E così arrivò la “legge Borghetti”, dal nome del suo primo firmatario e principale promotore. È la nuova legge lombarda sulle assistenti familiari, n. 15/2015 . Il provvedimento prevede l’istituzione di Sportelli per l’assistenza familiare, di Registri territoriali degli assistenti familiari a livello di Ambiti territoriali, l’attivazione di Corsi di formazione per le assistenti familiari (la Lombardia ha già definito un percorso sette anni fa) e Interventi di sostegno economico per le famiglie che assumono assistenti iscritte ai Registri.

Si tratta di un dispositivo importante, con il quale il mercato oggi molto deregolato delle assistenti familiari viene finalmente collegato alla rete del welfare sociale e con cui sportelli e registri – che in realtà già diversi territori negli anni hanno attivato in autonomia – troveranno un riferimento regionale omogeneo.

La Regione è tenuta a favorire l’istituzione degli sportelli, in rete con il sistema socio-sanitario e con l’offerta di servizi sociali predisposta dai Comuni in forma singola o associata. E’ tenuta a promuovere corsi di formazione e aggiornamento professionale; a programmare annualmente le forme di sostegno economico a favore di chi usufruisce delle prestazioni di una badante. Regione Lombardia in particolare è tenuta ad emanare, entro sei mesi, delle Linee guida per l’istituzione degli Sportelli e dei Registri territoriali che gli sportelli dovranno tenere, d’intesa con i Piani di zona.

I Comuni, o meglio gli Ambiti territoriali, “possono” istituire gli Sportelli: la legge non è perentoria perché la volontà pare essere quella di non assegnare risorse a questo importante servizio[1]. Invoca tuttavia una collaborazione con il terzo settore, le organizzazioni sindacali e i loro patronati, e le Asl.

La legge assegna per il 2015 una somma pari a 700.000 euro. Per gli anni successivi gli stanziamenti verranno definiti di volta in volta. Risorse interamente destinate al sostegno delle famiglie, secondo regole che dovranno essere definite.

Con questa legge la Lombardia si sposta da una posizione decisamente arretrata ad una avanzata rispetto ad altre regioni. Viene infatti adottato un approccio di sistema apprezzabile, poco presente altrove, cercando di legare tra loro interventi diversi: di formazione, di sportello per l’incontro tra domanda e offerta, di accreditamento delle competenze attraverso i registri, di sostegno economico diretto.

Lavoro di squadra

Anche nel “Primo Rapporto sul lavoro di cura in Lombardia” (curato da chi scrive per Maggioli editore, 2015) è emerso quanto sia un coordinamento tra azioni diverse l’unica strada per battere il mercato sommerso e il modello imperante “un anziano – una badante”. Un modello solitario, incapace di creare quelle connessioni che questa legge prefigura. Recenti interventi su cui in questa regione si sta investendo[2], come il lavoro somministrato, trovano riscontri solo se non si propongono in modo isolato ma in una logica di sistema, come rappresenta la figura che segue.

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Un altro ambito oggetto di recenti sperimentazioni – tra cui una in fase di avvio del Comune di Milano – riguarda il lavoro condiviso, nel caso in particolare della “badante di condominio”. Quella della badante di condominio, come la baby sitter condivisa, è una figura evocativa che riassume riferimenti ricorrenti: superare l’individualismo, ricostruire legami, riconnettere risorse. Eppure le evidenze non sono incoraggianti: non è detto che la stessa lavoratrice vada bene per bisogni che possono essere molto diversi e occorre un coordinamento non semplice, il cui costo aggiuntivo le famiglie sono poco disposte a sostenere.

Diverso se questa proposta si collega a sportelli rivolti all’assistenza familiare, a registri, a sostegni economici diretti. Se fa parte cioè di un pacchetto di possibilità collegate tra loro e da cui le famiglie si sentono appoggiate. Da questo punto di vista la nuova legge offre riferimenti univoci.

