Il Reddito di Autonomia proposto dalle Caritas lombarde

Nel 2010 la delegazione delle Caritas regionali ha sviluppato una proposta concreta e dettagliata per istituire una misura di contrasto della povertà assoluta nel contesto lombardo denominata Reddito di autonomia. Tale proposta è stata ripresa poi da Caritas Italiana che ha avviato un percorso che ha portato a uno strumento nazionale che presenta notevoli similitudini denominato REIS (Reddito d’Inclusione Sociale), promosso dall’Alleanza contro la Povertà in Italia, composta da 33 soggetti tra Terzo Settore, Sindacati e rappresentanze di Comuni e Regioni
La proposta delle Caritas Lombarde aveva, anzitutto, il valore di una piattaforma di confronto e discussione: il suo obiettivo principale era, infatti, consentire, tanto ai soggetti della società civile quanto al decisore politico, di considerare e valutare l’opportunità e la sostenibilità finanziaria di un percorso di ridefinizione del welfare locale, al termine del quale sviluppare una politica esplicita di contrasto della povertà, mettendo a sistema gli istituti di trasferimento monetario esistenti e dunque razionalizzando, armonizzando e ottimizzando la spesa sociale in favore di poche misure, dotate di maggiore generosità e altresì maggiore incisività. Al tempo stesso, però, la proposta avanzata da Caritas suggeriva opzioni realmente praticabili, sia dal punto di vista politico-istituzionale lombardo, sia sul versante finanziario.
Per come è definito, in effetti, il Reddito di Autonomia rappresenta il fulcro di una strategia di ampia portata, comprensiva e integrata, che mentre sostanzia alcuni principi e intenti su cui si fonda il welfare regionale lombardo, d’altro canto invita a correggerne alcune criticità, non ultima l’impostazione residuale ed emergenziale delle misure che si occupano di povertà ed esclusione sociale. Inoltre, il suo disegno progettuale istituisce due importanti vincoli di attuazione: il primo prevede che l’implementazione della misura sia graduale e progressiva, inizialmente limitata alle sole famiglie con minori – target privilegiato del welfare lombardo – così da chiamare il governo regionale a un investimento ragionevole; il secondo stabilisce di valutare l’efficacia e l’impatto della misura, nella sua iniziale formulazione categoriale, seguendo un approccio sperimentale, al fine da disporre in seguito le condizioni per la sua implementazione su base strutturale.

Quanto ai contenuti, il Reddito di Autonomia pensato da Caritas è ispirato ai principi dell’universalismo selettivo e dunque, pur rivolto a tutti i residenti in Lombardia, è mirato ai nuclei familiari – siano essi composti da soggetti di nazionalità italiana oppure da stranieri – impossibilitati a condurre una vita dignitosa perché in condizione di povertà assoluta. Al pari degli schemi di reddito minimo, esso non affronta solo gli aspetti economici della povertà, pur riconoscendone la centralità e la rilevanza. Piuttosto, si fa carico della natura multidimensionale del fenomeno, della sua processualità, della sua complessità e quindi propone di intervenire sui fattori e sui meccanismi scatenanti, raccordando politiche settoriali (istruzione e formazione professionale, lavoro, abitazione, sanità). Pertanto la proposta abbina e condiziona l’erogazione di un trasferimento monetario alla partecipazione – da parte di tutti i membri della famiglia destinataria – a programmi personalizzati di inclusione socio-occupazionale, che contemplino azioni congiunte di welfare, welfare-to-work e learnfare (in cui sono compresi non solo sussidi, ma anche inserimenti in attività lavorative e formative), nel quadro di una presa in carico complessiva dei beneficiari e di una loro contemporanea responsabilizzazione.  In effetti, siccome la condizione di svantaggio molto spesso riguarda diverse dimensioni della vita, gli strumenti e gli interventi adottati, per essere davvero efficaci, devono essere non solo personalizzati e differenziati, a seconda dei problemi rilevati, nonché della diversa capacità, individuale e famigliare, di far fronte ai bisogni, ma altresì combinati e coordinati tra di loro. Il tutto in una cornice istituzionale, che sostenga il progressivo passaggio dal welfare state alla welfare community, dunque valorizzi il raccordo tra pubblico e privato, nonché il ruolo del terzo settore e della società civile, nelle attività di co-progettazione sociale.

Nelle sue linee fondanti, il Reddito di autonomia di Caritas si inquadra, quindi, nel paradigma dell’inclusione attiva, definito a livello europeo, declinandolo però nella sua accezione più ampia: come inserimento nel mercato del lavoro per quanti sono in grado di assumere un ruolo lavorativo; in termini di istruzione e formazione, lavoro di cura, recupero terapeutico per quanti non sono in condizione di inserirsi e rimanere sul mercato del lavoro quantomeno nell’immediato. Ciò non significa certo negare che il lavoro sia fonte di autonomia economica e di riconoscimento sociale. Piuttosto, vuol dire riconoscere che l’attivazione di individui e famiglie è spesso il traguardo finale, più che il punto di partenza, di percorsi intricati; percorsi nei quali anche altre attività e impegni diversi dal lavoro retribuito possono diventare occasioni di emancipazione, consapevolezza, coinvolgimento e responsabilizzazione nei confronti di sé, della propria famiglia, più in generale del benessere collettivo.
Proprio in questa prospettiva, il disegno della misura valorizza l’istruzione, la formazione e l’apprendimento continui come chiave di volta contro il rischio di esclusione sociale e di riproduzione delle disuguaglianze nella prospettiva intergenerazionale; più in generale come opportunità di empowerment, cioè di potenziamento delle capacità, oltre che di occupabilità, di soggetti e famiglie. In definitiva, il Reddito di autonomia veicola una concezione della “vita buona” costruita sulla possibilità che ciascun soggetto riesca a sviluppare al meglio, sin dalla prima infanzia, le proprie capacità e dunque possa vedere riconosciuta la propria dignità, arrivando a progettare percorsi di vita dotati di valore e significato

[1].

