Quali azioni e processi avete attivato in questi anni sul vostro territorio, in materia di accoglienza e integrazione di migranti?

Sul territorio del Comune di Legnano è presente da due anni un CAS, Centro di Accoglienza Straordinaria, che accoglie 25 profughi inviati dalla Prefettura e gestito dalla Fondazione Padri Somaschi, incaricati sempre dalla Prefettura, e da settembre 2016, il Comune di Legnano ha aderito al sistema SPRAR con un progetto di accoglienza per 15 persone, gestito in collaborazione con la Fondazione Padri Somaschi e la cooperativa Intrecci.
Siamo molto soddisfatti del lavoro realizzato in questi due anni con la Fondazione Padri Somaschi nel Centro di Accoglienza Straordinaria, non abbiamo mai avuto problemi di integrazione o di ordine pubblico.
È stato un percorso molto significativo che ha saputo attivare e coinvolgere molte risorse del territorio, dai Comuni, alle associazioni, al terzo settore, a singoli cittadini, creando una rete di collaborazioni e risorse davvero importanti e utili all’attivazione di percorsi di inserimento e integrazione di lunga durata e non solo emergenziali.
Tutti gli ospiti accolti nel Centro di Accoglienza Straordinaria sono in possesso di un documento, perlopiù temporaneo (Permesso di Soggiorno Richiesta Asilo Attività Lavorativa di 6 mesi, rinnovabile), che permette l’inserimento in attività formative e lavorative e questo ha permesso l’avvio di percorsi di orientamento e ricerca di corsi di formazione e attività lavorativa per tutti.
A seguito dell’adesione al Protocollo di Intesa per lo svolgimento delle attività di volontariato da parte degli stranieri richiedenti Protezione Internazionale, gli ospiti del CAS hanno anche intrapreso diverse attività di volontariato sul territorio del legnanese e non solo. Questo è stato possibile grazie al coinvolgimento di diverse associazioni di volontariato del territorio e delle consulte del volontariato di alcuni Comuni del Piano di Zona. Da questi incontri sono nate diverse proficue collaborazioni che hanno permesso agli ospiti di instaurare relazioni importanti con le persone del territorio, restituire sotto forma di volontariato l’accoglienza ricevuta e impiegare il tempo cercando di evitare il duplice rischio di abitare troppo il Centro, di isolarsi o sentirsi esclusivamente assistiti e poco protagonisti di quello che accade.

Prefettura, Comuni, terzo settore, associazionismo, comunità locali… Quali strategie e quali azioni hanno permesso e facilitato la messa in rete e la collaborazione tra istituzioni, organizzazioni, soggetti differenti?

Il lavoro di condivisione e di rete realizzato tanto con i Comuni del Piano di Zona quanto con le realtà associative del territorio è stato certamente ciò che ci ha permesso di gestire al meglio l’accettazione del fenomeno da parte della comunità locale.
Il lavoro di questi due anni è secondo noi, un esempio di buona accoglienza perché, oltre all’assistenza che abbiamo fornito alle persone accolte, abbiamo costruito un progetto in cui i Comuni hanno avuto un ruolo importante a fianco dell’ente gestore incaricato dalla Prefettura. Abbiamo da subito istituto un tavolo, con funzioni di cabina di regia, al quale partecipano rappresentanti dei Comuni, sia politici che tecnici, della Fondazione Padri Somaschi, della Polizia locale e delle associazioni che hanno fatto parte della rete di supporto al progetto del CAS. Abbiamo anche cercato in tutti i modi di costruire e curare la connessione tra livello prefettizio e livello locale, connessione necessaria, ma non scontata.
Alla luce dell’esperienza di questi due anni, pensiamo che il dialogo e il confronto con la Prefettura siano decisivi.
Quest’anno, tra l’altro, nel nostro territorio, questo dialogo si è molto intensificato nel momento in cui la Prefettura ha individuato, a seguito dei flussi importanti dei migranti sul territorio lombardo, la caserma dismessa Luigi Cadorna, presente sul territorio del Comune di Legnano, quale struttura da destinare alla sistemazione alloggiativa di trecento richiedenti asilo, attraverso anche l’allestimento temporaneo di un tendopoli.
Quando la scorsa primavera il Prefetto ha comunicato questa ipotesi al nostro Sindaco ci siamo immediatamente opposti e con tutti i Comuni del Piano di zona del legnanese e dell’alto milanese (legnanese e castanese), per un totale di 22 Comuni, abbiamo manifestato la necessita di adottare iniziative diverse e di escludere l’accentramento in un’unica sede di 300 persone.
Abbiamo quindi proposto al Prefetto di avviare un confronto volto a definire un progetto di accoglienza diffusa sulla base del principio della corresponsabilità tra enti e in stretta sinergia anche con la Diocesi, con la Caritas e con tutte le organizzazioni del terzo settore già operative sul nostro territorio.
Questo confronto ha permesso innanzitutto, di escludere l’ipotesi tendopoli nella caserma e di istituire un tavolo politico per definire tempi e modalità di un progetto per l’accoglienza diffusa. È quindi partita una ricerca e mappatura, da parte dei Comuni e delle associazione del terzo settore, di appartamenti disponibili.

