La prima analisi su come sono stati utilizzati i fondi dell’FNA dedicati alla Vita Indipendente è stata condotta sulla lettura di alcuni documenti e progetti presentati per accedere ai finanziamenti. In particolare le aree di interesse hanno riguardato la rete dei soggetti, i profili dei beneficiari, le azioni e le figure professionali coinvolte. Diamo voce in questo secondo contributo all’esperienza sul campo, raccogliendo alcuni spunti di riflessione derivanti da un focus group cui hanno partecipato alcune realtà territoriali (ambito sociale di Vimercate[1], i CTVAI – Centri Territoriali per la Vita Autonoma e Indipendente di Milano[2] e Como[3]). L’approfondimento cerca di far emergere gli aspetti di forza e di criticità riscontrati nella realizzazione dei progetti, in particolare rivolgendo attenzione agli aspetti di innovazione, agli esiti nella vita delle persone e alle caratteristiche delle persone che potrebbero essere interessate a questo tipo di interventi.

Gli aspetti maggiormente “innovativi e sperimentali”  

L’intervento sul tema della Vita Indipendente da parte di Regione Lombardia finanziato dall’FNA a partire dal 2013, segue un’attività di sperimentazione regionale che risale al 2009. La Regione ha promosso la costituzione, in forma sperimentale, dei CTVAI (Centri Territoriali per la Vita Autonoma e Indipendente) e ha dato indicazione ai Comuni di utilizzare la quota di FNA loro assegnata per il sostegno alla disabilità grave (Misura B2), anche per i progetti di vita indipendente, limitatamente alle persone con disabilità motorie. Sul tema, nei territori, sono dunque attive diverse azioni ed esperienze significative, anche se ancora residuali a livello quantitativo.
Dalle esperienze sul campo considerate, possiamo trarre alcuni elementi di innovazione rispetto al modo ordinario di procedere dei progetti di intervento sociale su questo tema:

Opportunità di lavorare, collaborare in un’ottica più progettuale e meno focalizzata sulla singola prestazione. Le esperienze più tradizionali che intervengono sul tema della Vita Indipendente spesso consistono semplicemente nell’erogazione di prestazioni legate al sostegno alla domiciliarità (potenziamento SAD, attività di tempo libero, soggiorni di sollievo occasionali durante l’anno, buoni sociali per sostenere le spese dell’assistente personale…) a gestione molto discrezionale da parte dei servizi sociali. I progetti di Vita Indipendente con i Fondi dell’FNA hanno promosso modalità di lavoro maggiormente attente alla complessità della situazione personale, famigliare e sociale in termini di bisogni e risorse.

Rispondere ai reali bisogni delle persone con disabilità. I progetti hanno consentito di ampliare le risposte, comprendendo la gestione dell’assistente personale ma anche di  esplorare nuovi campi di azione, come ad esempio l’utilizzo delle tecnologie più avanzate nel campo della domotica e della comunicazione.

Necessità di lavorare sul contesto. Le politiche e gli indirizzi regionali lombardi tipicamente tendono a mirare sulla “persona”: gli interventi sul contesto sono spesso sempre dichiarati ma non realizzati. Aspetto comune a tutti i progetti, invece, è stato il lavoro sul contesto personale, familiare, sociale e dei servizi attraverso – ad esempio – proposte di incontri formativi e di supporto psicologico alle famiglie e alle persone con disabilità destinatarie dei progetti, coinvolgimento delle figure professionali di riferimento delle persone (educatori del Sil, referenti delle attività di tempo libero,…). Il lavoro sul contesto ha riguardato anche i servizi sociali, rispetto ai quali si è riscontrata però una certa fatica a causa della difficoltà ad uscire dalle logiche tradizionali di intervento sociale, schiacciati in un lavoro quotidiano spesso incentrato sull’emergenza e appesantito da numerosi aspetti burocratico-amministrativi e da una conoscenza sul tema non ancora adeguata. Alcuni progetti hanno previsto dei momenti formativi per i servizi sociali tesi a comprendere cosa si intendesse per Progetti di Vita indipendente, quale fosse la rete di soggetti dedicata e ad acquisire un linguaggio comune.

Possibilità di raggiungere tra i destinatari dei progetti anche persone non conosciute dai servizi e non in situazione di emergenza, andando oltre la tipica utenza del servizio sociale. Alcuni ambiti territoriali hanno fatto un bando (es. distretto di Certosa di Pavia ne di Como), lasciando libertà di partecipazione. Altri contesti (es. ambito territoriale di Milano e Vimercate) hanno chiesto ai servizi sociali di segnalare le situazioni. Nel primo caso è emersa la difficoltà di conoscere le persone, se non già in carico ai servizi, e valutare l’attinenza della richiesta al progetto. Nel secondo è emersa, come anticipato, la fatica del servizio sociale a proporre situazioni, perché abituato a concentrare l’attenzione su casi di emergenza (che risultano meno idonei a questo tipo di progetti) e a dedicare poco tempo e spazio alle altre situazioni meno conosciute, con le quali non si è instaurato un rapporto di fiducia forte e che davanti a tali proposte si trovano spiazzate e non pronte ad essere coinvolte sul tema.

Coinvolgimento anche di persone con disabilità cognitive. Tradizionalmente i destinatari dei progetti di Vita Indipendente sono le persone con disabilità motorie. Nelle esperienze considerate tante richieste hanno riguardato altre categorie di persone tra cui la sfera della disabilità cognitiva. Persone verso le quali è presente un forte “stigma” rispetto all’acquisizione di autonomie e di capacità di stare all’interno di un contesto sociale.

