A che punto siete nel lavoro di coprogettazione nel vostro territorio?

I territori si trovano in una fase di forte transizione. Oggi il welfare italiano è un welfare comunale e sarebbe importante essere più capaci, anche come amministratori, a fare lobby per cercare di influenzare le politiche nazionali.
La coprogettazione ha influenzato e guidato le politiche sociali, è stato e continua ad essere un dispositivo che consente di connettere e integrare la governance in capo all’ente pubblico con il terzo settore. Di fatto, la coprogettazione si pone oggi come terza via tra titolarità assoluta in capo all’Ente locale e delega totale, una terza via che sostiene e genera welfare sociale territoriale.

Quali sono gli elementi peculiari della vostra esperienza di coprogettazione?

La nostra esperienza ci dice che se c’è una co-lettura che porta a una co-progettazione, allora la co-gestione è possibile. Altrimenti è difficile che possa funzionare e può essere quindi più funzionale utilizzare altre forme giuridiche di affidamento.
La coprogettazione non può essere la dimensione ordinaria di gestione dei servizi, ma deve richiedere una lettura dei bisogni e del territorio e una progettazione davvero comune. Si tratta di una modalità di lavoro che richiede ancora più di altre una guida e una governance politiche e una visione strategica su cui far convergere il sistema della coprogettazione.
La coprogettazione aiuta a comprendere che il vero problema oggi è la regia.
Per noi oggi la co-progettazione è anche una co-gestione: da subito abbiamo pensato a un affiancamento tra personale comunale e personale del terzo settore. Il tema della reciprocità e della cogestione è molto forte. Questo è stato possibile perché si è lavorato sul leggere insieme quali fossero i bisogni e le caratteristiche dei problemi intorno ai quali lavorare, si è cercato di non creare scissioni tra la lettura e gli interventi, procedendo tramite la co-costruzione, la co-lettura e la co-analisi tra il Comune e il Consorzio Consolida, che è il nostro partner in questa coprogettazione. E a sostegno di questa reciprocità, c’è stato un grande investimento nell’affiancamento e nella formazione degli operatori.

Servizi sperimentali o servizi a sistema? Quanto i vostri progetti sono sperimentali e quindi “a termine” e quanto invece, questi progetti sperimentali riescono a dialogare con il sistema dei servizi esistenti?

In realtà, molti dei servizi progettati sono già servizi in rete. Per esempio, la struttura “Casa dell’orizzonte” è di giorno il servizio per i disabili, la sera è anche un servizio residenziale per disabili.
È il paradigma culturale della coprogettazione che permette di mantenere l’attenzione sulla strutturazione dei servizi, di consolidare e strutturare, di rendere continuo il servizio, in una logica di vasi comunicanti.
Stiamo promuovendo gli stati generali del welfare come kairos, come laboratorio di comunità per tracciare una rotta condivisa, una carovana composita per rilanciare il welfare comunitario. Abbiamo individuato dei temi cruciali (lavoro, anziani, casa, welfare) per sostenere un confronto pubblico e collettivo e per costruire protocolli operativi. Abbiamo intercettato un bisogno di lettura collettiva e abbiamo individuato una parola d’ordine che è “sconfinamento”: aprirsi e sconfinare per provare a leggere in modo diverso il sociale.

Quale valore aggiunto riscontrate rispetto all’utilizzo della coprogettazione, nell’area degli interventi rivolti a minori e famiglia?

Nello specifico delle politiche per i minori e le famiglie, la coprogettazione ha permesso di connettere e integrare la visione pubblica e la visione di chi intercetta il bisogno in presa diretta e di promuovere una lettura delle famiglie non solo come soggetto utente e destinatario di servizi, ma come soggetto co-protagonista: la famiglia è una risorsa e contribuisce a promuovere il welfare comunitario generativo.
In questi anni, abbiamo cercato di coinvolgere le famiglie quali soggetti portatrici di competenze e risorse: se la famiglia viene coinvolta nei processi attivi di presa in carico, più facilmente riesce a  riconoscere la validità di quello che sta facendo e si fa compartecipe effettiva nella progettazione di azioni e interventi.
Le famiglie sono soggetti plurali e, in quanto plurali, portatrici di esigenze e risorse che si diversificano ed è importante partire dal riconoscimento di questa pluralità, anche provando a superare alcuni stereotipi professionali che ci hanno portato negli anni (e continuano a portarci) a vedere solo alcune parti o pezzi di problemi. C’è una possibilità di grande ingaggio delle famiglie laddove le si riconosce nella loro biografia e non le si schiaccia in sguardi omologanti.
Ed è importante essere molto “autorizzativi”, le famiglie sono plurali e hanno esigenze diverse, non esiste la “brava famiglia”.
Laddove abbiamo incontrato la disabilità dentro alle famiglie, la coprogettazione ha consentito di vedere la famiglia non solo come portatrice di una problematicità, ma la famiglia nella sua interezza, sostenendo e attivando politiche di sollievo non finalizzate solo alla presa in carico del disabile, ma alla presa in carico complessiva della famiglia portatrice non solo di esigenze, ma di risorse e proposte.
Stiamo sostenendo esperienze di servizi sulla disabilità dove, a fronte di una saturazione dei servizi, si sono attivati interventi realizzabili grazie alla disponibilità delle famiglie a co-costruire il progetto. Per fare questo, stiamo interloquendo sia con associazioni di famiglie (molto diversificate), sia con singole famiglie, per pensare ad aperture dei servizi con la collaborazione delle famiglie i cui familiari frequentano i Centri.
Ci stiamo anche interrogando sull’area opaca delle famiglie che ancora non bussano ai servizi, ma che sono in affanno; oggi, la crisi familiare è diffusa nella piccola e media borghesia che sta scivolando nella povertà e che non osa bussare ai servizi, malgrado abbia bisogno.
Un altro gruppo oggi in affanno e a rischio di impoverimento sono le famiglie monogenitoriali che pongono temi, domande e bisogni molto differenti dalle altre tipologie famigliari e sparigliano l’attuale welfare.
Alla luce di ciò, la co-progettazione, in quanto ambito di lettura condiviso delle esigenze incontrate nel territorio,  è uno strumento che garantisce grande flessibilità per comprendere e incontrare anche bisogni “nuovi”.