A livello comunale, avete escluso la tendopoli e avviato un progetto per l’accoglienza diffusa. Nel frattempo, l’11 ottobre 2016 il Ministero degli Interni ha emanato la Direttiva “Regole per l’avvio di un sistema di ripartizione graduale e sostenibile dei richiedenti asilo e dei rifugiati sul territorio nazionale attraverso lo SPRAR”. Quali connessioni tra scenario nazionale e politiche locali?

Mentre noi abbiamo aperto il confronto con la Prefettura per cercare soluzioni alternative alla tendopoli, Ministero degli Interni e Anci stavano discutendo un protocollo di intenti con le Prefetture finalizzato a istituire un apposito tavolo tecnico per ragionare e definire un criterio di “quote” di migranti da ripartire proporzionalmente su tutti i Comuni italiani, secondo un parametro indicativo di 2,5 profughi ogni mille abitanti.
Quanto stava accadendo a livello nazionale ha di fatto, permesso di prendere tempo circa il processo che avevamo in corso, per attendere l’esito di questo tavolo tecnico.
L’11 ottobre 2016 è stata poi emanata la Direttiva del Ministero dell’Interno che prevede la definizione di un piano operativo per la distribuzione dei migranti e dà indicazioni chiare e precise: garantire una equa distribuzione sul territorio dei migranti, evitare concentrazioni eccessive di persone accolte in un unico territorio e puntare soprattutto, all’ampliamento della rete dei centri SPRAR per la seconda accoglienza.
Non solo. La direttiva dell’11 ottobre scorso sancisce che, “in vista del nuovo Piano operativo di distribuzione dei migranti, si stabilisce che nella quota di accoglienza per ogni singolo Comune devono ricomprendersi alche i posti appartenenti alla rete SPRAR”.
Questa indicazione rappresenta certamente una svolta decisiva nella programmazione delle politiche per l’accoglienza e l’integrazione. Fino ad oggi infatti, i Comuni hanno di fatto scontato e gestito le criticità di una co-presenza non gestita e non pianificata nei loro territori di centri CAS e SPRAR. Fino al mese scorso, le politiche per l’accoglienza e l’integrazione si caratterizzavano per una netta separazione tra Ministero e Prefetture, per cui le Prefetture, nell’apertura di centri CAS sui territori, non tenevano in nessuna considerazione l’eventuale esistenza pregressa di centri SPRAR con il rischio di una “sovraesposizione” di alcuni territori rispetto ad altri. In più occasioni, Sindaci e Amministrazioni impegnati nell’avvio di progetti SPRAR, si sono visti improvvisamente “aprire” sul proprio territorio un Centro di Accoglienza Straordinaria che di fatto, spesso, ha significato un rallentamento di altri progetti di accoglienza perché difficilmente sostenibili in termini di consenso e di opinione pubblica, a fronte dell’arrivo improvviso di un numero importante di richiedenti asilo sul proprio territorio.
La Direttiva dell’11 ottobre 2016 fa dei passi in avanti notevoli non solo nella direzione di una governance più chiara delle politiche e dei processi di accoglienza, ma anche perché, finalmente, prova ad affrontare l’immigrazione non come fenomeno emergenziale, ma come fenomeno ordinario da governare con politiche di ampio respiro e da gestire in modo organico e strutturale attraverso i progetti SPRAR proposti dai Sindaci con gli enti del terzo settore qualificati.
E questo credo sia anche il senso della costituzione, dichiarata nella stessa Direttiva, del Tavolo tecnico, tra Ministero e ANCI, per “l’individuazione della quota di cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale da ripartire proporzionalmente tra tutti i comuni italiani, avendo a riferimento il range 2,5-3,00 per ogni mille abitanti”.
Le politiche per l’accoglienza e l’integrazione oggi richiedono la corresponsabilità e la collaborazione di tutti, Stato, Regione, Prefetture, Comuni.

Si parla ormai da un po’ di accoglienza diffusa e sempre di più, anche le circolari e le direttive ministeriali, individuano nell’accoglienza diffusa la strategia di riferimento per le politiche dell’accoglienza. A che punto siete, nel vostro territorio, nei progetti di accoglienza diffusa?