I principali esiti nella vita delle persone, delle famiglie, delle comunità e dei servizi

Possibilità di cambiamento di visione, non solo per le persone con disabilità, ma anche per i familiari e i servizi. Dai progetti è emerso come ci sia chi ha colto l’occasione di queste progettualità per agire un cambiamento. Riguardo ai servizi, ad esempio, c’è chi ha guardato con interesse questi progetti, si è messo in gioco in modo propositivo, ha assunto una nuova vision, ha provato a lavorare in modo diverso dall’approccio tradizionale di intervento sociale e a cambiare il modo abituale di rapportarsi con le famiglie.

Incremento degli spazi di autodeterminazione. In alcuni casi i progetti si sono rivelati dei veri e propri trampolini di lancio per chi è risultato “pronto” a livello personale, di contesto, di risorse e di supporto da parte della rete famigliare, sociale e dei servizi. Ad esempio, alcuni progetti hanno consentito alle persone di concretizzare il desiderio di uscire di casa in modo stabile (i progetti hanno supportato nella ricerca di appartamenti, a sostenere l’affitto dei primi mesi, ad avere delle borse lavoro, …). In altre situazioni i progetti sono stati occasione per riconoscere le proprie capacità, i propri limiti, i propri margini di autonomia e di riflettere sull’adeguatezza delle proposte del sistema attuale di servizi rispetto alla propria condizione e sulle caratteristiche delle persone che ambiscono ad un progetto di Vita Indipendente.

La persona con disabilità al centro del progetto, al centro della comunicazione: come protagonista e non “bersaglio”. Un rischio presente nei servizi è quello di costruire progetti “per” e poco “con “ la persona disabile, cioè dove la persona disabile è al centro dell’intervento in forma passiva. Le esperienze considerate, invece, hanno sostenuto la persona con disabilità a partecipare attivamente al proprio progetto di Vita Indipendente come persona “adulta”, in grado di compiere delle scelte assieme alla propria famiglia e ai servizi, a seconda dei propri limiti e capacità, verso l’autonomia.

La necessità di cambiare le regole. I progetti sulla Vita Indipendente fanno emergere la presenza di tante rigidità all’interno del sistema tradizionale di intervento sociale, riguardo a requisiti di accesso e un bacino di risposte standardizzate cui attingere (ad es. un progetto di vita indipendente non può essere ridotto a erogazione monetaria o a prestazione). In alcuni casi è stato necessario “forzare” i bandi e le regole per rispondere, in modo più adeguato e creativo ai reali bisogni delle persone con disabilità. Anche questo è un esito: un amministratore di servizi deve essere pronto a cogliere, a recepire la realtà complessa e variegata dei bisogni di vita delle persone.

Le caratteristiche delle persone che potrebbero essere interessate a questo tipo di intervento

Il diritto alla Vita Indipendente è un diritto per tutte le persone con disabilità, siamo però in presenza di interventi specifici e di risorse limitate (anche se ci si augura che possano diventare strutturali) … quali persone con disabilità possono trarre maggior beneficio da questi progetti?
In alcune esperienze i destinatari sono stati individuati secondo un approccio più universalistico, altri hanno fatto una selezione più dettagliata.  I classici indicatori del servizio sociale di “dare a chi sta peggio e a chi è più povero” in questi progetti rischiano di non funzionare. Anche selezionare per tipologia di menomazione non è molto funzionale.
E’ una riflessione difficile.
Dalle esperienze emerge che non esiste una tipologia definita e “sicura” per questo tipo di progetti, perché gli aspetti e le variabili in gioco a livello personale, familiare, sociale sono tante e non evidenti ma necessitano di essere esplorate e conosciute. Buone candidate sembrano essere quelle situazioni dove il contesto è già predisposto, i progetti di Vita Indipendente per essere efficaci devono essere proposti al momento giusto. Questo non vuole dire disinteressarsi degli altri, ma lavorare in modo differenziato con le persone, le famiglie, la comunità e i servizi per accompagnarli ad aprirsi a riconoscere la possibilità alla Vita Indipendente.


[1] Alessia Destefani – educatrice del Progetto Vivaio, progetto parte del Servizio di Inserimenti Lavorativi di Offertasociale asc di Vimercate. L’ambito di Vimercate ha partecipato alla seconda annualità dei finanziamenti dell’FNA dedicati ai progetti di Vita Indipendente nel 2014.
[2] Annamaria Cremona – assistente sociale del CTVAI Ledha Milano. Progetti di Vita Indipendente attivati con i finanziamenti dell’FNA 2014. Il CTVAI di Milano collabora strettamente con l’ambito della città metropolitana di Milano e con il distretto di Certosa di Pavia, inoltre lavora su alcuni progetti del distretto di Saronno insieme al CRAIS.
[3] Maria Assunta Peluso – coordinamento CRAIS (Centro Risorse per le Autonomie e l’Inclusione Sociale) di Como. Lavoriamo sulla Vita Autonoma e Indipendente nel tavolo di ricerca congiunto con il Politecnico di Milano da prima del coinvolgimento regionale, circa dal 2007-2008. Poi siamo entrati nella sperimentazione regionale del 2013 e ora lavoriamo su Lecco, Como, Vimercate, Saronno, Viadana…. Collaboriamo con il CTVAI di Ledha Milano dal 2013.