Nell’aprile 2012 la Dgr 3239 ha tracciato le linee guida per l’avvio di sperimentazioni nell’ambito delle politiche di welfare. Diversi provvedimenti  e le Regole di sistema annuali hanno successivamente disposto la prosecuzione e l’integrazione con azioni migliorative delle attività nelle aree coinvolte: minori disabili, dipendenze, non autosufficienza e consultori. Nell’ambito delle dipendenze sono state condotte sperimentazioni su quattro punti di possibile innovazione: adolescenti, nuove forme di abuso, riduzione del rischio e cronicità.
Dopo aver analizzato i progetti per la cronicità , LombardiaSociale traccia qui un primo bilancio delle diciotto sperimentazioni a favore degli adolescenti, a seguito di un focus con alcuni enti aderenti al CEAL (Coordinamento Enti ausiliari Lombardia) che hanno condotto i progetti in diversi territori della Regione

[1].

Il mandato regionale e la significativa varietà degli interventi sperimentati

Le sperimentazioni nell’area degli adolescenti nascono dalla presa d’atto della forte crescita del consumo di sostanze, legali e illegali, in giovane età; la Regione Lombardia ha ritenuto dunque necessario affrontare il disagio sociale dell’adolescenza (attraverso il rinforzo delle competenze della famiglia, degli adulti di riferimento e della comunità), prevedendo contesti specifici per l’accoglienza di giovanissimi e giovani con problemi di consumo/abuso/dipendenza. La prima fase delle sperimentazioni, conclusasi nel luglio 2013, ha evidenziato diverse problematicità: secondo la Regione, infatti, la realizzazione delle sperimentazioni aveva incontrato bisogni differenti da quelli ipotizzati in sede di progettazione, confermando la difficoltà di lettura del fenomeno delle dipendenze tra gli adolescenti e i giovani ed evidenziando la necessità di forti azioni correttive[2]. Nei fatti si riscontrava la difficoltà di mettere a fuoco quali interventi potessero essere utilmente  implementati in quest’area, per sua natura assai fluida e diversificata, per molti versi sfuggente rispetto a quella del trattamento o della cronicità.
Una delle caratteristiche principali delle sperimentazioni attivate nell’area adolescenti, al contrario di quelle per la cronicità,  è infatti la significativa disomogeneità delle attività messe in atto; esse infatti si distribuivano, e si distribuiscono, lungo tutta la linea che separa interventi specialistici di tipo ambulatoriale dalle attività più generali di animazione e aggregazione. Per esemplificare, in questi anni si è sperimentato attraverso interventi dentro i pronti soccorso ospedalieri – intervenendo nei casi di tentato suicidio o di incidentalità sospetta o di autolesionismo di adolescenti – ma anche all’interno di strutture che richiamano molto da vicino i classici centri d’aggregazione giovanile.

Aggancio precoce e prevenzione indicata

Nel caso delle sperimentazioni in oggetto è parsa subito chiara la finalità che avrebbe dovuto accomunare gli interventi e le attività e cioè la presa in carico precoce. Si tratta insomma, di non aspettare l’arrivo degli utenti nei servizi adibiti alla riabilitazione, ma di individuare i problemi al loro insorgere, o comunque in una fase anticipata della vita e del percorso di consumo di sostanze, per offrire prese in carico effettive. Ma la difficoltà principale del percorso di sperimentazione è stata la messa a fuoco della strategia attraverso la quale conseguire la finalità. Col trascorrere del tempo si è progressivamente individuato quale tipo di prevenzione dovesse essere perseguita, scartando quella universale, rivolta alla popolazione giovanile generale, per puntare su quella selettiva – orientata a specifiche sottopopolazioni con rischi sopra la media – ma soprattutto su quella indicativa, rivolta a individui “con minimi ma identificabili segni o sintomi che suggeriscono un disturbo”[3].

