Il progetto “Comunità Possibile: possibilità per crescere” in sintesi

Il progetto “Comunità Possibile: possibilità per crescere” è finanziato con Bando Cariplo “Welfare di Comunità e Innovazione Sociale” e nasce per accompagnare le famiglie con figli in età 0/12 ad affrontare le sfide legate alla conciliazione dei tempi di lavoro ed di vita, al bisogno di trovare spazi e tempi per la socializzazione e per il tempo libero e alla ricerca di opportunità di confronto e supporto educativo.
Il progetto coinvolge l’ambito territoriale del Magentino, costituito da 13 Comuni collocati nell’area Ovest della Provincia di Milano. Capofila è il Comune di Magenta, in quanto capofila del Piano Sociale di Zona del Magentino e il progetto vede la partecipazione di ventidue partner[1].

Quale innovazione vuole perseguire il progetto?

L’innovazione che vogliamo perseguire va nella direzione di costruire risposte ai bisogni che le persone hanno, insieme alle persone stesse portatrici del bisogno e alle famiglie. Vogliamo sviluppare metodologie e competenze diffuse per invertire i modi più tradizionali con cui fino ad oggi sono stati affrontati i problemi nel nostro sistema di welfare: offrire servizi a cui i singoli e le famiglie possono accedere come fruitori passivi. Innovazione per noi significa sperimentare nuove risposte che non partano da un rapporto top down o unidirezionale, ma costruite attivando le competenze e le risorse delle persone, attraverso un lavoro di ascolto, di ricerca e di scouting di risorse nei territori. In questo nuovo modo di lavorare è centrale la funzione delle singole Amministrazioni e dell’Ufficio di Piano nella loro competenza di lavoro di comunità. I servizi sociali, in particolare, possono diventare un punto di conoscenza, valorizzazione e messa in rete di tutta la vita che pulsa in un territorio; questa competenza oggi non sempre è valorizzata e messa in atto.
Innovazione è anche agganciare e rivolgersi a persone cui tradizionalmente i servizi non si rivolgono, costruire spazi ed opportunità di risposte e relazioni non solo per i più fragili, ma per tutti, in cui anche i più fragili possano trovare aiuto e sostegno.
Ogni persona ed ogni famiglia può vivere momenti critici, legati ad eventi particolari o ai normali passaggi della vita; questi momenti, se vissuti nella solitudine e in contesti scarsi o privi di relazioni di aiuto, possono far scivolare verso la povertà o il rischio sociale: per questo è importante favorire esperienze che, oltre ad offrire una risposta partecipata ai problemi quotidiani e concreti, permettano anche la nascita di relazioni di vicinanza e di aiuto.

Il vostro progetto sta intercettando e agganciando cittadini altrimenti non ingaggiati? Con quali strategie?

In due anni di progetto abbiamo raggiunto 1403 famiglie e 1450 minori tra 0 e 12 anni. 1403 famiglie raggiunte sono l’11% delle famiglie con figli minori di età 0/18 anni[2]. Questo è un numero importante perché queste famiglie, oltre a essere fruitrici delle attività, sono anche coinvolte nella progettazione e realizzazione delle stesse attività. Nella rilevazione dei dati di monitoraggio e valutazione, abbiamo infatti distinto tra famiglie coinvolte nella progettazione e famiglie coinvolte nella realizzazione: 41% delle famiglie raggiunte è stato coinvolto nella progettazione e il 47% delle famiglie raggiunte ha contribuito alla realizzazione delle attività.
Un esempio è l’attività rivolta ai bambini della scuola primaria dopo l’orario scolastico. Che cosa rende diversa l’iniziativa proposta all’interno del progetto “Comunità possibile” dal post scuola così come il Comune lo ha offerto fino ad oggi? Il contenitore è lo stesso, ma la differenza sta nel contenuto: il post scuola “tradizionale” è un servizio proposto e organizzato dall’Amministrazione, più incentrato su dimensioni di custodia, vissuto spesso come parcheggio, i bambini lo vivono come “mi tocca”, i genitori come “una soluzione in mancanza di un’alternativa”. Le sperimentazioni che sono nate nel progetto sono partite da un altro presupposto: chiedere ai genitori che cosa avrebbero voluto per i loro figli in quell’arco temporale provando a costruire delle piccole progettazioni che fossero piacevoli per i bambini, significative per i genitori, flessibili per andare incontro ai tempi dei genitori dei nostri territori che sono tendenzialmente pendolari e realizzabili anche attraverso il contributo e la competenza di qualche genitore. Questo percorso di ripensamento del servizio di post scuola ha permesso alle famiglie di incontrarsi, di conoscersi, di immaginarsi non solo fruitrici di un servizio, di mettere in campo alcune competenze per il ripensamento e l’organizzazione del post scuola. E non ultimo, ha fatto sì che le famiglie si conoscessero e costruissero relazioni significative che si sono poi trasformate anche in forme di aiuto su altri bisogni. La logica è proprio questa: di fronte a un bisogno, provare a costruire la risposta insieme alle famiglie che portano il bisogno. Un indicatore importante per valutare il nostro progetto riguarda quindi anche il tipo e la qualità di risorse che si è riusciti ad attivare.

