativo ed è privo di una rete primaria di supporto. Un’area grigia, potremmo dire, che si pone in una posizione mediana tra i dipendenti attivi e coloro che vivono in situazione di patente marginalità (come ad esempio i senza fissa dimora).
Il primo dato che emerge è l’omogeneità delle sperimentazioni attivate: gli interventi, infatti, si pongono come finalità la ricostruzione di un livello di autonomia e di responsabilizzazione sostenibile per le persone coinvolte, attraverso l’offerta di percorsi di residenzialità leggera, sul modello di quelli sperimentati nell’ambito della salute mentale. In pratica si tratta dell’offerta di appartamenti in cui ospitare da due a sei persone, sostenute da un’equipe multidisciplinare in cui è centrale la figura dell’educatore e lo strumento fondamentale è la relazione di accompagnamento che si genera.
L’obiettivo condiviso dagli interventi sperimentati è quello di interrompere il ricorso continuo alle comunità, o comunque ai percorsi più strettamente terapeutici, qualora non sia strettamente necessario; spesso, infatti, le strutture terapeutiche vengono utilizzate come risposta “standard” per bisogni assai diversificati. Ma i percorsi terapeutici, pur divenuti ormai assai flessibili e articolati, continuano comunque a fissare “standard” di recupero e benessere che in alcuni casi sono semplicemente irrealizzabili. Si finisce così per generare un circuito non proprio virtuoso che porta la persona con problemi cronici, ma non acuti, a migrare di comunità in comunità, da servizio a servizio, con conseguente spreco di risorse pubbliche, utilizzo non appropriato dei servizi e l’esposizione ad ulteriori fallimenti.
Si tratta dunque, viste le problematiche di lungo corso e le fragilità ormai strutturali che contraddistinguono l’utenza di questo tipo, di distanziarsi  da un approccio strettamente terapeutico, inteso come modalità di supporto volta al raggiungimento di uno standard di “buon funzionamento”, di una condizione di benessere predeterminata.
Gli interventi sono invece strutturati per accompagnare i soggetti coinvolti verso una stabilizzazione della loro condizione e una semi-autonomia che stia, anche qui, in una posizione mediana tra “l’accanimento terapeutico” e il sostanziale abbandono di prese in carico assistenziali, parziali e frammentate.

Adeguatezza e integrazione degli interventi

Il punto di forza principale appare dunque l’adeguatezza della risposta tramite l’inserimento in appartamenti e l’accompagnamento alla stabilizzazione. Gli appartamenti e la residenzialità leggera consentono infatti interventi maggiormente personalizzati, meno rigidamente declinati secondo regole di convivenza necessariamente forzosa (si pensi ad esempio alle comunità) e un contesto sociale più allargato nel quale situare gli itinerari individuali.
Questo passaggio, dalla cura all’accompagnamento, in genere ha richiesto un percorso di crescita ed evoluzione delle figure educative coinvolte nelle sperimentazioni, spesso provenienti proprio dalle comunità terapeutiche. Un cambiamento faticoso, ma che ha rappresentato anche una strada di rigenerazione, rimotivazione e riposizionamento positivo degli educatori.
D’altra parte tutte le sperimentazioni considerate hanno vissuto in un rapporto di “giusta distanza”, anche geografica, con le strutture terapeutiche di riferimento; da un lato gli appartamenti sono stati diffusi sul territorio e nella gran parte dei casi separati dalle comunità, ma dall’altro hanno goduto dell’apporto relazionale e di competenze professionali delle strutture di recupero, in un’ottica d’integrazione e sinergia. Questa integrazione ha consentito anche di affrontare le periodiche crisi e ricadute nel consumo di sostanze che, comunque, rimangono non infrequenti in un percorso di cronicità.
Tutte le sperimentazioni prese in considerazione hanno saturato la propria capacità di accoglienza, con un livello di turnover contenuto. Un altro indicatore positivo viene dalla permanenza su tempi lunghi all’interno degli appartamenti; la residenzialità leggera, infatti, non è costretta dentro cronoprogrammi contingentati e consente di dispiegare l’accompagnamento con gradualità e continuità, secondo progetti personalizzati di autonomia.
Naturalmente ciascuna delle sperimentazioni si differenzia poi nelle modalità organizzative e di gestione, ma rimangono comuni i tratti rilevanti e caratterizzanti che abbiamo sommariamente indicato.

