L’affido: un progetto complesso rigenerativo[1]

L’affido è un’esperienza pensata per far fronte a momenti di profondo disagio della vita di una famiglia. Non è solo un intervento professionale ma innanzitutto una esperienza relazionale, per questo motivo l’affido necessita di un dialogo aperto tra i vari attori coinvolti e uno sguardo convergente per camminare verso la stessa direzione.
L’affido è un progetto complesso per la varietà degli attori sociali coinvolti – la  famiglia d’origine, il bambino, la famiglia affidataria, gli operatori, i servizi – e  la compresenza di linguaggi molto diversi  – giuridici, professionali, esperienziali, emozionali. Una diversità  che non sempre spontaneamente è in grado di dialogare.
Le storie di affido ci dicono che, pur nella sofferenza che le genera e nelle fatiche che comporta, l’affido è un esperienza che  se reciprocamente condivisa aumenta le risorse, il benessere e la soddisfazione delle parti, e diventa arricchente e rigenerante per tutti.

L’affido partecipato, una nuova cultura che si sta diffondendo

L’approccio dell’affido partecipato[2] – nato dall’esperienza della cooperativa La casa davanti al sole  – focalizza la sua attenzione sul minore e sul coinvolgimento non solo delle famiglie affidatarie ma anche delle famiglie di origine; intendendo  per “famiglia d’origine” i genitori  ma anche i parenti e i soggetti della famiglia allargata che sentono di voler condividere e sostenere l’affido del minore e impegnarsi per un suo rientro in famiglia.
Compito degli operatori è innanzitutto aiutare le due famiglie – affidante e affidataria – a riconoscersi sullo stesso piano, orientati verso la stessa finalità, ovvero il benessere dei bambini. Per riuscire a dar vita ad un’alleanza di cooperazione, a livello metodologico, è fondamentale che assistenti sociali, psicologi ed educatori si rendano disponibili a collaborare all’interno della rete professionale con un approccio condiviso alla soluzione dei problemi all’interno del quale è importante:

  • condividere con genitori e affidatari l’obiettivo di creare condizioni di vita riparative, di ricercare il benessere dei bambini;
  • utilizzare linguaggi che consentano a tutti di capirsi e di potersi sentire membri effettivi ed influenti della rete, e percepire che le opinioni di tutti sono apprezzate e prese in considerazione ed essere confermati circa il fatto di costituire una parte importante del processo relativo al progetto sul bambino;
  • utilizzare modalità di lavoro più partecipate, spazi di confronto per  attivare processi di decisone e  di risoluzione congiunta di problemi in cui la famiglia affidante e la famiglia affidataria vengano percepite non come “utenti” ma come “partner” in un progetto in cui ciascuno può e deve dire la sua, portare competenza e stimolare processi di riflessione sul benessere del minore. I genitori d’origine affidano la cura del proprio figlio ad un’altra famiglia senza “uscire dalla scena”, ma restando coinvolti e contribuendo a definire di volta in volta cosa significhi benessere per il proprio figlio.

Questa nuova cultura dell’affido presuppone da parte degli operatori un cambiamento di ottica:

  • l’operatore agisce in un’ottica di fiducia a partire da una definizione condivisa del problema;
  • i genitori d’origine e le famiglie affidatarie sono visti come risorsa, come partner con cui lavorare in vista della futura riunificazione del nucleo;
  • lo sguardo sull’affido si posa più sugli aspetti di positività che sulle criticità e i rischi e su azioni di empowerment  (che riequilibrano  i ruoli tra aiutanti e aiutati) più che di recupero;
  • l’operatore deve percepirsi non come l’unico erogatore, titolare e garante dell’intervento ma come facilitatore e promotore di relazioni tra i partner, ciascuno con il suo ruolo e la sua competenza;
  • il minore non è solo un soggetto giuridico nell’interesse del quale si prendono decisioni, ma un soggetto da ascoltare e coinvolgere nel progetto che ha come obiettivo il suo benessere. Non è più considerato come mero destinatario o beneficiario di un progetto pensato dagli operatori, bensì diviene protagonista che deve potere esercitare il proprio diritto di essere ascoltato e di esprimere le proprie considerazioni in merito alle decisioni che incidono in maniera significativa sulla sua esistenza.