Come la coprogettazione rilegge la relazione tra Amministrazione e famiglie?

La coprogettazione aiuta noi Amministrazione a porci anche come consulenti della famiglia, in un’ottica di relazione attiva. Nel campo della non autosufficienza e degli anziani (problemi con cui tutte le famiglie prima o poi si imbattono), incontriamo famiglie che non sono utenti “classici”, ma chiedono di essere  accompagnate nell’affronto del loro bisogno, riconoscendo che la titolarità dell’intervento è loro. Il Servizio Integrato per la Domiciliarità (SID) è così un ambito pluriprofessionale al quale qualunque famiglia può chiedere un aiuto, una consulenza, una facilitazione per l’accesso al mondo socio sanitario, ma è anche un posto dove vengono attivati dei servizi. Oggi riusciamo a pensare questi servizi come servizi multipli, articolati, flessibili, ma se pensiamo che il know out dal quale arriviamo è l’“apertura della cartella sociale…”, il cambiamento avvenuto è evidente.

Quale integrazione con il socio sanitario? Fondi, Asl e Consultori…

La gestione dei voucher a livello di Ambito (tre PdZ) ha permesso che emergessero bisogni e dati che altrimenti non avremmo avuto. La cosa molto interessante è che stiamo  entrando in contatto con bisogni e domande sociali che le misure regionali fanno emergere, ma ad alcune delle quali non riescono a dare risposte.

Qual’è il progetto o servizio per minori e famiglie che oggi meglio rappresenta e sintetizza la vostra visione politica per le famiglie?

Il Servizio tutela che abbiamo rinominato “Servizio di tutela del minore e dei legami familiari”.
I Servizi per la prima infanzia sono nati intorno al tema dell’alleanza con le famiglie e sono storicamente orientate al lavoro con la famiglia, mentre il Servizio Tutela è stato in grado di riorientarsi e di rappresentare uno sviluppo del pensiero molto interessante.
Il Servizio Tutela oggi non comprende solo il Comune di Lecco, ma raccoglie il lavoro dell’Ambito (32 Comuni) e cerca di integrare quindi, strumenti e metodiche utili per ricercare le risorse delle famiglie e per sostenere un progetto sociale, cosa profondamente diversa da qualche anno fa quando la Tutela si caratterizzava per un approccio marcatamente sanitario (diagnosi, intervento, clinica o collocamento…).
Oggi ci si sta orientando verso la costruzione di una forte alleanza con le famiglie, prevedendo non solo interventi specifici con la famiglia, ma chiedendo a tutto il territorio di mettere in campo delle ipotesi educative e sociali per trovare strade nuove e altre rispetto all’inserimento in comunità come unica ratio.
Con il Servizio famiglia abbiamo chiamato a raccolta tutte le agenzie educative (dalle comunità per minori ai doposcuola), per cercare di costruire dei vestiti su misura ai bisogni delle famiglie e questa operazione è stata una operazione di portata culturale molto ampia.
Si è partiti da una riflessione sulle famiglie della tutela, per verificare l’efficacia di alcuni interventi e per rideclinare la competenza degli operatori sociali nella direzione di sostenere luoghi di parola anche per le famiglie della tutela e per immaginare delle articolazioni progettuali, per ogni singola famiglia, oltre le standardizzazioni, coinvolgendo anche altri servizi e interventi educativi.
È un approccio oneroso dal punto di vista culturale e tecnico professionale, meno su quello economico.
Bisogna sostenere e ingaggiare gli operatori nel passaggio dalla specializzazione al lavoro territoriale; il paradigma della coprogettazione aiuta a guardare avanti e in termini strategici, di visione. Educa all’innovazione e alla sperimentazione, è una forma di auto educazione.