Dal 2014 ad oggi, Fondazione Cariplo ha promosso tre edizioni del bando “Welfare di Comunità e Innovazione Sociale”, destinando complessivamente 30 milioni di euro per progetti territoriali finalizzati al ripensamento del welfare locale. Il bando intende promuovere e sostenere nuove forme di programmazione territoriale aperta e partecipata, e idee innovative in risposta ai bisogni delle persone e delle famiglie, attraverso un impegnativo lavoro di coinvolgimento della comunità e di riconnessione delle risorse e delle forze del territorio. Complessivamente sono 27 i progetti avviati ad oggi, in Lombardia e nelle province di Novara e VCO.
Lombardiasociale.it nei mesi scorsi, ha già proposto degli articoli di analisi di alcuni progetti finanziati dal Bando Cariplo.  Continuiamo la riflessione con un approfondimento in due puntate, esito di un dialogo con Gino Mazzoli in esplorazione di due specifiche questioni:

  • quali sono, dopo ormai alcuni anni di lavoro e di sperimentazioni, le dimensioni qualificanti della prospettiva del welfare generativo
  • quali specificità lombarde emergono, da una comparazione con altri progetti di altre Regioni.

Partiamo quindi, dalla prima domanda e da quali sono oggi le motivazioni a sostegno di una priorità di investimento nel welfare di comunità.

Perché investire oggi nel welfare generativo è una priorità secondo Lei?

Credo sia necessario porre una attenzione strategica, prima che al welfare generativo, al welfare stesso: da un lato oggi il welfare è il punto nevralgico in cui si gioca il rapporto cittadini/istituzioni nel senso che i servizi gestiscono quotidianamente questioni intime e decisive per la vita delle persone; per un altro verso, il welfare si è configurato in questi anni come la “presa a terra” di tutte le vorticose trasformazioni che la nostra società sta attraversando e “maneggiare” il welfare significa entrare nel merito di questioni decisive oggi (la partecipazione, la relazione cittadini / istituzioni, la distribuzione delle risorse, la cittadinanza…).
Da anni il welfare italiano è strutturalmente afflitto da problemi quali la frammentazione dell’offerta, l’orientamento prestazionale, la platea ristretta dei destinatari, ma oggi le Amministrazioni e i territori si confrontano con altre criticità più recenti:

  • diminuzione molto consistente delle risorse finanziarie a disposizione delle istituzioni;
  • esplosione di problemi all’interno di una fascia della popolazione (il ceto medio) che non aveva mai conosciuto fino ad ora difficoltà ad arrivare a fine mese;
  • impoverimento significativo delle reti familiari e sociali.

Di questi fattori il terzo (povertà di reti) sembra quello cruciale: fino a un quarto di secolo fa la precarietà lavorativa ed economica veniva assorbita dalle dotazioni relazionali di persone e famiglie.
Il combinato disposto dei tre fattori sopra indicati pone il tema di generare nuove risorse insieme a tutta la comunità (non solo con gli attori tradizionali del welfare, ma anche coi cittadini non impegnati e i soggetti profit), per mantenere standard qualitativi significativi di welfare e non – come spesso si dice – per “far pagare la crisi ai cittadini”: il welfare generativo è una strada ineludibile se aumentano i problemi e diminuiscono le risorse finanziarie.

Oggi molti dei Progetti del bando “Welfare in azione” stanno ricercando strategie di lavoro e intervento nei territori finalizzati ad attivare e promuovere risorse. I progetti che Lei conosce come stanno lavorando su questa finalità?

Mi sembra che oggi sia prioritario interrogarsi sul come generiamo risorse, attraverso quali strategie, quali dispositivi. Esplorando e osservando diversi progetti ingaggiati nel Bando “Welfare in azione”, mi sembra che i livelli di generatività su cui i progetti stanno agendo sono molteplici:

  • la strada del welfare di reciprocità (l’utente dei servizi restituisce ciò che riceve svolgendo attività socialmente utili, per ciò che può) è una logica  ancora perseguita in alcuni progetti, ma appare datata: oggi va re-inclusa una parte rilevante della popolazione che tende a scivolare silenziosamente verso la povertà, con vergogna nel chiedere aiuto; in gioco ci sono dei non-utenti dei servizi a cui non si immagina di erogare prestazioni, ma che si ipotizza di coinvolgere perché mettano in campo le loro risorse;
  • il fundraising è certamente una azione alla quale i progetti stanno dedicando risorse e competenze. Il rischio che dobbiamo presidiare è che il fundraising non riesca a garantire continuità nel tempo alle azioni, anche oltre il tempo dei contributi e dei finanziamenti, e rimanga tutto sommato una azione “a sé stante”, abbastanza estrinseca alla costruzione di nuove relazioni;
  • la ricomposizione offerta e domanda è certamente cruciale in termini di strategia dei decisori e può produrre da un lato risparmi per le istituzioni, dall’altro servizi più utili per i cittadini, ma rischia di intercettare poco quella fascia di vulnerabili che non si percepiscono come fruitori o destinatari dei servizi;
  • la costruzione di una domanda pagante per nuovi servizi promossi da un mix di attori territoriali è una strategia talvolta collaterale ai progetti Bando Cariplo ed è una strada ineludibile in una logica di welfare che intenda servire la totalità della popolazione.

