Come IRS siamo impegnati in questi mesi nell’area delle misure per la conciliazione tra vita e lavoro, seguendo da vicino alcuni Piani e le rispettive progettualità con azioni di accompagnamento formativo  e di valutazione. In relazione a questi incarichi abbiamo avuto, inoltre, occasione di interfacciarci con i referenti regionali in merito al sistema di monitoraggio che la Regione stessa ha sviluppato.
Da queste esperienze  proponiamo qui  alcune considerazioni, con la finalità di contribuire al dibattito in merito alle principali sfide con cui i territori si stanno confrontando nello sviluppo dei progetti.

A che punto siamo?

I Piani territoriali per la Conciliazione, dopo l’approvazione regionale, hanno preso avvio circa un anno fa e si trovano a quasi metà del percorso di attuazione, la cui conclusione è prevista per l’estate 2016.
Come previsto dalla DGR 1081, i Piani sono sviluppati dalle Reti Territoriali per la conciliazione, la cui regia è in capo alle ASL , e prevedono, oltre che  il consolidamento e l’ampliamento della stessa Rete Territoriale,  l’implementazione di specifiche progettualità, promosse e realizzate da Alleanze Territoriali con estensione locale, a valere su un finanziamento regionale e su una quota di co-finanziamento degli enti partner.
I progetti sono articolati in diverse azioni e aree  di intervento, così come definite dalla DGR 1081, e sono orientati a sperimentare misure di conciliazione rivolte alle persone e alle imprese, anche attraverso l’erogazione di incentivi, a sostenere l’implementazione di piani di conciliazione aziendali e a proporre occasioni formative e di aggiornamento sui temi della conciliazione.  Tutte azioni che prevedono – allo stesso tempo-  ricadute specifiche sui rispettivi beneficiari ma anche ricadute sulla comunità locale, in termini di sensibilizzazione e diffusione di una cultura della conciliazione.
Ad oggi – anche se non necessariamente in ritardo con le tempistiche previste – diversi progetti non sono ancora entrati nel pieno delle azioni, avendo dedicato tempo ed energie in questi mesi ad una sorta di lavoro preparatorio, di analisi dei fabbisogni, di costruzione di strumenti operativi e di sviluppo di relazioni a livello territoriale. Altre progettualità si trovano, invece, già a confrontarsi con la realizzazione più propriamente operativa delle azioni, quali la definizione di strategie di intervento aziendali, l’erogazione di voucher per l’utilizzo di servizi, la realizzazione di eventi formativi, etc

Le sfide per i territori

L’osservazione, seppure limitata ad alcuni territori, di questo anno di attività, che sia stato più preparatorio o maggiormente operativo, consente di cominciare a individuare quali sono le principali sfide con cui i territori e le Asl che coordinano l’andamento dei Piani si stanno confrontando.

Interventi di confine

Progettare e realizzare interventi di conciliazione tra vita e lavoro significa confrontarsi con un’area di azione nuova per quanti normalmente si occupano di welfare sociale e fortemente intersettoriale, al confine tra le politiche della formazione e del lavoro, le politiche di sviluppo economico e territoriale e le politiche sociali e socio-sanitarie.
Per molti Uffici di Piano, che si trovano ad essere enti capofila della maggioranza delle Alleanze, questo significa confrontarsi con ruoli di responsabilità su tematiche ancora non del tutto acquisite come proprie, spesso poco afferrabili per la loro complessità e che richiedono un’intensa tessitura di legami e relazioni con altri attori del sistema territoriale.
I progetti sulla conciliazione rappresentano – in questo senso – uno spazio di sperimentazione e di sviluppo e esercizio di nuove competenze, il che richiede la prerogativa di procedere per tentativi ed errori e di ritagliarsi spazi di pensiero e riflessione sull’adeguatezza di quanto si realizza in ordine agli obiettivi definiti. Non è un caso se molti progetti, pur avviati da quasi un anno, si trovano ancora ad uno stadio “preparatorio”: intervenire sulla conciliazione richiede ancora, nonostante quanto già promosso dalla Regione in questi anni, un’analisi della domanda potenziale, degli effettivi bisogni e delle modalità di intervento più efficaci. Richiede, quindi, l’assunzione di una prospettiva di lungo periodo, rispetto alla quale questi due anni di progetti non sono che un inizio.

