Da dove è nata l’esigenza di redarre delle Linee Guida per il Servizio Tutela?

L’esigenza di dotarsi di un documento di questo tipo è nata  6 anni dopo la nascita di Sercop, in un momento in cui, dopo alcuni anni di attività, è emerso il bisogno di fissare metodi e strumenti.
Sercop è un’azienda che raccoglie 10 Comuni e che è stata avviata proprio a partire dalla delega per la gestione del servizio di tutela dei minori nella prospettiva di creare un unico servizio. Poiché si tratta di Comuni molto diversi, sia per dimensioni che per collocazione territoriale, prima dell’avvio dell’Azienda si riscontrava molta disomogeneità nell’offerta a seconda dei Comuni.
Dunque le Linee Guida hanno risposto inizialmente a un’esigenza endogena di dotarsi e riconoscere strumenti comuni, ma poi anche al bisogno di potenziare le relazioni con altri enti, soprattutto sanitari, con cui spesso emergono alcune difficoltà di relazione, dettate soprattutto da metodologie e modus operandi differenti. Si è pensato quindi che esplicitare la nostra metodologia avrebbe potuto facilitare la comprensione di alcune scelte e modalità di lavoro e la collaborazione.

Come avete lavorato alla stesura del documento e chi ha partecipato?

Il documento di Linee Guida è stato realizzato all’interno di un percorso formativo – laboratoriale a cui hanno partecipato tutti gli operatori del servizio di tutela e quelli dello spazio neutro che, pur essendo gestito da educatori di una cooperativa esterna, ha un coordinamento di Sercop e non è considerato un servizio a sé stante ma strettamente legato alla tutela.>
Io non ho partecipato a questo lavoro in quanto coordinatore del servizio, per lasciare libera espressione agli operatori. Il lavoro si è strutturato prima attraverso alcuni momenti in plenaria per definire i macrotemi e poi in sottogruppi dedicati. Si è trattato quindi di un gruppo di lavoro multi professionale perché hanno partecipato assistenti sociali, educatori e psicologi, che sono parte effettiva dell’équipe e con il supporto di un formatore.

Il documento contiene una sezione denominata “orientamenti”: per quale utilizzo è stata pensata e con quale scopo?

Nel lavoro di tutela ci sono schemi mentali che si utilizzano  sia a livello sociale che clinico che restano molto spesso impliciti. È stato interessante lavorare su questi schemi anche in un gruppo di lavoro stabile, che opera insieme da moltissimi anni. Infatti, le situazioni che arrivano al servizio sono per lo più multiproblematiche, disorientano e confondono gli operatori  che spesso si trovano a non sapere da che parte partire;  spesso si lavora in urgenza e si perdono di vista alcuni riferimenti.
In particolare ci siamo interrogati molto sul concetto di tutela e ci è sembrato interessante vederlo ripreso anche dalle Linee Guida regionali. Non tutela intesa solo come protezione ma in termini più ampi perché prendersi cura e tutelare un minore non significa solo proteggerlo.
Un presupposto importante, che costituisce un elemento di differenziazione significativo dall’approccio dei servizi sanitari. Se per noi l’allontanamento è tendenzialmente un punto di arrivo e non di partenza, dopo aver messo in campo  diverse strategie di aiuto, per loro è proprio il contrario nella logica di “fare pulizia del campo” prima di intervenire. Questa differenza di approccio costituisce un ostacolo alla collaborazione perché si parte da presupposti diversi e dunque obiettivo di questo documento  è anche chiarire i propri presupposti per poter collaborare meglio.
Ritrovare questo tema trattato nelle Linee Guida regionali è stato anche rassicurante , in parte perché ci si ritrova in un medesimo percorso, in parte anche perché è importante, su questi temi, potersi appoggiare a un supporto legislativo e di regolamentazione di più ampio raggio.

Nelle linee guida ricorrono i richiami ad alcuni principi metodologici, ad esempio  la valorizzazione delle risorse dei minori e dei loro genitori, la costruzione di alleanze con le famiglie, il lavoro con i bambini ( e non solo per i bambini) che sono richiamate anche all’interno delle Linee Guida per la promozione dei diritti e delle azioni di tutela dei minori con le loro famiglie emesse da Regione Lombardia. Trovate altre affinità tra i due documenti e cosa ci dice questa vicinanza?

