La Bozza di regolamento proposto dall’Anci ai Comuni sull’applicazione del nuovo ISEE indica la possibilità che per la residenzialità siano considerati redditi e patrimoni della persona, al di fuori dell’Isee, per il calcolo della comparticipazione al costo. Un tema sul quale si è aperto un altro nodo del dibattito rispetto all’applicazione del nuovo misuratore. Qual’è il motivo di questa scelta?
Non dobbiamo scordare che veniamo da una situazione in cui era già presente l’ISEE, sebbene strutturato in maniera diversa, già almeno dal 1998. I regolamenti che si sono succeduti e approvati nei vari comuni da allora, si sono sempre basati sull’applicazione dell’ISEE per lo meno rispetto alla maggioranza dei servizi erogati, dal settore scolastico (pasto, assistenza pre e post scuola, ecc) a quello sociale (SAD in particolare; frequenza a centri diurni, centri estivi). Anche per i servizi residenziali le amministrazioni hanno sempre richiesto la valutazione socio economica della famiglia per poter organizzare la partecipazione al costo della retta.

Il problema, quindi, non nasce oggi. Forse oggi si aggiunge il fatto che anche la compartecipazione si debba basare sull’ISEE. Ma questo è sempre possibile? A mio modo di vedere no. I comuni, infatti, in questi anni hanno integrato sempre la differenza tra il reddito della persona e il costo della retta.
Per esemplificare: la retta costa 100, le entrate della persona sono 70, il comune integra con 30 (32, perchè si lascia la quota per le spese personali), senza applicazione stringente dell’Isee ma con il solo obiettivo di sostenere i costi della retta. Se si applicasse l’ISEE per la compartecipazione, si rischierebbero rigidità che porterebbero all’impossibilita dell’inserimento in struttura. Rimanendo nell’esempio, l’applicazione dell’Isee cioè potrebbe portare ad integrazioni da parte del comune di 50 o anche 70, con il rischio che presto lo stesso si ritrovi senza risorse sufficienti a garantire l’ingresso in struttura a chiunque ne abbia necessità e diritto. Ma potrebbe accadere anche l’opposto, che secondo l’Isee il comune debba integrare solo 15 e la persona, specie se anziana e sola, non ha i 15 da aggiungere ai propri 70 per accedere in struttura. Si rischierebbe di minare il principio basilare per l’inserimento in struttura, ossia esclusivamente la valutazione multidimensionale del bisogno.
Più in generale, considerato che non vi è una strutturazione definita per categorie della parte sociale (come invece c’è per quella sanitaria attraverso, ad esempio, il sistema SOSIA), il Comune ha grandissima difficoltà di programmazione perchè non può mai avere un range di spesa definito.

E rispetto al differente comportamento tra  domiciliarità/semiresidenzialità e residenzialità?

Il sistema è in effetti strutturato con la differenziazione tra servizi domiciliari (partecipazione ai costi in base all’ISEE) da quelli residenziali (ISEE come soglia di accesso) e i motivi di tale differenziazione sono certamente almeno due: che l’istituzione è totalizzante, mentre al domiclio vi sono altre spese e poi la sostenibilità. La nuova normativa ha di fatto “avvantaggiato” il cittadino tramite l’applicazione delle franchigie e tramite l’impossibilità di poter richiedere una partecipazione ai costi in maniera differenziata. Proiezioni dei comuni hanno portato a verificare l’insostenibilità economica del pagamento delle rette con la nuova modalità, perchè non si riuscirebbe a sostenere l’intera platea dei richiedenti. Le ragioni della scelta di una differenziazione tra il domiciliare e il residenziale sta tutta qui.

Ma dal vostro osservatorio quanto è realmente applicato dai Comuni questo comportamento per la disabilità (l’inserimento di persone con disabilità in RSD)? Accade spesso cioè di “rivalersi sui patrimoni e redditi” o c’è un comportamento differenziato tra persone anziane e disabili?