Allargare il perimetro

Dal punto di vista degli attori ingaggiati su questi interventi  l’intersettorialità della conciliazione evidenzia la necessità di relazionarsi con soggetti molteplici e variegati, sia all’interno delle Alleanze, sia nelle Reti territoriali.
Le Reti Territoriali, già avviate e consolidate durante il precedente biennio di lavoro, con questa nuova partita si sono ampliate e soprattutto hanno visto l’introduzione di un’ulteriore livello di governance – quello delle Alleanze Territoriali – che in alcuni casi ha quasi raddoppiato il numero dei soggetti coinvolti.
Le Alleanze, a loro volta, in alcuni casi vedono la presenza di soggetti fortemente motivati e ingaggiati sul tema e si fondano su relazioni di collaborazione e cooperazione già consolidate, mentre in altri vedono al loro interno anche soggetti che normalmente si trovano ai margini delle progettazioni territoriali, o perché impegnati esclusivamente nell’erogazione di servizi (penso ad esempio ai servizi per la prima infanzia) o perché soggetti che fino ad oggi hanno raramente trovato spazi di connessione con il mondo del welfare, in particolare le imprese, le camere di Commercio, le associazioni datoriali.
La conciliazione vita e lavoro – proprio perché costituisce un’area di intervento che per concretizzarsi necessita di attenzione e sostegno da parte di soggetti diversi, attraverso azioni differenziate – richiede un continuo ampliamento del perimetro, allargando i confini e coinvolgendo altri soggetti con cui sperimentare continuamente nuove modalità di lavoro. La costruzione di relazioni, l’ingaggio e  il coinvolgimento diventano allora attività nodali che – per quanto intangibili e difficili da rendicontare – sono e devono restare al centro dell’impegno dei territori.

Le imprese … queste sconosciute

Tra i tanti soggetti sopra descritti, quelli che maggiormente stanno mettendo in discussione le normali modalità di operare dei soggetti che operano nel mondo del welfare sono le imprese, viste nella loro configurazione complessiva: ruoli di direzione e management ma anche lavoratori e lavoratrici.
La sensazione di molte Alleanze – che sono alla ricerca di contatti, interlocuzioni e ingaggi con le imprese del proprio territorio – è di doversi confrontare con un mondo caratterizzato da dinamiche, linguaggi, modi di programmare e di intervenire ancora lontani dai propri.
In questo senso gli operatori del sociale sono spinti su aree nuove, rispetto alle quali sono spesso presenti preclusioni e pregiudizi, e che richiedono l’acquisizione di nuove competenze , ad esempio rispetto alle modalità di comunicazione delle iniziative e delle misure o agli strumenti concreti con cui è possibile introdurre cambiamenti organizzativi all’interno delle imprese, prima tra tutte la contrattazione di secondo livello.
Allo stesso tempo è necessario confrontarsi con lo sguardo dell’altro su di sè: il mondo del  “sociale” largamente inteso, è spesso percepito all’esterno come un mondo che si occupa esclusivamente delle fasce di popolazione più disagiate e non è scontato trovare interesse e apertura verso l’utilizzo dei servizi proposti , da parte di quanti – ad esempio lavoratori delle aziende – non hanno mai avuto occasione di  conoscerli e utilizzarli.
Il punto di forza delle Reti e delle Alleanze è in questo senso, avere al proprio interno alcuni rappresentanti di questo mondo – spesso i più motivati e interessati al tema – che possono supportare, indirizzare e, se sufficientemente ingaggiati, giocare un ruolo di facilitatori delle relazioni.

Alimentare la domanda o selezionare i beneficiari?

