L’esito della sperimentazione

Con la DGR X/5060 riprende e si rinnova il cammino del Reddito di autonomia di Regione Lombardia, ovvero di quel “secondo pilastro” che si aggiunge alle più ampie politiche regionali sociosanitarie. L’esito complessivo della prima annualità di questo provvedimento è già stato oggetto di valutazione (si veda un precedente articolo). Per quanto riguarda il mondo della disabilità il primo dato evidente riguarda il numero di persone coinvolte, inferiore alle attese (227 su 479, ovvero pari a 47,4%), rispetto a quanto previsto dalla DGR 4152 e dai suoi atti applicativi (si veda commento precedente). Un dato che stupisce chiunque abbia una conoscenza anche limitata delle condizioni di vita e dei bisogni delle persone con disabilità e delle loro famiglie nella nostra Regione. Un dato che trova le sue motivazioni in alcune ragioni:

  • una adesione parziale delle amministrazioni comunali (72 ambiti sociali su 98) a cui spetta il compito di individuare i beneficiari e sostenere la progettazione dell’intervento;
  • un coinvolgimento solo gestionale delle organizzazioni di terzo settore e della società civile locale che hanno una conoscenza di dettaglio delle situazioni di bisogno;
  • criteri “oggettivi” per l’accesso ai servizi molto restrittivi, quali essere giovani e adulti con disabilità, con una età compresa tra i 16 e i 35 anni, in caso di disabilità intellettiva, e sopra i 35 anni con esiti da trauma o patologie invalidanti, con necessità di sostegno non particolarmente elevate, con ISEE inferiore a 10.000, non ancora in carico ad altri servizi e non raggiunti dai benefici della misura B1 prevista dal Fondo per la Non Autosufficienza.

E’ bene ricordare che questa misura non dovrebbe esaurirsi in una semplice erogazione economica ma in una progettazione più ampia che abbia come fine l’inclusione sociale, sostenuta da un voucher di 400 € al mese per un anno. Per il momento l’unico dato disponibile riguarda il numero complessivo di persone beneficiarie e il loro luogo di residenza: non sono invece ancora disponibili informazioni sugli esiti qualitativi degli interventi finanziati, ovvero se e come vi sia migliorata la qualità della vita e il tasso di inclusione sociale delle persone coinvolte, poiché le progettazioni sono oggi ancora in corso di elaborazione.

L’evoluzione del voucher

Con la DGR 5060, che da seguito alla misura dentro al più vasto programma del Reddito di Autonomia, Regione Lombardia conferma anche questa misura proponendo alcune correzioni significative destinate, con tutta evidenza, ad aumentare il numero di persone potenzialmente interessate che vengono definite come “persone con disabilità intellettiva o con esiti di traumi o patologie invalidanti con età superiore a 16 anni”, eliminando quelle differenziazioni difficilmente comprensibili della prima stesura e con “Indicatore ISEE di riferimento uguale o inferiore a euro 20.000”.
Per una valutazione compiuta bisognerà attendere la pubblicazione del bando regionale, atteso entro la fine del mese di giugno, che è probabile scioglierà alcune ambiguità circa la individuazione dei beneficiari (restringendo in qualche modo il campo) e la tipologia di ISEE che, anche alla luce delle indicazioni fornite dall’INPS, dovrebbe essere indicato come ISEE Sociosanitario.
Scelte che dovrebbero avere come primo positivo effetto quello di aumentare il numero delle persone con disabilità coinvolte, raggiungendo l’obiettivo di impegnare tutte le risorse disponibili.

Alcune considerazioni

Rimangono sullo sfondo, alcune considerazioni riguardante la distanza tra le dichiarazioni di intenti e i prevedibili esiti a seguito della fase di implementazione.
Rimane innanzitutto il dubbio sulla possibilità di riuscire a mettere in atto effettivi progetti di inclusione sociale di persone con disabilità avendo a disposizione solo 400 € al mese e per solo 12 mesi. Cosa sarà di quei progetti e soprattutto di quelle persone se, al termine del periodo fissato, non si saranno raggiunti gli obiettivi di inclusione sociale?
Andando più a fondo, risulta di difficile comprensione come l’attuazione di questa misura possa contribuire a raggiungere gli obiettivi dichiarati così come indicati nella premessa dell’Allegato alla delibera che presenta il Programma Reddito di Autonomia 2016, ovvero: favorire una effettiva “innovazione sociale, intesa come nuove idee (prodotti, servizi e modelli)”, sostenere la creazione di “nuove relazioni sociali e collaborazioni”, valorizzare la “spinta dei corpi intermedi” e “sviluppare modelli di coordinamento che si ispirino a principi di partecipazione e reciprocità”.
Il Voucher di autonomia si inserisce infatti in un filone di iniziative regionali, (prima fra tutte la modalità di gestione del FNA) e locali che hanno in comune il merito di promuovere una forte personalizzazione degli interventi: ma mentre da un lato si predica la volontà di integrazione degli interventi nei fatti si mette in campo un ulteriore provvedimento settoriale che aumenta in concreto la frammentazione del sistema. La prima barriera da superare è forse oggi, proprio quella che separa e distingue il sistema dei servizi sociosanitario da quello sociale, la rete delle unità di offerta accreditate dalle risposte e proposte locali e informali. La direzione della integrazione degli interventi e dell’orientamento verso la personalizzazione dei percorsi e verso l’obiettivo dell’inclusione, per essere effettivamente intrapresa, deve diventare un obiettivo vincolante di tutto il welfare sociale per le persone con disabilità, altrimenti rimane appunto una dichiarazione. Un sistema di politiche sociali che deve essere messo nelle condizioni di assumere come prioritario e vincolante il progetto di vita della persona e di adeguare ad esso i vincoli normativi, organizzativi e gestionali che ingessano la parte preponderante dell’attuale sistema dei servizi.