Attorno ad Immaginabili Risorse si stanno raccogliendo numerose realtà che, su temi diversi, propongono pensieri, approcci e modalità differenti nel lavoro con la disabilità. Come descriverebbe le esperienze di chi sarà coinvolto nell’appuntamento del 20-21 aprile prossimo?

Si stanno aggregando molte realtà: si tratta di realtà certamente molto diverse tra loro, sia per la natura giuridica che per dimensione, oltre che per i temi su cui si focalizza la loro azione – ci sono esperienze legate al rapporto con le nuove generazioni, altre il tema del nutrirsi altri ancora la valorizzazione del territorio…  Un elemento che vorrei segnalare è questo: a oggi 55 di questi soggetti si sono fatti direttamente promotori dell’iniziativa, e tra questi sia soggetti pubblici che privati.  Mi pare un risultato interessante. All’interno di questa varietà ritrovo almeno tre elementi di comunanza:

  1. l’attenzione alla persona con disabilità nella sua dimensione adulta, che significa attenzione ai suoi diritti soggettivi e alla sua emancipazione da relazioni infantilizzanti e alla promozione della sua piena cittadinanza;
  2. la tensione verso posizionamenti attivi e partecipi all’interno della vita quotidiana dei contesti territoriali. Credo dobbiamo immaginare le persone con disabilità ed i servizi che se ne occupano anche  come soggetti che possono entrare da protagonisti attivi nei processi di crescita della convivenza nelle nostre comunità;
  3. l’orientamento a sperimentare opportunità inclusive reali valorizzando la relazione con quanto accade abitualmente nel territorio e aprendo così spazi inclusivi inediti e spesso impensabili dall’interno dei servizi più tradizionali.

Si tratta di esperienze di “nicchia”? Sono realtà che molto spesso nascono al di fuori delle maglie istituzionali dei servizi codificati  – le cosiddette unità d’offerta tradizionali –  e che nel tempo, per non snaturarsi, ne rimangono fuori. E’ così?

Si, in parte è così. Queste esperienze costituiscono di fatto una provocazione, sono cioè delle anticipazioni, indicano una possibilità evolutiva per i servizi, dicono quello che i servizi potrebbero essere ma ancora non sono.
Provocazioni che evidenziano la necessità di uscire da alcune derive, che invece rischiano di prendere il sopravvento nella vita quotidiana dei servizi. Mi riferisco a derive di tipo intrattenitivo o di tipo parascolastico; derive riabilitativo-sanitarie o ancora occupazionali-fordiste, che generano alienazione più che inclusione.
La possibilità evolutiva che queste esperienze raccontano, invece, pongono i servizi sempre meno come luoghi abitati solo da persone con disabilità e operatori che se ne occupano, ma diventano luoghi di vita vera che si pongono, come dicevo prima, i problemi dell’adultità e dell’indipendenza di queste persone.

Quali sono gli ostacoli principali nell’intraprendere queste possibilità, per cui queste esperienze rischiano di rimanere di nicchia?

Vi sono ostacoli di vario genere. Il primo deriva paradossalmente da una esigenza legittima: la necessità di normare e rendere omogeneo il sistema dei servizi che, nell’obiettivo di definire regole che garantiscano equità e universalità, rischia però di ingabbiarli e di rendere eccessivamente rigide le logiche del loro funzionamento.
Il secondo è la forte prevalenza del codice tecnico-professionale nella gestione delle persone con disabilità, che in passato è stato elemento fondamentale per sviluppare un pensiero fondato, profondo ed evoluto intorno al lavoro con la disabilità, ma che oggi rischia di irrigidire dentro la tecnica una domanda che con la tecnica ha poco a che fare, una domanda di vita. Il tecnicismo professionale oggi mostra i suoi limiti perchè non riesce a rispondere appieno alla domanda di autenticità e di compimento esistenziale che le persone e le famiglie portano.
Il terzo elemento è quello della sostenibilità economica che se legata prevalentemente alle risorse pubbliche istituzionali (rette, accreditamento) porta inevitabilmente a far appiattire i servizi all’interno di questa prospettiva e a non immaginare possibilità di sostenibilità altre e diverse.
Quarto e ultimo punto è la progressiva fuoriuscita dei genitori dal “processo produttivo” del servizio. I genitori oggi sono fuori dai servizi, accompagnano i figli sino alla soglia e li rivengono a prendere. Al massimo le famiglie sono coinvolte mediante dispositivi di ascolto e raccolta del gradimento, ma assolutamente lontane da processi partecipativi autentici. E questo purtroppo fa si che per molti familiari l’inserimento nel servizio sia garanzia sufficiente, perché invece l’inclusione e la realizzazione di esperienze vitali sul territorio sono vissute come qualcosa di incerto, fragile e potenzialmente pericoloso.