Una buona legge dunque. Ma basta una legge per qualificare un mercato che non accenna a ridursi e che conta in Lombardia quasi 160.000 assistenti familiari, due terzi delle quali appartenenti al mercato sommerso?

Una legge aiuta ma non è sufficiente. Importanti saranno i provvedimenti attuativi previsti: soprattutto le linee guida riguardanti gli sportelli domanda/offerta e i registri territoriali delle assistenti accreditate. Queste daranno finalmente un termine di riferimento alle varie iniziative di questo tipo sviluppatesi in ordine sparso. E già questo sarà comunque un risultato importante.

Rimane l’interrogativo sull’efficacia di questo provvedimento.

Funzionerà?

Credo che questa legge sarà incisiva a tre condizioni.

Primo. Le risorse stanziate dovranno essere congruenti con le dimensioni del fenomeno. Gli anziani non autosufficienti che vivono a casa propria sono 340.000 in Lombardia e aumentano al ritmo di 6-7.000 all’anno. Le famiglie sostengono per le badanti in questa regione qualcosa come 1,6 miliardi di euro l’anno. Per la sola indennità di accompagnamento a favore degli ultra 65enni l’Inps spende qui 1,2 miliardi di euro annui. Questa legge stanzia per quest’anno 700.000 euro: un seed fund simbolico. Totalmente rivolto alle famiglie, questo stanziamento ne potrà soddisfare poche centinaia. Se il finanziamento rimarrà su queste dimensioni, sarà come cercare di catturare un cinghiale con una cerbottana.

Ma l’aspetto cruciale è finanziare l’organizzazione dei servizi: in particolare gli sportelli. Questa legge funzionerà se riuscirà a costruire un’affidabile rete di sportelli territoriali, che sono i luoghi reali di prossimità al bisogno. Per questo occorrono risorse dedicate a questo servizio cruciale.

Secondo. Per la formazione delle assistenti familiari, che dovrebbe appoggiarsi sul sistema delle Doti, Regione Lombardia ha già definito nel 2008 un percorso di base di 160 ore più un corso di secondo livello di 100 ore. La nostra esperienza (Qualificare.info) ci dice che iter formativi così lunghi attirano poco le assistenti familiari, soprattutto se straniere, le quali vivono la formazione più come un mancato guadagno che come una opportunità. Auspichiamo percorsi più brevi, per moduli, e che Regione Lombardia si doti di un sistema di formalizzazione e certificazione delle competenze, come hanno fatto altre regioni (per esempio l’Emilia Romagna). Infatti, molte badanti fanno questo mestiere da tempo e hanno solo bisogno di un sistema che certifichi le competenze informalmente acquisite.

Terzo. Gli sportelli per l’assistenza familiare devono costruirsi in collaborazione con chi fa già “sportello” da anni: i servizi sociali dei Comuni, i patronati, la cooperazione sociale, il volontariato. Occorre un lavoro di squadra tra questi attori: non è cosa da poco. Quanti sportelli badanti si sono dimostrati sterili perché scollegati con il territorio? E dovranno essere attrattivi. Come? Offrendo non solo abbinamenti (“la badante giusta”) ma anche altro: consulenza contrattuale, gestione dei conflitti, sostituzioni per ferie e malattie, tutoring domiciliare, formazione dei caregiver, trasporti, prenotazione di visite, piccole manutenzioni e così via.

Solo venendo incontro a queste condizioni questa legge vincerà la sfida di qualificare e sostenere il lavoro privato di cura, superando il rischio di “un cavallo che non beve” per le convenienze e i vantaggi di un sistema deregolato.


[1] In verità la legge 15/2015, all’articolo 11, stabilisce che lo stanziamento vada a sostenere anche attività di sportello e i registri.

[2] Su lavoro somministrato e badante di condominio con Giselda Rusmini abbiamo svolto un approfondimento raccogliendo le evidenze disponibili. Si veda il quarto capitolo del Primo Rapporto sul lavoro di cura in Lombardia, Maggioli Editore, 2015.