Quali difficoltà state incontrando nei processi di attuazione di progetti di welfare di comunità?

Proprio perché il cambiamento è di tipo culturale, anche gli ostacoli sono di ordine culturale. Veniamo da anni in cui non solo le famiglie sono state abituate ad aspettarsi erogazioni e prestazioni, ma anche i servizi e il terzo settore sono abituati a considerare le famiglie come portatrici di problemi, ma non anche di risorse; è un cambiamento di ottica che richiede un grande investimento e non può essere facilmente dato per acquisito. Per un verso, i servizi sociali sono molto concentrati sui più fragili e non si percepiscono come servizi per tutti, per un altro verso, tutti vorremmo poter usufruire dei servizi di welfare, ma non vorremmo mai essere stigmatizzati come gli attuali destinatari dei servizi. Il grande cambiamento che stiamo accompagnando è pensare che i servizi sociali si debbano occupare di tutti e che tutti possano varcare la soglia dei servizi sociali. Nelle attività progettuali in corso di realizzazione, laddove ci si è dati il tempo per incontrarsi, tra servizi, organizzazioni, scuole, famiglie, associazionismo, quando si è cercato insieme di comprendere ed esplorare i bisogni delle persone, allora c’è stata un’emersione di disponibilità, gratuità, assunzioni dirette di responsabilità e collaborazioni, mai sperimentate prima.
Laddove anche i politici, i funzionari e gli assistenti sociali si sono coinvolti nelle azioni progettuali, sono nate esperienze molto significative. Alcuni Assessori, cogliendo la ricchezza di quanto il progetto sta promuovendo, hanno sostenuto la creazione di reti territoriali nei singoli Comuni e sono nate nuove collaborazioni, anche nella logica di un supporto reciproco tra le diverse micro-progettualità servizi.
Dare visibilità a quanto sta nascendo in alcuni territori può essere contagioso forse per chi è più perplesso e sta sulla porta.
Nel primo anno, abbiamo lavorato molto con i partner di progetto (associazionismo, cooperazione sociale, scuole) perché ne comprendessero gli obiettivi e provassero ad agganciare le famiglie tradizionalmente fruitrici di servizi. In questo secondo anno, dobbiamo andare oltre l’aggancio e sostenere l’attivazione, la collaborazione, il coinvolgimento delle famiglie nelle azioni che stiamo realizzando.

Chi sono i partner che si stanno attivando nei territori?

Certamente le associazioni delle famiglie, alcune storiche, altre più recenti che non avevano mai partecipato a progetti così complessi. La scelta che abbiamo fatto, con il progetto “Comunità possibile”, è che i partner fossero soggetti già presenti e operativi nel territorio (cosa per altro, richiesta anche dal Bando di Fondazione Cariplo). La cosa interessante che abbiamo fatto però, è stata di non scegliere noi con chi fare il progetto, ma di chiedere a tutti i soggetti coinvolti nella co-progettazione di individuare i loro interlocutori: sono così emerse le scuole, la parrocchia, la piccola associazione locale… La rete ed i partner di progetto non sono stati scelti dall’alto, ma sono nati da un coinvolgimento ampio, nato da relazioni di fiducia costruite nel tempo. La cosa significativa che abbiamo rilevato è che sono stati coinvolti nel progetto interlocutori anche poco conosciuti e soprattutto, non scontati. In alcuni territori si è coinvolta la farmacia, in altri la scuola superiore per far fare esperienza di scuola lavoro agli studenti in alcune azioni di progetto. È una struttura a grappolo, ci sono dei partner, ciascuno dei quali ha attorno una piccola rete, che man mano aggrega e si accresce di soggetti nuovi.

Quali cambiamenti osservate?