Come queste esperienze hanno possibilità di “contaminare” il sistema dei servizi?

Credo che la prospettiva di avere servizi che ospitano persone che “invecchiano insieme” e che stanno nello stesso posto per decine di anni non sia salutare per nessuno, né per le persone con disabilità né per gli operatori dei servizi.
Allora la principale possibilità che vedo sta nel riconoscere un’evidenza: la relazione di tipo mutualistico con l’esterno è qualcosa di rigenerante per tutti. Avere strumenti di lavoro, interlocutori, logiche di azione che si rinnovano e che non si irrigidiscono, non si staticizzano, aiuta operatori e servizi a trovare nuove strade più capaci di rispondere ad una domanda di vita della persona con disabilità e, al contempo, ritrovare la qualità della propria vita professionale.
La seconda possibilità deriva da una considerazione sul nodo dell’inclusione sociale: se intendiamo operare per l’inclusione non possiamo non interessarci del contesto e dalla qualità dei suoi legami, del suo capitale sociale.  Il contesto, il sociale, non esiste “ a prescindere”, non è qualcosa che si rinnova “ da solo”: il contesto è ciò che le sue componenti ( persone , gruppi , istituzioni, ecc.) riescono a costruire e migliorare. I servizi rivolti alle persone con disabilità sono una di queste  componenti e quindi possono operare in maniera inclusiva se contribuiscono, insieme ad altri, al miglioramento dei suo capitale sociale. Come mi ha detto una volta acutamente il presidente di una cooperativa “io sono il contesto che costruisco insieme agli altri”.
Terzo elemento, la riformulazione della delega che i servizi ricevono dalla società per la  “gestione” di queste persone fragili, che si rende possibile in una logica di tipo mutualistico. In questa prospettiva, infatti,  si determinano spazi di condivisione e di attenzione nei confronti dei percorsi vitali delle persone con disabilità che rendono più efficace il lavoro dei servizi e, contemporaneamente, lo alleggeriscono. In altre parole  si è meno soli nell’occuparsi della persona con disabilità, e si costruiscono percorsi di condivisione fattiva.
Certamente , come ogni medaglia, anche questa ha un’altra faccia:  questa prospettiva implica accettare la temporaneità e la fluidità dei percorsi, che dunque non sono dati, statici e sempre uguali a sé stessi ma hanno bisogno di manutenzione, necessitano di essere rilanciati e rinegoziati continuamente. Questa prospettiva implica questo tipo di fatica, certamente, ma credo sia comunque preferibile al rischio della stagnazione che a volte si determina dentro servizi chiusi e che pensano di essere bastanti a se stessi.

E le politiche? E’ un circuito che sta aggregando molti operatori e molte famiglie, gli amministratori dove sono?

E’ un punto importante, che abbiamo ben presente. La possibilità di contaminare anche la dimensione delle politiche dipende molto dalla visibilità che si riesce ad avere e in particolare  da quanto si riesce a rappresentarsi non come una prospettiva eccezionale, o legata a condizioni eccezionali, ma al contrario come possibilità percorribile ordinaria.
Oggi Immaginabili Risorse sta riuscendo a compiere un primo passaggio importante, ovvero mettere insieme una collezione di esperimenti, il prossimo sarà quello di lavorare ad una possibile modellizzazione. Credo che questo sia un punto importante, pur stretto nel paradosso tra trasgressione e regolazione: per andare avanti e innovare abbiamo bisogno di trasgressione, ma per contaminare e consolidare necessitiamo di regole e codifiche. La trasformazione di questo insieme di buone prassi in un orientamento politico è una sfida del prossimo futuro e alcune attenzioni si sono già avute all’interno di questo prossimo appuntamento. Il partenariato con Anci è fondamentale; così come il coinvolgimento dei livelli nazionali di Federsolidarietà ed il circuito di Neass – il coordinamento regionale delle Aziende Speciali Consortili, per citare solo alcuni dei principali soggetti con i quali stiamo dialogando. E’ per questo che nel seminario abbiamo attivato dei laboratori metodologici nei quali abbiamo chiamato, a prendere posizione, diversi  dei soggetti con responsabilità istituzionale  (cooperative,  enti locali,  gestioni associate, ma anche l’associazionismo familiare che in questo periodo appare molto attivo) .
Inoltre abbiamo coinvolto l’Osservatorio Nazionale sulle persone con disabilità, nella persona del suo coordinatore tecnico , il dott. Francescutti.
Speriamo dunque di riuscire ad interessare i soggetti delle politiche e che, a loro volta, questi soggetti possano tenere presente questo movimento e dargli spazio.