Il Reddito di Autonomia introdotto dalla Regione Lombardia

La Regione Lombardia nel 2015 ha preso l’iniziativa per studiare un aiuto che consenta ai nuovi poveri di avere un reddito di sostegno e ha trovato la proposta delle Caritas Lombarde interessante tantè che ne ha preso la denominazione. Tuttavia il Reddito di Autonomia lombardo, la cui sperimentazione è stata approvata dal Consiglio Regionale nell’ottobre 2015, sembra essere, a quanto è dato di sapere ad oggi, ben altra cosa rispetto alla proposta Caritas.
Infatti, non è un intervento ispirato all’universalismo selettivo (e dunque destinato a qualunque cittadino si trovi nella condizione, più o meno temporanea, di mancanza di mezzi sufficienti a condurre una vita dignitosa), ma un pacchetto di azioni categoriali, per famiglie con redditi bassi, anziani e disabili e, da ultimo, disoccupati.
Non razionalizza e porta a sistema gli strumenti di contrasto alla povertà già esistenti nel modello regionale di protezione sociale, ma ripropone, per la gran parte, un set di misure di stampo assistenziale (es. esenzione dal pagamento del  “superticket” ambulatoriale, bonus bebè, bonus affitti); misure, peraltro episodiche e non strutturali, che, come l’evidenza empirica ha ampiamente mostrato, non prevengono l’impoverimento e neppure sono in grado di fronteggiare la povertà, ossia di creare le condizioni per uscire da tale situazione.

Sin qui, dunque, il Reddito di Autonomia lombardo rispecchia e riproduce, inalterati, i tratti e i limiti del modello di welfare italiano – assistenzialismo, frammentazione e scarsa efficacia – e dunque non pare segnare una svolta nel contrasto alla povertà. Ciò detto, il Reddito di Autonomia lombardo sembra, comunque, avere in sé degli elementi di interesse, allorché prevede: per gli anziani e per i disabili l’erogazione di voucher che sostengano percorsi di autonomia individuale, fatti di cura e assistenza e di occasioni di inclusione nei contesti sociali e nella vita di relazione; per i disoccupati, indennità di partecipazione a progetti di inserimento lavorativo. In questo senso alcune delle azioni previste potrebbero porsi in un’ottica realmente attivante e favorire, in una logica di empowerment, il protagonismo e la responsabilità individuale. Ma il condizionale è d’obbligo, e dunque il giudizio resta necessariamente sospeso, perché ancora non si conoscono le modalità operative, i contenuti dei progetti di inclusione e dei percorsi di aiuto, le regole di condizionalità, il sistema di governance delle azioni in parola. Di qui l’impossibilità, allo stato attuale, di capire se le misure introdotte per anziani, disabili e disoccupati possano effettivamente rispondere ai bisogni dei destinatari e, soprattutto, prefigurare il passaggio a un nuovo sistema di protezione sociale in grado di contrastare efficacemente la povertà, intervenendo in chiave preventiva e non solo riparativa, abilitante e non assistenzialistica o compassionevole, strutturale e non occasionale.

Questo era il senso e l’obiettivo della proposta di Reddito di Autonomia delle Caritas Lombarde: riconoscere che la povertà è una grave violazione della dignità umana e che dunque richiede una risposta adeguata, la quale passa dall’affermazione di un diritto, individuale e universale, a essere assistiti con politiche che promuovano autonomia, vale a dire emancipazione del bisogno e padronanza su di sé e sulla propria vita. Quanto il Reddito di Autonomia di Regione Lombardia abbia fatto propria questa visione non è ancora chiaro. Chiaro è, invece, che, in attesa di conoscere i dettagli operativi, qualche aggiustamento all’impianto e ai contenuti del Reddito di Autonomia lombardo è certamente auspicabile. 


[1] una concezione che, così esplicitata, rimanda al capability approach di Amartya Sen, secondo cui la risposta appropriata alla povertà e all’esclusione sociale è da individuarsi in un intervento sulle condizioni che impediscono la piena realizzazione dei “funzionamenti umani”. Il che equivale, in sostanza, a leggere la povertà come un deficit di risorse e capacità – individuali ma anche istituzionali – e quindi a riconoscere che la strada verso il benessere e la piena cittadinanza richiede di fondere insieme responsabilità individuali e solidarietà collettive, capacità e diritti. Tra questi, appunto, il diritto a ricevere un sostegno di tipo economico, in un sistema di protezione attivo che sappia altresì offrire reali opportunità di promozione.