Le principali criticità e domande aperte per la messa a sistema

Ma le sperimentazioni considerate presentano anche criticità comuni. Le prime che è opportuno segnalare discendono dalle modalità con le quali è stato condotto e governato il percorso da parte della Regione dal 2012 ad oggi. Si è trattato infatti di un itinerario soggetto a continue proroghe temporali “a singhiozzo” che hanno inciso su un aspetto fondamentale degli interventi e cioè quello della possibilità di lavorare con le stesse persone per periodi medio-lunghi. E’ probabile che i risultati reali di una residenzialità leggera nelle dipendenze si potranno leggere, appunto, in una dimensione temporale più distesa e più certa, sia per gli operatori impegnati che per gli ospiti. Inoltre, durante gli anni di sperimentazione, i progetti sono stati soggetti ad attento monitoraggio, ma non hanno potuto godere di momenti di confronto comuni, di tavoli in cui fosse possibile l’individuazione e la valorizzazione di buone prassi da condividere. L’allestimento di tali spazi e tempi avrebbe sicuramente consentito un ulteriore arricchimento delle esperienze e avrebbe permesso già un passo avanti nell’individuazione di standard condivisi per la messa a regime delle nuove unità d’offerta.
Proprio nell’ottica del percorso di accreditamento che secondo le indicazioni regionali si profila all’orizzonte per questa tipologia di servizi,  è utile qui individuare altri punti di criticità da affrontare:

  • Una prima criticità riguarda il rischio di confondere i percorsi di cronicità con quelli di reinserimento, per quanto il confine sia sottile e per certi versi mutevole. L’intervento sulla cronicità si distingue dal reinserimento soprattutto nella finalità di fondo, mancando l’utopica idea di garantire reinserimento sociale completo e autonomia totale ai propri utenti. Da questo punto di vista sarà opportuno, sulla base dell’esperienza condotta in questi anni, definire con precisione le caratteristiche delle persone con problematiche croniche, in modo che i servizi invianti possano individuare i destinatari più adatti alla residenzialità leggera e utilizzare in maniera corretta la nuova unità d’offerta.
  • Una seconda criticità riguarda la complessità sociale degli interventi sperimentati; una residenzialità di questa natura, se ha necessità di integrarsi con le risorse professionali delle strutture terapeutiche, ha bisogno ancora di più di alimentare un rapporto vitale con i servizi e le opportunità presenti nel territorio in cui si collocano gli appartamenti. L’equilibrio della persona accolta, infatti, deve essere perseguito non solo da un accompagnamento personalizzato, ma sopratutto tramite l’inserimento in una comunità locale e in rete una di appartenenza territoriale. Si tratta di un lavoro sul contesto, per favorire una sua sensibilizzazione e lo sviluppo di una dimensione comunitaria e d’integrazione e di socialità che richiede tempo ed energie. Tutte le esperienze segnalano che difficilmente tale lavoro, a regime, potrà essere sostenibile attraverso la retta di 25 euro giornaliere a persona che ha caratterizzato le sperimentazioni.  
  • Un terzo ordine di criticità riguarda la capacità di auto-sostenersi e di produrre reddito delle persone ospitate; si tratta di un nodo assai rilevante anche per la residenzialità leggera in psichiatria. Infatti un ottimo accompagnamento educativo e un buon contesto sociale non possono sostituire una – seppur relativa – autonomia lavorativa. In questo senso è importante individuare strumenti concreti di sinergia e stretta collaborazione con i servizi e le politiche attive del lavoro.
  • Infine rimangono qui da evidenziare due punti interrogativi fondamentali circa le intenzioni della Regione a proposito del percorso di accreditamento: da un lato le sperimentazioni hanno confermato la natura sociosanitaria del servizio – evidenziata anche da quella sinergia con le strutture terapeutiche di cui abbiamo parlato sopra – ma altrettanto evidente risulta la centralità dell’aspetto socio-assistenziale e relazionale. La Regione intende confermare la collocazione delle residenzialità leggere nell’ambito dei servizi sociosanitari? E, dall’altro, l’accreditamento di posti nelle strutture per la cronicità porterà ad un incremento dei posti rispetto a quello oggi a disposizione delle strutture terapeutiche residenziali o si procederà a una ricalibratura del numero totale attualmente esistente?

[1] Al focus, organizzato lo scorso 20 gennaio, hanno partecipato Gabriella Feraboli della Cooperativa di Bessimo di Brescia, Riccardo Farina della Comunità del Giambellino di Milano, Sara Dell’Oro dell’associazione comunità Il Gabbiano di Colico e Calolziocorte, Stefano Maistrello della cooperativa Gasparina di Sopra di Romano di Lombardia (BG) e Rosa Vettese dell’associazione Fides, attiva con una sperimentazione a Cornaredo (MI).