I due esiti significativi che abbiamo osservato ad oggi sono il movimento che si è creato nei territori e la rimodulazione di alcune attività che sono state modificate in corso d’opera, anche rispetto alla progettazione iniziale. Alcune attività che avevamo previsto non sono state realizzate, perché non hanno intercettato il bisogno delle famiglie, mentre altre sono state modificate. In un territorio per esempio, avevamo progettato dei laboratori al sabato mattina, mentre nel lavoro con le famiglie è emerso il bisogno di prevedere spazi di cura dei bambini nei giorni di chiusura delle scuole e così l’attività è stata cambiata.
Pensare di cambiare e rimodulare le azioni e gli interventi non è così scontato, abbiamo dovuto lavorare con i partner perché entrassero in questa logica. Spesso prevale il pensiero: “Ho progettato un servizio, nessuno aderisce al servizio, ergo non c’è il bisogno”. Abbiamo accompagnato i partner a rileggere criteri e modalità con cui le attività vengono progettate. Con chi viene fatta l’analisi dei bisogni? Con chi ci si confronta, oltre l’équipe, per decidere che cosa è prioritario su un territorio? Provare a incontrare le famiglie, entrare in ascolto dei bisogni, delle intuizioni … Sono nate per esempio, delle attività in farmacia, degli incontri tra future mamme, una cosa che ad avvio di progetto non poteva neanche essere immaginata. Abbiamo spinto i partner a pensare cose nuove, ma abbiamo dovuto anche accompagnarli a capire come costruire cose “nuove” agganciando le famiglie, e non progettando, in modo autoreferenziale, nuovi servizi.
Un altro cambiamento importante attiene alla dimensione politica. Il nostro progetto è stato voluto anche dalla parte politica, dai Sindaci e dagli Assessori, e anche a loro, il progetto sta mostrando possibilità diverse per leggere e intercettare i problemi e i bisogni della comunità. Si pensi, per esempio, ai Sindaci che spesso sono interpellati, nei colloqui, nelle assemblee, da cittadini per i quali il Sindaco non ha risposte perché non sono cittadini immediatamente fragili e non “rientrano” nel target dei servizi sociali… Bene, di fronte a questi cittadini, i Sindaci hanno oggi a disposizione una mappa di reti territoriali, di interlocutori nei territori che non sono solo i servizi sociali, ma sono attività educative, di conciliazione, di auto mutuo aiuto dove poter orientare i cittadini.
In un progetto come “Comunità possibile”, è davvero importante prevedere tanti livelli di accompagnamento, coordinamento, formazione.
La formazione è stata prevista e realizzata per i Politici, i Funzionari, gli Assistenti sociali, ma in modo particolare per i partner di progetto, attraverso momenti in plenaria, con tutti gli operatori, per costruire un orizzonte culturale comune e una strategia di lavoro condivisa e momenti individuali attraverso visite nelle diverse realtà e nei territori specifici, per accompagnare la trasferibilità del percorso formativo nelle singole équipe e territori e per sostenere la creazione di reti territoriali nei singoli Comuni.
Quelle che sembrano cose e cambiamenti molto spontanei e naturali, vanno invece molto accompagnati e governati. In questo senso, l’attività dell’Ufficio di Piano è stata molto serrata: l’UdP, nel nostro progetto, ha un ruolo strategico nel governare e sostenere i cambiamenti che pian piano si evidenziano. Ma questo progetto ha anche permesso all’UdP di uscire sul territorio e di farsi conoscere in modo assolutamente nuovo, l’UdP si è costruito e continua a costruirsi una visibilità e un protagonismo sul territorio che prima non aveva. Come UdP stiamo sollecitando i territori a ricercare chiavi di lettura e comprensione dei bisogni e delle dinamiche sociali un po’ nuove, a ricercare e immaginare disponibilità e collaborazioni fino a ieri sconosciute, di stare in relazione con le famiglie e i cittadini, anche oltre le forme di rappresentanza più conosciute. Generare welfare di comunità, un processo che potrebbe sembrare molto spontaneo e informale, richiede in realtà un governo e un presidio silenzioso e assiduo.

 


[1] Sono partner di progetto: Associazione La Margherita Blu, Associazione Centro di Consulenza per la famiglia, Cooperativa Lule, Cooperativa Pianeta Azzurro, Cooperativa La Ruota, Associazione A Piccoli Passi, ORSA Cooperativa sociale, Associazione Genitori di S. Stefano Ticino, Cooperativa Comin, Associazione la Tribù degli Zoccoli, Comune di Robecco sul Naviglio, Cooperativa Albatros, Cooperative Kinesis, ICS De Amicis Marcallo, ASCSP Servizi alla Persona, Cooperativa Pratica, Associazione Genitori scuola Gianna beretta Molla,Parrocchia di S. Pietro e Paolo di Arluno, Scuola dell’infanzia Giacobbe, Scuola materna Fracassi, Fondazione Comunitaria del Ticino Olona Onlus, Consorzio Sociale Est Ticino. Per un approfondimento sul progetto si rimanda al sito https://www.comunitapossibile.it/, https://www.facebook.com/comunitapossibile.
[2] Facciamo riferimento al dato 0/18 perché il dato scorporato delle famiglie con figli in età 0/12 non è disponibile.