Leggendo le Linee Guida regionali mi ha colpito in particolare il passaggio in cui si parla di rischio di frammentazione. Noi stiamo cercando di partire sempre, quanto più possibile, dal concetto di unitarietà della persona, considerando che ogni servizio può fare alcune cose e intervenire su alcuni aspetti secondo il proprio mandato. Invece  spesso l’aiuto (considerando in particolare le famiglie multiproblematiche) corre su binari paralleli.
Siamo partiti dal fare alcuni protocolli, più diffusi, con servizi come la neuropsichiatria. Poi però ne abbiamo fatto uno con i comuni rispetto all’erogazione di contributi economici, perché pensiamo che lavorare sull’aspetto economico sia fondamentale, ma che non sia pensabile che lo possano fare gli operatori della tutela, per il rischio di disorientare e strumentalizzare la relazione con la famiglia. Quindi il protocollo è pensato come creazione di connessioni tra le assistenti sociali dei comuni e le assistenti sociali della tutela. È importante che al cittadino rimanga chiaro che non è il servizio di tutela che offre il contributo, bensì il comune per una competenza istituzionale, però con una stretta collaborazione.
Altri interventi nella logica di creare connessioni  sono stati la creazione di un servizio di pronto intervento con un numero di telefono a disposizione  delle forze dell’ordine e dei Comuni, per interventi di urgenza (come ad esempio trovare un posto di accoglienza per un minore non accompagnato nelle ore notturne), oppure le audizioni protette che vengono fatte al  nostro servizio, sia perché è un ambiente già conosciuto dai minori, sia per facilitare la collaborazione con l’Autorità Giudiziaria. Inoltre abbiamo definito un protocollo con gli avvocati di famiglia (allegare documento in pdf), area rispetto a cui c’era una grande resistenza da parte degli operatori, mentre invece si è rilevata possibile un’ottima collaborazione, rendendosi disponibili a incontrare l’avvocato fin da subito e poi anche nelle diverse fasi di lavoro.
Quindi si è lavorato per superare la frammentazione che viene nominata nelle Linee Guida regionali. Anche la scelta di avere gli psicologi interni all’azienda va nella direzione di costruire qualcosa di più unitario.

Un altro tema richiamato nel documento regionale è l’idea di corresponsabilità. Noi tentiamo sempre di coinvolgere le famiglie  in azioni trasparenti anche se non è sempre facile.  Ad esempio prevediamo sempre la lettura del decreto insieme alla famiglia, così da facilitare il più possibile la comprensione di quanto è successo. Il tentativo è sempre fare in modo che la famiglia capisca sempre il senso dell’intervento, e di dotare sempre l’intervento di un orizzonte temporale chiaro.
In questo senso la nostra organizzazione prevede una presa in carico suddivisa in due passaggi: l’équipe centrale realizza la valutazione e imposta il progetto, che viene poi però realizzato dai poli territoriali (la suddivisione prevede un polo a Nerviano, uno a Rho e uno a Settimo) , sia nella logica di rafforzare la connessione territoriale, sia per promuovere l’idea del passaggio a una fase nuova, con nuovi operatori con i quali si avvia il progetto.
In termini anche di corresponsabilità c’è anche, ancora tutto da sviluppare, il tema della compartecipazione economica che trovo molto interessante. Ci sono già arrivati due decreti che richiedono la compartecipazione ai costi della comunità residenziale ma che noi ancora non siamo in grado di attivare.
Quindi , per concludere, ci siamo ritrovati molto nelle Linee Guida regionali. La vicinanza è riassunta nella frase riportata nel documento che dice  “il problema sta nella famiglia ma anche la soluzione è nella famiglia”.

 

 

Nella sezione “strumenti”, invece, vengono presentati i principali strumenti di lavoro e servizi che sono disponibili per intervenire  a favore della tutela dei minori, e per ognuno di questi sono declinati obiettivi, criteri di accesso, modalità di utilizzo ma anche ambiguità ed usi impropri. Quale valore pensate che possano avere queste indicazioni per gli operatori e quali sono gli elementi trasversali che sono richiamati?

Anche qui l’interrogativo era relativo al fatto che nel servizio tutela, per la sua caratteristica di forte coinvolgimento emotivo, gli operatori troppo spesso sono guidati da verità e valori molto personali (ad esempio rispetto al  concetto di benessere dei minori, etc). Invece il valore aggiunto di un intervento è riuscire a capire qual’è la verità di quella famiglia specifica e di quel minore, e qual è la risposta che è possibile dare. Tenendo a mente questa cosa , questo ci permette di ricalibrare gli interventi (vedere distanze), quindi i punti di trasversalità sono in tutti i progetti. Cerchiamo di fare dei progetti il più possibile individualizzati, ma capaci di tenere in mente un po’ tutto e di lavorare sul potenziamento e sulla valorizzazione delle capacità residue. Non si può basarsi solo su un aspetto, sembra una banalità ma a volte si dimentica. Ad es. è necessario prendere in considerazione sempre anche la famiglia.

Per quanto riguarda questa parte del documento, dunque, la  finalità non è prescrittiva nei confronti degli operatori, ma quella di orientare, anche per quei servizi che operano su mandati molto ampi. Quindi l’idea che questa impostazione possa supportare e orientare anche tutta la rete di servizi che si muovono intorno alla tutela.

 

 

Quale diffusione ha avuto questo documento e come pensate di dare continuità al lavoro realizzato?

Per ora è un lavoro interno, però vorremmo condividerla con molti soggetti, non solo tecnici. Ad esempio con i Comuni, pensando non soltanto agli operatori ma anche ai dirigenti e agli assessori.

All’interno del servizio si è voluto lavorare sul modello operativo, anche nel tentativo di valutare gli esiti di quello che stiamo facendo, in termini di risultati e ricadute dei singoli progetti.

La diffusione ai servizi sanitari è pensato come un passaggio successivo. È ancora da programmare e da pensare come utilizzare questo documento per rafforzare la relazione.