Perché è così difficile applicare l’affido partecipato?

Come detto, pur riconoscendo la validità teorica della proposta, le perplessità degli operatori rispetto al suo concreto utilizzo sono numerose.
Sedersi allo stesso tavolo di progettazione con le famiglie affidatarie e quelle affidanti non è facile per gli operatori, è una sfida continua che richiede di riflettere sul proprio potere e sul diritto di autodeterminazione delle persone. Le resistenze principali derivano da alcuni fattori.
Molti progetti di affido di cui si occupano gli operatori di Tutela sono di tipo coatto, presentano un alto tasso di oppositività al progetto da parte dei genitori, alta conflittualità di coppia, scarso riconoscimento della propria responsabilità nel malessere del minore. Tali caratteristiche portano gli operatori a pensare che sia poco applicabile l’approccio partecipativo, almeno in una fase iniziale in cui sembra più opportuno lavorare con le famiglie e il minore separatamente, per poi eventualmente pensare a momenti congiunti.
In particolare tale resistenza si acuisce in presenza di:

  • assenza di riconoscimento del danno/disagio di cui soffre il bambino e alla disponibilità dei genitori a trattare il tema della loro responsabilità, al di là delle sofferenze personali;
  • se l’affido si è attivato per proteggere il minore da atti di abuso e maltrattamento grave o che costituiscono reato da parte di genitore, che non riconosce la propria responsabilità o non ha accettato il trattamento;
  • assenza di disponibilità dei genitori all’incontro e al confronto con gli affidatari, ad esempio in situazioni in cui gli operatori si trovano a dover fronteggiare i legali dei genitori, spesso collusivi con i clienti, che non facilitano il recupero della fiducia.

Entrano in gioco, inoltre, altri tipi di resistenza, che coinvolgono direttamente l’approccio professionale diffusamente impiegato nei servizi.
Gli operatori dei servizi nel tempo hanno rafforzato le proprie competenze nel leggere e riconoscere i fattori di rischio per il minore. E nei servizi si incontra di frequente la tendenza a concentrare maggiormente l’attenzione, a cogliere gli aspetti di trauma e di malessere piuttosto che quelli di protezione e le risorse presenti nel nucleo famigliare.
Spesso si fatica anche ad accettare il coinvolgimento di altre figure “indipendenti” , quali l’operatore di advocacy del minore o un facilitatore esterno, che vengono spesso vissuti come terzi che tolgono all’operatore la posizione di centralità e di regia del progetto.
Infine il fattore tempo, che nei servizi è spesso tiranno. La metodologia dell’affido partecipato richiede infatti un certo tempo di progettazione e di co-costruzione, anche se a ben vedere si tratta solo di un modo diverso di pensare e pianificare il lavoro, che alla fine può  facilitare i processi, e aumentare il benessere e attivare risorse di ciascun gli attore.
In definitiva la sperimentazione da parte degli operatori di pratiche di lavoro più condivise può rappresentare una prospettiva di lavoro proficua e possibile  per i Servizi di Tutela Minori che oltre alla funzione di protezione del minore potenzierebbe quella di recupero motivazionale e di sostegno al genitore.

Bibliografia consultata:

  • Calcaterra V., L’Affido partecipato, ed. Erikson, Trento, 2014
  • Schofield G. e Beek M., Adozione, affido, accoglienza, ed. Cortina Raffaello, Torino, 2013

[1] Il presente contributo è tratto dall’intervento di Elena Bruno al convegno “L’affido un’esperienza condivisa” organizzato dal Servizio Affido del Consorzio Desio-Brianza, tenutosi il 28 gennaio 2016
[2] Per approfondimenti si veda Calcaterra V., L’Affido partecipato, ed. Erikson, Trento, 2014