Chi sta intercettando la misura? Quante donne, quali tipologie, quali caratteristiche…?

La misura ha intercettato oggi, nei diversi territori, un target molto eterogeneo e questa eterogeneità è certamente correlabile alle specificità territoriali, tanto nella composizione sociale della popolazione, quanto nelle diverse modalità attuative con cui la misura è stata declinata.
Ciò nonostante, ci sembra di poter osservare alcune trasversalità rispetto alla tipologia di utenza che ha avuto accesso fino ad oggi alla misura:

  • complessivamente, ci aspettavamo un numero di richieste di accesso alla misura quantitativamente maggiore;
  • in molti territori, tra le donne che accedono alla misura, prevalgono donne di origine straniera;
  • tra le donne straniere, la maggioranza sono donne che non lavorano, che non sono alla ricerca di una occupazione data anche la gravidanza e che hanno già almeno un figlio;
  • molte donne beneficiarie del contributo presentano una scarsa padronanza della lingua italiana. Tale fattore si riflette in modo significativo nell’interazione tra operatore e utente sul piano comunicativo e non favorisce la raccolta dei diversi elementi necessari per predisporre un progetto personalizzato su cui impostare la presa in carico;
  • delle donne che complessivamente hanno avuto accesso alla misura, solo una minoranza è già in carico ai servizi;
  • gli ISEE delle persone che accedono alla misura sono molto variabili;
  • la vulnerabilità economica è spesso dettata dalla perdita del lavoro del coniuge o da un mutuo che quindi, non si riesce più a pagare.

Come le donne e le famiglie vengono a conoscenza della misura?

Molte donne e famiglie sono venute a conoscenza della misura al Patronato. Altri canali di conoscenza della misura sono il passaparola, Internet, i Comuni nel caso soprattutto, in cui le famiglie sono già in carico ai servizi. Alcuni Consultori presentano la misura nei percorsi nascita.
A prescindere dalla misura Bonus famiglia che implica il passaggio al Servizio Sociale del Comune per la compilazione della scheda di vulnerabilità socio-economica, molte persone oggi si rivolgono ai Centri di Assistenza Fiscale abilitati alla presentazione on line delle domande relative a contributi economici specifici (SIA, assegno di maternità…). I CAF diventano un luogo di snodo importante perché intercettano molte famiglie che vivono una condizione di un disagio, ma non hanno competenze specifiche per leggere e accogliere eventuali altre difficoltà connesse alla domanda di contributo economico e individuare degli invii appropriati. Sarebbe invece davvero opportuno creare dei collegamenti tra i CAF e i Servizi Sociali di base in rete con le altre agenzie territoriali, per poter accogliere e attivare gli interventi di sostegno più opportuni.

Il Bonus Famiglia introduce il criterio della vulnerabilità socio economica da un lato, quale requisito di accesso alla misura, dall’altro quale situazione intorno alla quale lavorare attivando progettazioni ad hoc. Quali riflessioni stanno emergendo da questa nuova pista di lavoro, proposta da Regione, intorno alla vulnerabilità?
La misura Bonus Famiglia prevede che possano accedere al contributo donne e nuclei con ISEE fino a 20.000 euro, innalzando in modo significativo il tetto ISEE rispetto alle misure precedenti (Nasko, Cresco e Sostengo).
Questo fa sì che tra le donne e i nuclei che incontriamo, ci siano condizioni economiche molto eterogenee: incontriamo persone in evidente condizioni di vulnerabilità socio economiche, ma anche donne e famiglie con casa di proprietà, che lavorano in proprio e che, per contingenze legate all’attività lavorativa, stanno attraversano situazioni di momentanea difficoltà economica, come potrebbe capitare a chiunque.
Questa constatazione apre, o dovrebbe aprire, una riflessione importante su cosa si intenda per vulnerabilità socio economica. Crediamo per esempio, sia discutibile far coincidere una difficoltà economica transitoria con una situazione di vulnerabilità sociale ed economica protratta nel tempo.
Di fatto, assistiamo a diverse interpretazioni, da parte dei diversi soggetti coinvolti nella applicazione della misura (Comuni, CAV autorizzati, Consultori, assistenti sociali…), di cosa si debba intendere per vulnerabilità socio economica: vulnerabilità coincide sempre con disoccupazione? Un ISEE di 19.000 euro e una casa di proprietà sono requisiti per rientrare in una condizione di vulnerabilità socio economica? Un momento di potenziale difficoltà economica non sfocia necessariamente in una situazione di problematicità sociale…
In questo momento, a fronte di questa discrezionalità e di una difficoltosa condivisione della valutazione della condizione di vulnerabilità socio economica tra l’operatore che compila la scheda di vulnerabilità e assistente sociale del Consultorio, nei servizi consultoriali è prevalsa la prassi di accogliere la scheda di vulnerabilità, adempiendo formalmente alla procedura, senza entrare troppo nel merito dei contenuti e della presenza o assenza di una valutazione sociale da parte del Servizio Sociale del Comune.