Flessibilità, integrazione, territorialità

Il primo punto di forza dei progetti è stato indicato dalla Regione stessa nella delibera dgr 2022 del luglio 2014 nella quale si è evidenziato che, in generale, le iniziative progettuali non hanno inteso creare un nuovo servizio specialistico per adolescenti, ma sviluppare, a fianco alla funzione specialistica propria di ciascun servizio esistente, una “funzione d’integrazione”, tale da favorire la capacità dei servizi di operare con interventi a più ampio raggio e in grado, al contempo, di svolgere azioni di prevenzione selettiva e indicata.
Dunque i progetti si sono posti come utile e attiva “intercapedine” tra i diversi servizi specialistici (dalle Uonpia ai consultori, ai Sert) e come terreno avanzato verso la popolazione giovanile, per cercare, appunto, di anticipare la presa in carico; l’approccio è stato quello di adattarsi il più possibile alla domanda proveniente dai giovani e dalle loro famiglie, piuttosto che chiedere ai potenziali utenti di adeguarsi agli strutturati iter di valutazione dei servizi convenzionali.
In questo quadro gli interventi si sono caratterizzati per un alto livello di flessibilità e di adattabilità: tempi molto rapidi dell’accoglienza e della lettura delle domande, orari di apertura al pubblico non tradizionali, ampia gamma di prestazioni offerte: tutoring individuale, counselling individuale pedagogico e/o clinico, bilancio di competenze individuale e di gruppo, gruppi tematici su sostanze e comportamenti a rischio, percorsi di life skills e peer support, laboratori espressivo relazionali, supporto pedagogico e/o clinico alla famiglia.
I progetti, in generale, hanno costituito poli poco connotati, a bassa soglia e nei quali si è evitato il rischio di anticipare una non opportuna patologizzazione e medicalizzazione del “caso” posto all’attenzione delle micro-equipe multidisciplinari degli operatori.
Altro punto di forza è sicuramente la territorialità degli interventi; si tratta infatti di progetti di rete che hanno costruito legami significativi con le agenzie specialistiche, ma anche non specialistiche, dei territori su cui si sono insediati[4]. Viene segnalato, in questo orizzonte, il proficuo lavoro che in molti contesti è stato svolto in strettissima connessione con gli Istituti scolastici professionali; in ogni caso le scuole sono in cima alla classifica degli enti invianti. Spesso gli interventi non si sono svolti nel luogo fisico deputato a “sede” del progetto, ma direttamente in luoghi non formali e, in qualche caso, anche nelle abitazioni dei ragazzi segnalati.[5]

Le principali criticità

Ma le sperimentazioni considerate presentano anche criticità comuni. Valgono anche qui quelle analizzate per l’area della cronicità (link?): le continue proroghe temporali “a singhiozzo” e l’assenza di tavoli in cui fosse possibile l’individuazione e la valorizzazione di buone prassi da condividere hanno segnato il percorso di tutti i progetti.
D’altra parte, vengono segnalati aspetti critici specifici dei progetti qui considerati.
In primo luogo la varietà di tipologie di utenti e di problematiche che sono arrivate ai progetti. La stessa Regione individua quattro tipologie principali che argomentano ampiamente il ventaglio di domande:

  • giovanissimi consumatori under 16/18 anni e per questo abusatori, anche se non percepiti come tali dal contesto
  • giovani-adulti 18/24 anni, abusatori “dall’adolescenza allungata”, ancora in famiglia/casa
  • adulti-giovani agli esordi della propria autonomia di vita/relazione
  • giovani con problematiche antisociali e/o psichiatriche.

Come si può vedere, anche questo semplice elenco da un lato mette in discussione la categoria di “adolescente” (si arriva a parlare di adulti-giovani) e, dall’altro, indica che il consumo e l’abuso di sostanze – per non parlare della dipendenza – è solo uno dei problemi portati all’attenzione delle equipe, spesso non quello prevalente[6].