Il tema oggi, che stiamo affrontando con la Prefettura, riguarda le forme giuridiche e tecniche con cui rendere operativo il progetto di accoglienza diffusa.
L’accoglienza diffusa deve tradursi in atti amministrativi e oggi stiamo cercando di capire chi può essere il soggetto giuridico e amministrativo in grado di gestire i posti e le strutture che i Comuni metterebbero a disposizione. Bisogna capire chi può essere stazione appaltante. Come Comuni, davamo per scontato che il soggetto giuridico amministrativo potesse essere la Prefettura, ma la Prefettura ha invece chiesto ai Comuni di fare loro da stazione appaltante. Questa richiesta ha messo in difficoltà alcuni Comuni che si erano immaginati come collaboratori di un progetto la cui titolarità, anche giuridica amministrativa, restava in carico alla Prefettura.
Oggi, il tema è quale debba o possa essere il ruolo della Prefettura e dei Comuni e stiamo lavorando alla ricerca e traduzione in atti giuridici amministrativi degli accordi e dei processi in atto. Stiamo valutando anche come coinvolgere la Città Metropolitana, perché quello che noi stiamo facendo potrebbe anche essere replicato sul atre zone della Città Metropolitana. Stiamo cercando di capire se la Città Metropolitana potrebbe essere stazione appaltante. E forse, il ruolo di Regia che da noi non sta facendo la Regione, forse poterebbe assumerlo la città metropolitana.

Quali sono secondo lei, oggi le criticità o, altrimenti detto, le priorità per le politiche di accoglienza e integrazione, per i prossimi mesi?

Oggi scontiamo alcune criticità importanti che dovrebbero diventare priorità di lavoro per i prossimi mesi.
Da un lato, scontiamo la mancanza di una regia a livello regionale.
Il ruolo della Regione dovrebbe essere quello di coordinamento. La stessa direttiva del Ministero afferma che “Al contempo, è stato definito con l’ANCI un Piano operativo che, muovendo dal sistema di quote fissato nella Conferenza Unificata del 10 luglio 2014, consenta, anche all’interno delle singole Regioni, una distribuzione di migranti più equilibrata e sostenibile tra le diverse realtà locali, grazie alla definizione di un numero di presenze rapportato alla popolazione residente nel Comune”.
Questo significa non solo che le Regioni hanno condiviso un sistema di assegnazione delle quote, ma presuppone che le Regioni siano disposte e si facciano carico di un coordinamento e di una verifica dell’attuazione di questa distribuzione equilibrata sui territori.
Non mi risulta che in Lombardia sia stato attivato un tavolo di coordinamento.
È vero che formalmente le Regioni non hanno potere vincolante, ma potrebbero svolgere un importante ruolo di sinergia e coordinamento, anche semplicemente per programmare e governare l’applicazione del Piano operativo che le Regioni hanno sottoscritto e condiviso.
Non ultimo, la Regione potrebbe promuovere un confronto e uno scambio anche di buone pratiche tra Comuni e territori che fino ad oggi hanno sperimentato, spesso in solitudine e in autonomia, strategie e strumenti per la gestione dell’immigrazione e dell’integrazione.
Altra criticità riguarda la centralità che ancora oggi ha, nel nostro sistema di accoglienza, la prima accoglienza a scapito della seconda accoglienza. L’approccio emergenziale che prevede anche un investimento massiccio di risorse e posti per l’accoglienza nella prima accoglienza, non ci permette di sostenere politiche ordinarie per l’integrazione.
Oggi in Italia, la maggior parte dei posti e delle risorse sono previsti per i CAS, per la prima accoglienza; la priorità è ancora focalizzata sull’emergenza, ma è quanto mai necessaria una inversione di strategie e un riposizionamento di investimenti e risorse nella seconda accoglienza, nel sistema SPRAR, nell’accoglienza ordinaria. Bisogna accelerare il più possibile le procedure di accertamento delle persone che arrivano nei CAS, limitare al minimo la permanenza in questi centri e potenziare il sistema della seconda accoglienza e all’integrazione sociale e lavorativa delle persone.
In questa direzione, credo che la Direttiva dell’11 ottobre, ancora una volta, sia una leva importante per i Comuni perché invita i Prefetti ad attivare “una politica di governance applicando una clausola di salvaguardia che renda esenti i Comuni che appartengono alla rete SPRAR o che abbiano già formalmente manifestato la volontà di aderirvi, dall’attivazione di ulteriori forme di accoglienza”. Di fatto, e finalmente, si spingono e incoraggiano i Comuni ad aderire alla rete SPRAR e a preservarsi, in questo modo, da arrivi incontrollati da altre forme di accoglienza.