La Scheda di avvenuto colloquio per la vulnerabilità socio economica si sta rivelando un utile strumento di lavoro?

La misura Bonus Famiglia prevede, come primo passaggio, un colloquio con un’assistente sociale del Comune o un operatore di un CAV autorizzato (che però in molti casi sono volontari senza una qualifica specifica) per redigere la scheda di avvenuto colloquio per la vulnerabilità socio economica. Ed è proprio intorno alla redazione di questa scheda che si registrano oggi, grandi differenze nell’interpretazione di questo passaggio.
Da un lato, osserviamo una grande eterogeneità, nei territori, circa la “titolarità” che i Comuni e/o i CAV si sono riconosciuti nel merito della scheda.
In alcuni territori, i Comuni si sono rifiutati di redigere la scheda di valutazione socio economica, delegando di fatto ai CAV questo compito, in altri territori è avvenuto esattamente il contrario e i CAV non hanno dato disponibilità sulla misura. In altri territori ancora, alcuni CAV hanno definito dei criteri “propri” per la presa in carico delle domande di accesso alla misura (un CAV per esempio, ha scelto di accettare domande per il Bonus Famiglia con ISEE sotto i 7000 euro perché uno dei criteri di accesso a quel CAV è accogliere donne e famiglie con un ISEE inferiore ai 7000 euro), in altri territori i Comuni hanno redatto la scheda di vulnerabilità socio economica solo per le persone e i nuclei già in carico ai servizi.
Questo, se da un lato ha generato difficoltà di raccordo tra Comuni, CAV e Consultori, non ha certo facilitato l’utenza (anche potenziale) nel comprendere la procedura e gli interlocutori per l’accesso alla misura.
Sempre a proposito della scheda, crediamo sia necessario distinguere tra “redigere la scheda” e “valutare la condizione di vulnerabilità socio economica”:

  • nel primo caso finalità del colloquio è rilevare/attestare i requisiti di accesso alla misura e le informazioni che la donna o il nucleo trasmettono (compito che potrebbe anche essere adempiuto da personale amministrativo),
  • nel secondo caso la scheda diventa strumento per una valutazione più articolata e approfondita della condizione di eventuale disagio della donna e del nucleo, competenza specifica dell’assistente sociale.

Ad oggi, sembrerebbe prevalere la prima modalità. Le schede infatti, in molti casi, si limitano ad elencare i fattori di criticità relativi allo stato di disagio/vulnerabilità economica e abitativa. Non sono, di norma, presenti ulteriori elementi di inquadramento e di valutazione della situazione familiare tali da rendere necessario un lavoro di rete, di collaborazione o di confronto in itinere tra servizi, con una eventuale presa in carico congiunta.
Come Consultori ci confrontiamo dunque, con l’invio di informazioni minime da parte dei Comuni/CAV, con un rimando generico, e neanche tanto implicito, ai Consultori della gestione della misura e della presa in carico.
Nel passaggio dell’utente al Consultorio talvolta, si verifica anche la possibilità che vengano individuate aree di fragilità diverse o ulteriori da quelle indicate nella scheda dei Comuni, di natura socio-relazionale-familiare sulle quali potrebbero essere attivati percorsi di sostegno condivisi e di co-progettazione degli interventi di aiuto.
Questo strumento, se utilizzato con una reale valenza valutativa, potrebbe essere prezioso per rilevare i bisogni sociali delle famiglie e orientare la risposta istituzionale nonché le politiche sociali locali in merito alle problematiche che rendono le famiglie vulnerabili.