Un secondo ordine di criticità riguarda proprio quei legami di rete che abbiamo visto essere tra i punti di forza. In primo luogo non raramente i progetti sono stati i terminali ultimi di percorsi al contrario, iniziati cioè dai servizi specialistici (per esempio dai consultori); si tratta in particolare di “casi” difficili, persone che non riescono a stare dentro i percorsi formalizzati dei servizi tradizionali. Da imbuto per l’invio ai servizi, le sperimentazioni sono così diventate talvolta – in un evidente cortocircuito rispetto alla finalità delle sperimentazioni – delle “ultime spiagge” a cui ricorrere in caso di forti difficoltà.
D’altra parte anche gli invii ai servizi specialistici e le sinergie con loro hanno registrato esiti molto diversi, secondo la disponibilità dei servizi di mettersi almeno un po’ in discussione. In alcuni casi i progetti hanno dato vita ad azioni comuni e condivise con i Sert di riferimento (per esempio all’interno delle scuole), in altri invece è rimasta una distanza tutta da colmare per costruire una reale risposta integrata e una efficace presa in carico anticipata. Rimane viva, insomma, la criticità segnalata direttamente dalla Regione nel luglio scorso: “Le sperimentazioni Adolescenti hanno toccato un’area indubbiamente critica nell’attuale sistema di risposta dei servizi; infatti esso, nel suo insieme, pur offrendo una molteplicità di risposte specifiche – sanitaria, sociosanitaria, sociale – fatica a creare e soprattutto a mantenere una collaborazione costante tra i diversi attori istituzionali e non, nonché integrare le risposte ed i percorsi in un’area dove invece è indispensabile la realizzazione di piani d’intervento individualizzati fortemente integrati”[7].

Infine è necessario considerare i punti interrogativi sul futuro di questi progetti, dopo la conclusione delle sperimentazioni. Esiste in particolare un dubbio sulla collocazione nell’ambito del sistema d’offerta complessivo: le sperimentazioni sono caratterizzate da un’indubbia prevalenza di prestazioni pedagogico-relazionali ad approccio sistemico rispetto a quelle più specialistiche. La Regione intende confermare la collocazione dei progetti adolescenti nell’ambito dei servizi sociosanitari?
E, dall’altro, rimane ancora  fumoso l’approdo dei progetti dentro la programmazione comunitaria 2014 – 2020, così come indicato dalla Regione. Non pare così immediato, in particolare, l’inserimento di queste attività all’interno dell’obiettivo tematico 9, destinato alla promozione dell’inclusione sociale e a combattere la povertà ed ogni forma di discriminazione, attraverso processi di inclusione attiva e il rafforzamento delle competenze delle persone maggiormente fragili e a rischio di discriminazione.


[1] Al focus, organizzato lo scorso 17 febbraio, hanno partecipato Gabriella Feraboli della Cooperativa di Bessimo di Brescia, Riccardo De Facci della Cooperativa Lotta contro l’emarginazione di Sesto San Giovanni (MI), Patrizia De Filippi dell’associazione comunità Il Gabbiano di Colico (LC), Cristina Pellegrini del consorzio CSD di Bergamo.
[2] Si veda in proposito il Report di valutazione finale delle sperimentazioni elaborato dalla Regione al termine del 31 luglio 2013.
[3] Per un’analisi della prevenzione indicativa si veda, ad esempio, il Quaderno n. 6 dell’Osservatorio territoriale droga e tossicodipendenze dell’Asl Milano 2: “Prevenire i disturbi da uso di sostanze in bambini e adolescenti a rischio: una review delle teorie e evidenze di efficacia della prevenzione indicata”, 2012.
[4] La Cooperativa Lotta contro l’emarginazione ha significativamente unificato i suoi progetti sotto l’acronimo STEP: Servizi territoriali educativi polivalenti.
[5] Da sottolineare, in questo quadro, il progetto “Nuove avventure per pinocchio”, svolto nell’intera provincia di Sondrio, che ha adattato le sue modalità a un territorio assai disperso e con collegamenti pubblici non proprio fluidi.
[6] Nel progetto di Sondrio, ad esempio, solo nel 25 % dei casi la motivazione dell’invio riguarda l’uso di sostanze. In generale i progetti si sono occupati anche di conflitti familiari, affettività, sessualità, legalità, crisi evolutive, autolesionismo, isolamento sociale, condotte a rischio.
[7] Dgr 1 luglio 2014 – n. X/2022:  “Determinazioni in ordine all’evoluzione delle attività innovative ai sensi delle dd.g.r. 3239/2012 e 499/2013. Fase transitoria.