“Semi di Comunità” è un progetto che ha cercato, per tre anni, di vincere la scommessa: aumentare la coesione in un’area socialmente debole. Le sue diverse azioni sono così ruotate attorno alla possibilità di creare legami, fare rete, alimentare occasioni di socialità. L’ipotesi è che il lavoro sui legami possa favorire coesione sociale, e una comunità più coesa è una comunità più forte e attrezzata a rispondere alle proprie debolezze e fragilità, in definitiva ai propri bisogni.
Il progetto, appena concluso, è stato sostenuto da Fondazione Cariplo e promosso da ACLI Lombardia con una consistente partnership di territorio

[1].
Condensiamo in queste pagine alcuni messaggi che il progetto lascia[2]. Crediamo infatti importante rendere esplicite alcune evidenze, condividere le difficoltà e i limiti, non solo i risultati positivi, superando la narrativa delle cose buone, lo storytelling che si tende a costruire intorno a progetti come questo.
Quali elementi hanno favorito e quali impedito, o frenato, il raggiungimento di questi obiettivi? Quali apprendimenti si sono sviluppati all’interno di questo progetto?

Cambiare un quartiere a piccoli gruppi?

Più di una volta i gruppi, e i piccoli gruppi in particolare, si sono rivelati come il dispositivo più efficace per consentire agli individui di liberare le proprie energie, esercitare il proprio protagonismo, sperimentare e sperimentarsi. Il pensiero corre ovviamente ai cittadini di Quarto Oggiaro che sono diventati rtisti urbani grazie al progetto, ma anche a gruppi più piccoli e provvisori, come quelli creatisi intorno a temi eterogenei quali il lavoro, il consumo consapevole, le seconde generazioni, l’attenzione alle famiglie fragili del quartiere.
Rispetto allo sviluppo e al consolidamento dei legami fra le persone, si è ritenuto che il gruppo potesse rappresentare il dispositivo più efficace sia sul versante della cittadinanza attiva e del volontariato (gli ortisti, gli studenti responsabili), sia rispetto a interventi normalmente più legati alle logica “dei Servizi” (i laboratori educativi, i gruppi di orientamento al lavoro, gli incontri di approfondimento), pur non rinunciando del tutto al rapporto 1 a 1 laddove necessario (redazione del cv e bilancio di competenze, sportello di sostegno psicologico). La caratteristica specifica di quelli che abbiamo fatto nascere in questi tre anni va ricercata nell’essere stati sempre dei gruppi collaborativi dove i membri sono stati chiamati a interagire, cooperare, sperimentare competenze individuali e collettive per conseguire un determinato obiettivo. Non quindi una partecipazione a una via, ma una cooperazione, dei “gruppi all’opera”, dei veri e propri gruppi di lavoro e in cui l’oggetto era quello di realizzare qualcosa che da soli non si sarebbe mai potuto realizzare: la condivisione di uno spazio di coltivazione e cura, la risposta ai bisogni delle famiglie più fragili del quartiere.
Questo collaborare nel modificare un oggetto di lavoro è dunque l’elemento che “segna” le dimensioni possibili di un gruppo e, di conseguenza, sembrerebbe vincolare le capacità trasformative di progetti come il presente: com’è possibile cambiare una comunità/un quartiere se si è costretti a lavorare su scala ridotta?
D’altra parte questa dimensione salva dal rischio di immaginarsi onnipotenti nel proprio agire ed è funzionale a tenere insieme, “tessere un filo” che sia comune all’azione di persone e gruppi diversi, ma fra loro connessi, rendendo dunque possibile, e non velleitaria, la trasformazione di un quartiere, di una comunità, di un’intera città.

Gruppi omogenei, gruppi eterogenei?

Quando parliamo di progetti di welfare di comunità, a quale comunità ci riferiamo? Composta da chi? Il rischio è che ciò che si fa vada a beneficio di chi ne ha meno bisogno: la comunità dei benestanti, degli informati, dei connessi.
L’esperienza dell’orto di “Semi di Comunità” è illuminante. Chi si è mobilitato sull’orto? Due gruppi: chi ne sapeva già di orticoltura e vi ha visto una possibilità; e chi ha dato più valore alla condivisione di un’esperienza, alla socialità.
Con l’orto condiviso si sono dunque intercettate persone diverse. Persone sensibili, inserite, relativamente agiate, ma anche persone isolate e vulnerabili. L’aggancio di questo secondo gruppo è avvenuto prima sull’orto come possibilità di coltivare un proprio appezzamento di terra. Successivamente, questa possibilità ha favorito la nascita di nuove relazioni. “Importante è l’aggancio sulla concretezza, solo dopo avviene qualcosa sul piano delle relazioni” afferma uno dei progettisti.
Per questo progetto, l’eterogeneità sociale dei cittadini partecipanti alle iniziative è stata un valore: i più dotati di risorse di relazione hanno fatto da “traino” per i più deboli[3]. Questo è accaduto grazie a una proposta non chiusa su specifiche categorie di utenza (anziani, disoccupati e così via) o su servizi predefiniti. Viceversa è stato essenziale proporre non immediatamente delle risposte, quanto piuttosto delle possibilità, aperte a bisogni e condizioni molteplici.