Giocare in un campo poco conosciuto, come quello fino a qui descritto, significa anche avere difficoltà nel prefigurarsi gli esiti dei propri interventi. Pur con la tanta attenzione dedicata da molti progetti a intercettare e analizzare la domanda potenziale di interventi di conciliazione, nel realizzarli non si sa bene cosa attendersi: è necessario prevedere criteri di selezione dei beneficiari delle misure(in considerazione dell’entità, spesso ridotta, delle risorse dedicate) oppure si rischia che la domanda non sia sufficiente, e che quindi le risorse restino inutilizzate? Ugualmente, per quanti stanno promuovendo percorsi di sostegno alle imprese, anche attraverso bandi: è necessario dedicare energie alla comunicazione per risvegliare l’interesse delle imprese o si rischia poi di alimentare un’eccessiva domanda, che non potrà essere soddisfatta?
Se su altri temi l’esperienza e la conoscenza dettagliata dell’andamento della domanda e delle caratteristiche dei beneficiari acquisite nel tempo guidano nella prefigurazione degli esiti, e quindi consentono di bilanciare in modo equilibrato le energie da dedicare alle varie azioni, qui le regole del gioco sono meno chiare e conosciute, e quindi tutte da capire e da inventare.

Non progetti isolati, ma Piani Territoriali  

La suddivisione dei Piani in progetti territoriali ha la primaria finalità di radicare le azioni e gli interventi nei territori, coinvolgendo gli attori locali e favorendo l’integrazione con la programmazione zonale. Ma come mantenere una visione a livello di Piano Territoriale che non si esaurisca nella somma di più progetti?
Il rischio di frammentazione, soprattutto in relazione a progetti che sono allo stesso tempo impegnativi, ma anche un po’ residuali in termini di risorse rispetto ad altri, è molto alto. Ragionare in termini di Piano significa definire spazi di confronto, interconnessione e scambio tra le diverse progettualità, ma anche focalizzare l’attenzione su obiettivi e finalità comuni che guardino al territorio provinciale nel suo insieme.
La sfida, che primariamente è in capo alle Asl come capofila delle Reti Territoriali e a quanti stanno realizzando le azioni di formazione e accompagnamento, è riuscire a costruire un senso di appartenenza comune ma anche a trovare connessioni tra i diversi progetti, a fare emergere trasversalità e differenze così che la dimensione del Piano possa costituire una ricchezza e un sostegno per quanti stanno realizzando i progetti e non un appesantimento ulteriore in termini di tempo e energie dedicati agli incontri di rete.

E la sostenibilità?

Se, in considerazione di tutto quanto detto fino a qui, questa partita è da considerarsi una sorta di palestra nella quale ci si allena e ci si confronta con nuove competenze e responsabilità, è imprescindibile pensare al futuro: quale sostenibilità possono avere le misure e gli interventi che si stanno sperimentando? Le Alleanze e le reti si stanno confrontando solo in parte con questa dimensione: in alcuni casi si prevede di supportare le imprese nella definizione di strumenti e revisioni organizzative che diano continuità nel tempo alle strategie che i progetti consentiranno di definire; in altri, si prevede di stimolare nel tempo una domanda pagante di servizi di conciliazione, che ne consentano l’erogazione anche al di là dei tempi di progetto; in altri ancora le idee sono confuse e non si sono fatte ancora ipotesi concrete e perseguibili per dare seguito ai progetti.
Resta il fatto che la sostenibilità di queste misure sarà uno dei banchi di prova maggiori per i progetti e per i Piani, e che forse potrebbe essere assunto come tema trasversale e di interesse comune dalle intere reti territoriali, proprio nell’ottica del superamento della frammentazione delle responsabilità tra i diversi progetti.
Questa descrizione delle principali questioni su cui i territori si stanno interrogando rende l’idea della complessità del campo di azione ma anche della sua sperimentalità, e dell’importanza di tenere sotto osservazione quanto realizzato, per individuare i diversi gradi di efficacia delle azioni e in un’ottica di apprendimento nella prospettiva di uno sviluppo futuro.
In questo senso la Regione ha definito in questi mesi un sistema di monitoraggio dettagliato, per raccogliere elementi approfonditi e comparabili tra i diversi Piani su andamento ed esiti  delle misure implementate e allo stesso tempo alcuni Piani stanno mettendo in campo diverse forme di valutazione di quanto realizzato.
Valore aggiunto di queste attività sarebbe, a chiusura di questa partita, la diffusione dei dati e degli apprendimenti, delle maggiori criticità incontrate e delle azioni che hanno riscontrato maggiore efficacia, così da alimentare le riflessioni e promuovere apprendimento,  consapevolezza e crescita di tutti i territori.