Con il Decreto 10226 dello scorso 25 novembre Regione Lombardia stanzia 2,5 milioni di euro a favore degli anziani non autosufficienti in condizioni di vulnerabilità socio-economica, con risorse tratte dal Fondo Sociale Europeo del POR 2014-2020.
Questo nuovo dispositivo cade in un periodo delicato, potremmo dire di transizione dei servizi per la non autosufficienza. I servizi più consolidati, soprattutto domiciliari, stentano infatti a rinnovarsi e a crescere, in un contesto di evoluzione del bisogno in termini qualitativi e quantitativi: gli anziani in Lombardia aumentano al ritmo di 40.000 unità all’anno. Esistono certamente esperienze innovative, che tuttavia risultano circoscritte, territorialmente marcate e che faticano a stabilizzarsi e a diffondersi: penso alle Rsa aperte, che pure hanno conosciuto un moderato aumento, ai sostegni al lavoro privato di cura, alle soluzioni intermedie tra casa e Rsa che vanno sotto il nome di “abitare leggero”.

Reddito di autonomia?

In un contesto simile la Regione avvia questo programma, consistente in un voucher di 400 euro al mese per dodici mesi, funzionale alla fruizione di servizi per l’autonomia, domiciliari, di assistenza tutelare, di stimolazione cognitiva e così via.
L’intervento si rivolge a ultra 75enni con un Isee inferiore a 10.000 euro, ossia poveri, che vivono a casa propria, non già in carico ai servizi (quindi parliamo di una nuova utenza), con una “compromissione funzionale  lieve”. L’intento è chiaramente quello di sviluppare un’azione preventiva rispetto alla perdita di autonomia e all’isolamento.
Insieme a un analogo e concomitante Decreto per la disabilità giovane e adulta, la Regione ha proposto questo provvedimento come parte del programma “Reddito di Autonomia”   facendolo rientrare nelle competenze del nuovo Assessorato che prende questo nome. Pur lodevole come sforzo per andare incontro alle necessità degli anziani poveri, le dimensioni dell’intervento e il suo carattere “una tantum” legittimano tuttavia qualche dubbio sulla appropriatezza di questo titolo.

Scomporre e ricomporre

Infatti, la misura interesserà circa 520 anziani in tutta la regione. Una media di 5-6 anziani per Ambito territoriale. Sono gli Ambiti infatti deputati alle realizzazione e gestione della misura sul territorio. Si tenga presente che gli ultra 75enni lombardi con un reddito fino a 10.000 euro di Isee sono stimabili in circa 18.000, di cui almeno un terzo con problemi di autosufficienza. E’ quindi abbastanza evidente la limitatezza dell’intervento.
La misura si caratterizza per due ulteriori elementi: la sua strutturazione e il suo carattere additivo.
Primo, il provvedimento è molto strutturato e ricco di adempimenti richiesti agli Ambiti: una raccolta di istanze e di relative dichiarazioni Isee in tempi molto stretti (metà gennaio), una valutazione multidimensionale delle condizioni di bisogno, la predisposizione di una graduatoria, la assegnazione dei voucher e dei relativi servizi, la definizione di progetti individuali, attività di case management, attività di monitoraggio e verifica, nonché attività di rendicontazione delle spese effettuate.
Il tutto per una media di 5-6 anziani utenti per Ambito territoriale: l’impressione è di dover costruire una portaerei per fare atterrare un deltaplano.
Secondo, la misura volutamente si aggiunge ad altri servizi e misure di sostegno domiciliare (i Sad, l’Adi, le misure B1 e B2 di cui al Fondo per le non autosufficienze

[1], le Rsa aperte[2]). Costituisce da questo punto di vista una possibilità in più per chi non è ancora intercettato dai servizi sociali: si tratta della larga maggioranza degli anziani. Questa intenzione è quindi più che condivisibile, ma un nuovo dispositivo rischia di aumentare, non di ridurre, la frammentazione degli aiuti.
Le ultime Linee indirizzo regionali dei nuovi Piani di zona 2015-2017 hanno insistito sulla ricomposizione come chiave di volta per la nuova programmazione locale. Ricomposizione degli interventi e delle risorse. In questo caso tuttavia sembra che agli Ambiti tocchi dover ricomporre ciò che viene proposto in modo frammentato.
E’ comunque positiva la previsione della figura del case manager, figura spesso mancante o almeno carente nella storia ormai più che decennale dei buoni e voucher sociali in Lombardia[3], e che aiuterà anziani e famiglie a essere meno soli e a costruire risposte congruenti con i bisogni del sistema familiare.

Si poteva fare una scelta diversa?

Nell’ambito della non autosufficienza è diffusa l’esigenza di rinnovamento dei servizi. Una esigenza diffusa che abbiamo intercettato nel “Primo Rapporto sul lavoro di cura in Lombardia[4] soprattutto a proposito degli aiuti a domicilio. L’abbiamo chiamata la ricerca di una “Domiciliarità 2.0”: che valorizza i servizi più consolidati, li connette con interventi e progetti innovativi, che fa sintesi in termini di governo di sistema, tra l’insieme dei bisogni e quello delle risorse. Una rete che si adatta a bisogni diversi, che richiedono forte specializzazione ma anche aiuti semplici e a bassa complessità. Una rete che guarda ai caregiver, non solo agli anziani. Che si collega al mercato della cura privata, delle badanti. Su cui Regione Lombardia si è dotata di una buona legge (l. r. 15/2015 ), che attende ora di essere applicata.
Naturalmente lo sviluppo dei sostegni domiciliari non esaurisce le piste di sviluppo dei servizi per la non autosufficienza. Mi limito a richiamare l’obiettivo della facilitazione degli accessi, verso la costruzione di porte unitarie nella logica degli One-stop-shop, nonché il necessario sviluppo di soluzioni abitative protette, diverse e complementari alle Rsa, per chi è in una condizione di lieve o parziale non autosufficienza.
Con 2,5 milioni di stanziamento si sarebbe potuto dare respiro, attraverso un bando, a progetti innovativi verso queste direzioni. Puntando poi a una valutazione rigorosa dei risultati, alla sedimentazione degli apprendimenti, alla diffusione di ciò che di positivo si sarebbe realizzato.
Insomma, l’alternativa era tra cercare di far crescere la rete di servizi territoriali, aprendo a possibilità ulteriori di sviluppo, oppure dare un aiuto a qualche centinaia di anziani per un periodo limitato di tempo, un aiuto che non lascerà alcuna traccia. La Regione ha evidentemente scelto questa seconda strada.


[1] D.G.R. 740/2013
[2] D.G.R. 2942/2014
[3] S. Pasquinelli (a cura di), Buoni e voucher sociali in Lombardia, Milano, Franco Angeli, 2006
[4] Il Rapporto è scaricabile qui: http://www.maggioli.it/lombardiachecura/

Allegati