Il Bonus Famiglia è occasione e  “strumento” per una presa in carico integrata tra ATS e Comuni?

Premessa e finalità della misura è che, nei confronti delle donne e dei nuclei che accedono al Bonus Famiglia, si attivi una presa in carico integrata tra Comuni/CAV e Consultori.
Come già detto anche per le questioni precedenti, l’integrazione tra Comuni e Consultori assume declinazioni molto diverse. In alcuni casi, l’assistente sociale del Comune, dopo aver redatto la scheda di vulnerabilità socio economica, incontra l’assistente sociale del Consultorio per condividere informazioni, ipotesi per la stesura del progetto e risorse attivabili; in altri casi, il Comune semplicemente consegna la scheda di vulnerabilità socio economica all’utente, senza nemmeno che sia possibile risalire a chi ha redatto quella scheda.
Le donne, pur dopo la compilazione della scheda, nel momento in cui arrivano ai Consultori e non sono già in carico ai Comuni, restano in carico de facto al Consultorio e spesso, i servizi sociali comunali si interfacciano con i Consultori esclusivamente per le donne e i nuclei che sono già in carico.
Questa scarsa consuetudine alla collaborazione e allo scambio reciproco di informazioni tra Servizi, ha poi anche delle ricadute sull’utenza: il rischio che osserviamo è che le donne e i nuclei si trovino a dover sostenere due colloqui, il primo con l’assistente sociale del Comune o del CAV e il secondo con l’assistente sociale dei Consultori, ripetendo pressoché le stesse informazioni e gli stessi racconti, senza riuscire a comprenderne le ragioni e il significato.
Crediamo che la misura Bonus Famiglia, come del resto le precedenti (Nasko, Cresco, Sostengo) siano misure profondamente ambivalenti: sono misure di integrazione al reddito che vengono chiamate in altro modo per giustificarne la gestione da parte dei Consultori. Ma di fatto, le modalità attuative individuate hanno vanificato il buon proposito di favorire l’integrazione tra i due Servizi.
Certamente, il Bonus Famiglia coinvolge i Comuni in misura maggiore rispetto alle misure precedenti: in parte, forse, è stato recepito il suggerimento, espresso dagli operatori dei Consultori, che fosse il Comune a gestire le misure economiche e a valutare le condizioni di vulnerabilità.
Il passaggio “automatico”al Consultorio però, molto spesso vanifica la possibilità di “lavorare” in modo più efficace e compiuto sulle reali problematiche presenti.

Che tipo di progettualità state attivando? Su quali “oggetti”?