La situazione attuale è molto variegata, anche in funzione del fatto che non vi è ancora certezza di definizione legislativa dell’ISEE. Per via di questa problematica, infatti, molti comuni sono ancora inadempienti nell’approvazione dei regolamenti e di conseguenza dare una panoramica è complicato. Stiamo, poi, continuamente chiedendo (anche con Ledha e ANFFAS) la convocazione del tavolo di monitoraggio regionale per una riflessione comune su queste tematiche.
Sarebbe un passaggio importante perchè, nonostante il dibattito, si sono evidenziate disponibilità tra organizzazioni di categoria, più di quanto si creda, a ragionare insieme per trovare strade percorribili che tengano insieme l’esigibilità dei diritti e la sostenibilità finanziaria. Sappiamo che gli accordi con le grandi organizzazioni di advocacy non rendono i comuni esenti dai ricorsi delle singole famiglie/persone, ma tentare una strada di mediazione e possibili linee condivise è un passaggio importante.
Accanto a ciò mi preme fare un’altra riflessione, però. Mentre le organizzazioni di categoria ovviamente pensano agli interessi dei target che rappresentano, i Comuni – così come la stessa Regione – invece sono chiamati a fare una riflessione complessiva e nelle trattative regionali, capita spesso che siano anche “sindacato degli ultrasettantacinquenni non autosufficienti”. Anci e Regione nella declinazione delle regole devono tenere conto di tutte le categorie di cittadini, disabili e anziani che siano.
Sul punto mi viene da dire che la rivalsa rispetto ai redditi è abbastanza diffusa e ritengo anche corretta. L’aggressione del patrimonio invece deve essere effettivamente valutata attentamente.
Non vogliamo impoverire nessuno, ma non vogliamo nemmeno che i soldi della persona non autosufficiente vengano utilizzati per finalità che non riguardano direttamente il progetto di vita della persona stessa.
Massima disponibilità, quindi, come è già stata offerta anche dalle associazioni dei disabili, a trattare la questione sotto una regia istituzionale della Regione. Non sarà garanzia automatica di trovare accordi a prova di ricorsi, ma un tentativo va fatto vista la disponibilità di tutti gli interlocutori.

Se l’utilizzo dell’isee solo per l’accesso e non per la compartecipazione fosse effettivamente da giudicare illegittimo, esistono a suo parere alternative praticabili? Quella della rinegoziazione Lea sanitari con la Regione lo è?

Quella della rinegoziazione dei LEA è la madre di tutte le battaglie, e si sta combattendo da tempo da parte di tutti i protagonisti: comuni, enti gestori, sindacati, associazioni.
Quello che viene contestato ai comuni, forse, è di non aver ancora assunto una presa di posizione più netta nei confronti della Regione, anche tramite strumenti che vadano oltre la discussione ai tavoli di lavoro. Rispetto a questo non sono in grado/autorizzato ad assumermi la responsabilità di questa decisione, ma ritengo che una riflessione in merito vada effettivamente fatta.
Suggerisco però, anche un’altra strada, che completa quella precedente.
La legge 23/2015 sull’evoluzione del sistema socio sanitario, all’art. 26 pone la questione di una revisione complessiva del sistema dei servizi socio sanitari. A mio modo di vedere questa è l’occasione per andare a destrutturare questi servizi (e la loro relativa modalità di remunerazione) e ricomporli in maniera diversa e più funzionale al soddisfacimento dei bisogni attuali delle persone.
E’ mia intenzione chiedere una prima interlocuzione al DG Daverio (ora Assessorato al Welfare) per manifestare la volontà di strutturare un percorso di iniziativa comunale che porti ad una proposta complessiva da sottoporre alla Regione. Per rendere fattivo questo lavoro, chiederò la disponibilità alla partecipazione da parte di tutti gli attori interessati, senza creare doppioni o proposte “di parte” che poi non possono essere condivise da tutti.