Negli ultimi anni, l’impegno della Regione nel sostegno alla famiglia si è esplicato su più fronti attraverso un insieme di provvedimenti che hanno introdotto l’erogazione di contributi economici da parte dei servizi consultoriali a sostegno della maternità fragile, della natalità e della genitorialità (denominati Fondo Nasko, Fondo Cresco e Sostengo). Tali strumenti si pongono al confine con le misure di contrasto alla povertà  e di integrazione al reddito, in risposta ai bisogni di famiglie che si trovano in condizioni di particolare fragilità e vulnerabilità socio-economica.
Il gruppo di lavoro sui Consultori Familiari del CROAS lombardo[1] ha intrapreso, a partire dal 2014, un percorso di analisi delle principali trasformazioni in atto nei consultori lombardi realizzando una valutazione delle principali criticità relative all’erogazione dei fondi da parte dei consultori e a possibili strategie di miglioramento nella loro erogazione.
Allo stesso tempo il gruppo si è interrogato sulle principali implicazioni e ricadute che le trasformazioni in atto e, in particolare, la funzione di erogazione di contributi economici, hanno avuto sul ruolo degli assistenti sociali nei servizi consultoriali lombardi.

Il ruolo dell’assistente sociale nell’erogazione dei Fondi

L’introduzione, all’interno dei Consultori Familiari, di una funzione di erogazione di contributi economici a sostegno della natalità e della genitorialità ha impattato, in  modo particolare, sulle funzioni degli assistenti sociali all’interno dei servizi, fin da subito individuati come i principali interlocutori nella gestione delle diverse misure economiche.
Il lavoro realizzato attraverso i laboratori ha consentito di approfondire – tramite un’analisi dettagliata delle diverse fasi di accesso e presa in carico degli utenti in relazione al Fondo Nasko e al Fondo Sostengo – gli effettivi cambiamenti di ruolo richiesti agli assistenti sociali e, viceversa, gli aspetti di continuità connessi alle funzioni di ascolto e accoglienza e all’utilizzo della relazione di aiuto come principale strumento professionale.
Dall’analisi dettagliata del processo di presa in carico – per l’approfondimento della quale si rimanda al documento integrale di prossima pubblicazione nella collana dei quaderni del CROAS – la funzione di case manager  svolta dall’AS pare assumere una forte connotazione lungo tutte le fasi del processo, attraverso la messa in gioco di tutte le competenze tecniche a cui si aggiungono i nuovi compiti di natura amministrativa.
L’ A.S. è stato da subito individuato come l’interlocutore  del servizio nella gestione delle diverse misure economiche. Le motivazioni riguardano il fatto che esso svolge una funzione informativa, di mediazione tra le richieste della persona e la parte istituzionale, amministrativa e procedurale che caratterizza questo tipo di attività, aiutando le famiglie ad orientarsi e a comprendere il senso degli interventi, fornendo loro indicazioni e riferimenti calibrati sulle specifiche esigenze, al fine di facilitare l’accesso ai benefici previsti.
Queste competenze specifiche differenziano e qualificano l’intervento professionale rispetto ad un approccio formale di natura burocratico/amministrativa, improntato ad una semplice verifica del possesso dei requisiti.
In relazione allo sviluppo e allo spostamento delle competenze consultoriali determinato dall’introduzione dei Fondi, si è evidenziato che in realtà il ruolo dell’assistente sociale in consultorio non si e’ modificato, mentre sono sicuramente emersi vissuti di mancanza di autonomia, se non di riduzione della libertà di iniziativa professionale.
Certamente la difficoltà connessa alla costruzione della relazione d’aiuto e del progetto sostenibile in relazione all’erogazione dei contributi a categorie standardizzate di utenza  aumenta nella misura in cui è l’A.S. ad interpretare l’erogazione dei contributi come mero beneficio economico, colludendo in tal caso pericolosamente con le aspettative dell’utente e restringendo il raggio d’azione al contenimento di queste necessità contingenti.
In relazione al ruolo svolto dall’A.S. nel gruppo di lavoro sono stati messi a fuoco alcuni ulteriori elementi di criticità e/o di rischio in specifico per il ruolo dell’assistente sociale:

  • appiattimento dell’operatività su adempimenti e compiti di tipo amministrativo burocratico e di controllo e scivolamento in interventi di tipo meramente assistenzialistico. In questo caso si può verificare uno svuotamento del consultorio di una titolarità e professionalità nella gestione della relazione di aiuto con un rinforzo, invece, della funzione di  erogatore di sussidi o di controllore della spesa.
  • attribuzione di responsabiltà all’A.S. nel garantire l’esigibilità del diritto dell’utente ad accedere al contributo in tempi utili (dettata dalla raccolta delle domande in ordine di arrivo sino a esaurimento risorse, con pressioni continue dell’utenza sull’operatore).
  • sistema di gestione delle misure che contrasta con i principi etici della professione in relazione alle disuguaglianze di opportunità che si riscontrano nell’accesso ai contributi a parità di bisogni: l’intervento risulta possibile solo a patto che l’utente si collochi perfettamente nel target predefinito dai criteri previsti dal singolo provvedimento, con effetti perversi di esclusione di molte persone .
  • vissuti di attacco sul piano della discrezionalità di ruolo e dell’ autonomia decisionale a causa dei condizionamenti imposti dai vincoli normativi/istituzionali, gestionali e organizzativi e il conseguente rischio percepito dai colleghi di rimanere ingabbiati e chiusi entro i confini di direttive rigide.
  • sottrazione di tempo da dedicare anche alle altre funzioni, a scapito in particolare degli interventi di prevenzione di comunità.

Considerazioni e strategie di miglioramento

A partire da queste premesse, il gruppo di lavoro ha provato ad ipotizzare alcune strategie per fronteggiare positivamente e in modo dinamico questi cambiamenti.
In particolare per quanto riguarda il ruolo  dell’assistente sociale sarebbe opportuno:

  • adattare l’approccio mentale/culturale, le metodologie e gli strumenti acquisiti nell’esperienza professionale alle nuove tipologie di domanda e ai diversi target di utenza che giungono al servizio; ciò comporta la disponibilità a confrontarsi con forme diverse di disagio e di difficoltà delle famiglie, rispetto a quelle che afferivano al consultorio sino a qualche anno fa e a ricercare nuove strategie di intervento.
  • riposizionarsi rispetto alle proprie funzioni e ai compiti del servizio, svolgendo anche le nuove mansioni di tipo burocratico/amministrativo, utilizzando e valorizzando le competenze specifiche  del servizio sociale che anche a questo livello qualificano l’intervento professionale e la relazione con chi accede al servizio;
  • porsi in una logica di ricomposizione continua e di riformulazione della domanda nella costruzione di percorsi di senso per l’operatore e per l’utente, così da superare l’impasse di un’adesione spesso solo formale anziché sostanziale al progetto personalizzato di aiuto, favorita dall’ambiguità della doppia valenza di aiuto economico e di sostegno di queste misure.
  • agire la discrezionalità di ruolo imparando a muoversi dentro le maglie del sistema e dell’organizzazione per garantire la risposta all’utente, al di là dei vincoli e delle rigidità imposte dal contesto/mandato istituzionale.
  • cercare nuove strategie nel coinvolgere l’équipe così da valorizzare le competenze specifiche del servizio.

Il mandato professionale ci impone, infatti, una riflessione su come coniugare il nostro agire con il mandato normativo/istituzionale orientato all’efficacia degli interventi.
Sicuramente riteniamo che i benefici  economici per poter rappresentare una ulteriore risorsa, debbano orientarsi verso:

  • la formulazione di progetti multidisciplinari che ricomprendano tutti gli  aspetti sociali-psicologici-sanitari, attraverso  una reale presa in carico d’equipe. L’organizzazione del Consultorio Familiare, in quanto servizio multidisciplinare, implica e favorisce una modalità di lavoro a partire dall’attivazione di connessioni significative all’interno della stessa équipe di lavoro, con la finalità di rispondere adeguatamente alle molteplici esigenze che caratterizzano le situazioni. Tale dimensione collaborativa presenta delle difficoltà, in quanto purtroppo in molte realtà, predomina la tendenza da parte dell’équipe ad affidare in toto la gestione del fondo/progetto all’A.S. come se fosse un incarico “ad personam” o comunque un ambito di intervento di esclusiva pertinenza sociale essendo legato all’erogazione di benefici economici. Un altro fattore critico esterno rilevato, riguarda la scarsa valorizzazione del lavoro di èquipe nell’ambito del sistema di tariffazione regionale: la normativa non riconosce a livello  rendicontativo/remunerativo, il tempo dedicato, nonostante sia un requisito per l’accreditamento. Tale dimensione viene trascurata soprattutto nei CF privati accreditati, per i quali la prestazione costituisce un costo indiretto, motivo per cui l’A.S. rischia di rimanere sola a gestire situazioni complesse, che necessiterebbero invece di un confronto multidimensionale continuativo.
  • La valorizzazione del progetto individualizzato con utilizzo di risorse professionali ed economiche in stretto raccordo con la rete dei servizi. Il progetto individualizzato prevede l’attivazione della rete territoriale e quindi il coinvolgimento dell’ente locale, del terzo settore, e più in generale di altri servizi.  Emergono spesso delle difficoltà  a causa delle differenze tra gli indicatori/soglie di reddito adottate dai diversi enti locali e dalle diverse associazioni e/o servizi. Così per esempio, l’ISEE valido per il fondo Nasko, non consente di ottenere riduzioni delle rette per le mense, per gli inserimenti negli asili nido, per le graduatorie per alloggi popolari, per gli assegni di maternità, etc. Dal confronto nel gruppo è emerso anche che nella gestione dei Fondi  solo in poche occasioni si è riusciti a realizzare dei progetti di presa in carico integrata con i Comuni; nella maggior parte dei casi, si collabora con le Associazioni di volontariato (es. : Caritas- CAV ). Vi sono invece esempi riusciti di progetti condivisi con i Servizi di Tutela Minori, che prevedono accordi sull’utilizzo mirato del contributo economico, congruente con gli obiettivi perseguiti da entrambi i servizi. In assenza di questi presupposti di collaborazione,  il rischio è di erogare solo sussidi  di sostegno al reddito per una determinata categoria di utenza (madri o famiglie) o di ridurre le diverse misure a interventi emergenziali/tamponatori che poco generano in termini di attivazione di risorse e potenzialità nelle situazioni prese in carico. In tal caso, le  ricadute e gli effetti sono lasciati alla possibilità che ci siano assistenti sociali che da soli, all’interno del proprio servizio, sappiano arginare un’omologazione a compiti impropri di controllo amministrativo e che, da soli, trovino il modo di riuscire a definire insieme alla persona utente un percorso di senso purtroppo molto più limitato e circoscritto.

Da un’analisi complessiva rispetto all’andamento dei casi seguiti, a partire dalle prime sperimentazioni regionali sino ad oggi, si osserva una raggiunta maggiore capacità degli assistenti sociali di accompagnare il processo di presa in carico e di impostare la relazione di aiuto. Tale cambiamento si desume dal diverso modo di gestire i progetti e di orientarli in un senso più evolutivo e rispettoso dei tempi di maturazione delle scelte e delle “motivazioni al cambiamento” da parte dei soggetti seguiti, in una logica volta a superare la semplice motivazione economica. Un indicatore di questo diverso modo di orientare l’azione professionale pare essere rappresentato  dal costante adeguamento in itinere dei percorsi e delle proposte di sostegno a cui si è assistito, nell’intento di calibrarle in base alla progressiva disponibilità degli utenti a riconoscere bisogni e necessità specifiche e  a collaborare in funzione del loro superamento.

Componenti del gruppo Consultori Familiari costituito presso l’Ordine  regionale degli Assistenti Sociali della Lombardia: Paola Basso,  Maria Cristina Bettanello,  Marina Dei Cas, Marta Castelli, Annamaria Confalonieri,  Maria Beatrice La Monica, Barbara Maffongell,  Emma Orsi,  Chiara Sanna,  Annmaria  Repossi,  Sabrina Sandonato, Zaltieri Manuela Zaltieri


[1]     Nel 2014 il Gruppo di lavoro Consultori Familiari, costituito presso il CROAS Lombardo, ha realizzato 2 edizioni del laboratorio “L’assistente sociale nel consultorio familiare in un welfare che cambia”, condotto da A.Casartelli e C. Guidetti dell’IRS, a cui hanno partecipato circa 45 assistenti sociali provenienti da CF pubblici e privati distribuiti sul territorio regionale. Dalle riflessioni emerse in quel contesto è nata l’esigenza di approfondire e sistematizzare i materiali prodotti. È nato così il documento “L’assistente sociale nei consultori familiari e gli effetti delle trasformazioni in atto” che sarà a breve pubblicato integralmente nella collana dei quaderni del CROAS.