Le donne, una volta accolte dal Consultorio, hanno l’obbligo di sostenere due colloqui, funzionali alla stesura del progetto. Nello specifico, il secondo colloquio deve essere calendarizzato entro 30 giorni dalla nascita del figlio ed è il momento in cui la donna consegna il certificato di nascita quale documento necessario per l’avvio della procedura di erogazione della misura. A seguito della realizzazione del secondo colloquio, viene autorizzata l’erogazione del bonus e il programma SIAge (“Sistema Agevolazioni” di Regione Lombardia per la presentazione on line delle richieste di contributo).
Potenzialmente, il progetto dovrebbe proseguire anche oltre l’avvenuta erogazione del Bonus e chiudersi entro sei mesi.
Di fatto, però, nella maggior parte dei casi, una volta ottenuto il Bonus, le donne interrompono il rapporto con il Consultorio: quello che osserviamo è che, poiché l’erogazione del bonus non è vincolata all’adesione al progetto individualizzato, ma solo alla presenza ai due colloqui obbligatori (durante la gravidanza e alla consegna del certificato di nascita entro i 30 giorni dalla stessa), la partecipazione delle donne al progetto è discrezionale.
Certo, proprio perché l’accesso e l’adesione al progetto sono liberi e su base volontaria, scattano anche delle prese in carico e dei rapporti significativi e, in questo senso, rispetto al precedente Cresco in cui bisognava portare mensilmente gli scontrini, più coerenti con il mandato consultoriale.
Un’altra possibilità è interpretare il Bonus Famiglia come strumento per presentare e promuovere i servizi consultoriali alle donne. Con il Bonus Famiglia infatti, accedono ai Consultori molte donne che altrimenti, mai si sarebbero rivolte a noi e il contatto che si instaura è una buona occasione per presentare e offrire i servizi consultoriali che interessano le donne in gravidanza e nei primi mesi di vita del bambino (percorso nascita, gruppi allattamento, orientamento…).
Nel momento in cui avviene il primo colloquio però, le donne sono spesso poco motivate o poco disponibili ad entrare in relazione con l’assistente sociale, perché l’aspettativa è quella di ottenere molto più semplicemente, un sussidio economico. Questo fattore ostacola l’esplorazione di altre aree di bisogno o l’approfondimento in merito alla situazione personale/familiare, passaggi che consentirebbero di elaborare un’eventuale proposta modulata su bisogni specifici e particolari del nucleo stesso, attinente agli ambiti di competenza del Servizio.
Le donne e i nuclei che arrivano nei nostri servizi per la misura Bonus Famiglia, arrivano prevalentemente con un disagio lavorativo o occupazionale. Poiché il progetto deve essere coerente con la scheda di vulnerabilità socio economica, come Consultori ci troviamo in una grande difficoltà perché non abbiamo una competenza specifica in merito. Possiamo solo formulare dei progetti di orientamento verso i servizi sociali del Comune o verso i servizi per l’orientamento al lavoro, ma sui temi del lavoro e della casa nello specifico, riusciamo a fare ben poco…
Non ultimo, frequentemente le donne e i nuclei richiedenti il bonus sono dotati di buone competenze e risorse genitoriali tali da non necessitare di supporti ad hoc connessi all’evento nascita (il disagio economico non necessariamente incide sulle capacità di accudimento del neonato). L’offerta attiva del Consultorio pare pertanto poco aderente ai bisogni reali, oppure è percepita come poco “utile” poiché distante dalla cultura di appartenenza (es: molte sono le donne di origine straniera che hanno già avuto diverse gravidanze e non avvertono l’esigenza di essere seguite per monitorare la crescita del neonato o per l’allattamento). Le utenti italiane sembrano invece, essere più disponibili ad accedere al Consultorio per partecipare alle attività proposte di sostegno alla maternità di tipo integrato socio-sanitario.
Nella misura del Bonus Famiglia viene data grande enfasi al ruolo del Consultorio perché c’è in previsione l’evento nascita, ma nel momento in cui è stata inserita la scheda di vulnerabilità sociale, i riferimenti sono ad altro: si parla di disagio socio economico, problemi abitativi, difficoltà occupazionale, problemi di salute e poi, anche di disagio socio relazionale. Il disagio socio relazionale lo si può anche contemplare, ma nei casi che stiamo incontrando risulta assolutamente minoritario rispetto al disagio economico o occupazionale. L’assunto a priori, secondo noi profondamente sbagliato, è che nel disagio economico ci sia necessariamente, un disagio socio relazionale.
Sarebbe meglio per tutti, per le donne in primis, per i nuclei, ma anche per noi operatori, chiamare le cose con il giusto nome: un conto è la vulnerabilità socio economica, altra cosa è il disagio socio relazionale.
Ci sembra che la misura Bonus Famiglia si sia rivelata soprattutto uno strumento con una valenza a carattere assistenziale in quanto l’utenza tende a concepirla come una semplice misura di integrazione al reddito.
Tali misure possono essere utili nelle situazioni di vulnerabilità socio economica che caratterizzano l’attuale domanda di aiuto, ma non si può continuare a proporle come strumento principe per affrontare disagi di altra natura, perché questi ultimi, per essere affrontati, presuppongono motivazioni e livelli di consapevolezza ben diversi da quelli che si riscontrano nei beneficiari del Bonus.
Né si può pensare che tale strumento possa produrre la connessione tra i nodi della potenziale rete di aiuto solo attraverso l’obbligatorietà dei passaggi della persona da un servizio all’altro, a fronte di un’assenza di una comune progettualità tra enti e istituzioni da costruire con altre strategie.