L’importanza di costruire luoghi orizzontali

Un importante oggetto di lavoro dei gruppi è stato rappresentato da diversi spazi e luoghi sui quali si è intervenuti con due diverse modalità:

  • Trasformazione-ibridazione (intervengo e reinvento la “destinazione d’uso”): un parcheggio, da anni abbandonato, potenzialmente minaccioso, è diventato un orto urbano con parcelle a coltivazione individuale e condivisa e che ha ospitato a sua volta un vivace e coeso gruppo di ortisti, momenti di socialità e incontro per il quartiere e la Zona, laboratori educativi sui temi della sostenibilità per le classi delle scuole primarie e secondarie, momenti di uscita e svago per gli ospiti di un Centro Anziani.
  • Contaminazione (apro a popolazioni e fruizioni diverse da quelle consuete): l’associazione giovanile ha organizzato anche momenti di socialità aperti a famiglie e adulti, il Centro per la formazione professionale ha dato avvio a uno spazio dedicato al tema del lavoro (Jobclub) e a un altro (Red-Azione) aperto a un gruppo di studenti impegnati in attività di responsabilità e protagonismo sociale.

Il risultato di questi processi sono luoghi e spazi non istituzionalizzati, non del tutto definiti, orizzontali, aperti a pubblici e modalità di fruizione diversi e che proprio da questa parziale indeterminatezza e informalità traggono la loro forza, la loro capacità di interessare e attrarre, di non allontanare o escludere.
Applicata ai luoghi o alle azioni che vi insistono, riteniamo che questa capacità sia oggi fondamentale per la riuscita di questi interventi di trasformazione sociale. Non voler governare ogni singolo momento ed elemento dei processi, non eccedere nel desiderio di predeterminare gli esiti, trattenersi e non “chiudere il cerchio” o “colorare tutti gli spazi” significa, fuor di metafora, avere fiducia nelle capacità e nelle risorse delle persone (operatori e volontari, singoli e gruppi) e, dunque, lasciar loro il necessario spazio e tempo per agire il proprio protagonismo e collaborare, realmente, ai processi che si sono avviati, assumendosi la responsabilità di ridefinire gli esiti inizialmente prefigurati.

Il fattore tempo: non avere fretta

I tempi hanno una importanza fondamentale e la capacità di una loro corretta gestione è molto importante. Qui succede qualcosa di paradossale: i progetti, ogni progetto, si muovono secondo una scansione predefinita, secondo tempi e scadenze. L’idea di una durata dell’intervento assume infatti che in un certo lasso di tempo succeda qualcosa, in base al quale si raggiungono certi risultati attesi. Ma affinché accada il cambiamento atteso occorre il concorso di più soggetti. Insomma, il tempo del cambiamento possibile è una variabile controllabile solo in parte.
Tempi e scadenze vanno stabiliti in modo che si possa realisticamente rispettarli. I tempi che ci si dà per pura formalità sono un’ipocrisia che riducono molto la credibilità del progetto. Tempi e scadenze vanno stabiliti usando “parametri flessibili”.
In questo progetto non era certo che cosa avrebbe funzionato e c’è voluto tempo per fare decantare le sollecitazioni e le proposte lanciate. Tempi lunghi richiedono continuità nel perseguire determinati obiettivi, determinati risultati. Quali sono i “risultati” di un progetto di coesione sociale? O di welfare di comunità? Sono qualcosa di conoscibile? Come posso definirli, articolarli, scomporli? Posso rendere trattabile un tema come questo?
Rispondendo a queste domande si porta l’attenzione su dimensioni diverse: le componenti del benessere collettivo: gli inneschi generati, non solo gli esiti. Le tappe e i traguardi raggiunti, che possono preludere a passaggi successivi.

L’assimilazione del progetto nel territorio

E ora? E’ ormai noto il rischio di progetti che hanno lasciato poco o nulla, progetti paralleli o addirittura estranei alla realtà di ciò che già esisteva e continuerà ad esistere.
Alcune realizzazioni di “Semi di comunità” proseguiranno grazie ai soggetti del territorio che daranno loro continuità, gestione, presidio. Allo stesso tempo, il progetto è stato un laboratorio, un’occasione per l’incontro fra elementi – persone, gruppi, organizzazioni, idee, competenze – fra loro diversi, eterogenei, che forse non si sarebbero incontrate senza questo progetto, che hanno dato luogo a ingaggi, inneschi, proposte, progettazioni: nel micro dell’orto e del Centro di formazione professionale, nel macro dell’alleanza fra organizzazioni del territorio.
Questi esiti hanno fatto la bontà dell’intervento, insieme a dimensioni più difficilmente quantificabili, ma decisive come il senso di appartenenza al quartiere, alla comunità, la fiducia, ossia quella possibilità di una “relazione cooperativa”[4] che si è appoggiata a un senso di efficacia possibile che il progetto è riuscito a far crescere.


[1] Semi di Comunità è un progetto promosso da ACLI Lombardia con una partnership di soggetti del terzo settore locale e milanese, in particolare: ACLI milanesi, ARS – Associazione per la Ricerca Sociale, Associazione Unisono, Associazione ConVoi onlus, Consorzio CCSL, Fondazione CAPAC con l’Istituto per la formazione professionale di via Amoretti, Villaggio Nostrale. Il progetto – che si è concluso lo scorso giugno –  è stato sostenuto da Fondazione Cariplo nell’ambito della terza annualità (2012) dei Bandi destinati alla Coesione Sociale “Costruire e rafforzare legami nelle comunità locali”. Pagina Facebook: Semi di comunità.
[2] Per una descrizione delle attività realizzate si veda il numero 3/2016 di Prospettive Sociali e Sanitarie
[3] In questo senso anche D. Checchi, C. Gianesin, S. Poy, Buone pratiche nei progetti sulla coesione sociale: alcune riflessioni a partire da un caso studio, in “La rivista delle Politiche Sociali”, n. 1, 2015.
[4] E. Ripamonti, Collaborare, Roma, Carocci Faber, 2011.