Tutte queste quattro strategie rischiano però di apparire come strategie parziali nel senso che poco “aggrediscono” quello che è il nodo centrale, ovvero la povertà di reti e di legami. L’ipotesi da cui muove il welfare generativo è che se tra i vulnerabili vi sono ancora molte risorse, il cuore della nuova generatività sta nella costruzione di disponibilità nei cittadini (soprattutto in quelli non già impegnati sul piano sociale e politico) a mettere a disposizione tempo, energia, passione e intelligenza per collaborare alla gestione di attività utili per sé e per altri.
Senza la ricostruzione di un tessuto di legami sociali e di collaborazioni tra persone, soprattutto nell’area dei nuovi vulnerabili, gli altri quattro livelli sopra citati difficilmente possono reggere la sfida.
I vulnerabili non sono allora un’ulteriore “utenza” che i servizi dovrebbero “prendere in carico” (non ce ne sarebbero le possibilità materiali). I vulnerabili sono una fetta enorme di cittadini che paga le tasse perché il welfare esista, che vive per la prima volta la difficoltà di far “quadrare i conti”, che è spaventata ed arrabbiata, ma ha ancora risorse per uscire dalle proprie criticità. Occorre costruire alleanze con queste persone per gestire un welfare che sia sostenibile e rispondente ai bisogni e alle domande di società complesse.

Attivare i cittadini, sostenere il reciproco sostegno, scovare risorse poco visibili… un’uscita di scena di istituzioni e professionisti?

L’attivazione dei cittadini è vissuta in genere

  • per il pubblico, come rischio di disordine e di perdita di controllo
  • per il terzo settore, come minaccia di perdita di ruolo (e dunque di posti di lavoro)
  • per tutti gli operatori del welfare, come spiazzamento rispetto al target dei più gravemente svantaggiati di cui ci si è da sempre occupati e con cui si è inevitabilmente identificati.

L’eccessiva presenza di operatori professionali tende a impoverire le risorse proattive dei cittadini.
I tempi che viviamo stanno evidenziando come il fattore cruciale di ricchezza in una situazione con reti sociali in evaporazione, stia diventando la proattività, la capacità cioè delle persone di costruirsi contesti, relazioni, lavoro. L’assenza o la scarsa presenza di questa attitudine sta diventando il maggior fattore di ingiustizia sociale e dunque la vulnerabilità più grave, trasversale a tutti i ceti sociali. Perciò favorire la crescita della competenza di autocostruzione e autogestione è la strada più concreta per consentire alle persone di non rimanere schiacciate dalle criticità che stiamo attraversando. Non è quindi solo una questione di welfare “risparmioso” e sostenibile, ma di vitalità sociale, dunque di democrazia.
Tuttavia occorre fare attenzione a non cadere nell’eccesso opposto. Se è vero che troppa presenza di professionisti del sociale può soffocare le dotazioni di resilienza di famiglie e persone, è vero anche che fiducia reciproca e solidarietà di vicinato non si creano in modo “naturale”, quasi per magia: le app, lo sharing e le affinità elettive possono favorirle, ma le reti sociali e famigliari sono sempre più deboli, crescono diffidenze e rancori profondi tra ceti sociali e tra etnie, sicché l’autoregolazione spontanea del ‘libero mercato della solidarietà’ produce quasi sempre disuguaglianze, binari morti e intermittenze nella continuità delle azioni. Ciò che fino a trent’anni fa ci appariva lo scenario naturale su cui si svolgeva la scena del nostro mondo quotidiano (le reti famigliari e sociali) non funziona più automaticamente. Il sociale va riallestito.

Quali competenze oggi sono richieste per questo delicato lavoro di accompagnamento e di cura delle connessioni tra cittadini, istituzioni, professionisti…?

Le nuove forme di vita sociale vanno accompagnate a crescere e durare nel tempo. Per farlo servono specifiche e complesse competenze: scouting (andare a cercare le risorse della società), brokering (mixarle componendo diverse propensioni e aspettative); tutoring (accompagnare di queste nuove forme di vita fino al punto in cui sono in grado di procedere da sole); capacità di aggancio (lettere a casa, mail, manifesti sembrano strumenti obsoleti per persone che vanno autoesodandosi dalla cittadinanza, bisognose di comunicazioni personalizzate); capacità di attivazione (le persone una volta agganciate non diventano automaticamente attive se non vengono ascoltate; chi allestisce queste esperienze è chiamato a mettersi in una posizione simmetrica; anche se abbiamo due lauree in discipline sociali non possiamo portare le persone dove vogliamo noi: non ci servono seguaci, ma collaboratori, soggetti con capacità di iniziativa; alle persone viene voglia di attivarsi se si identificano coi prodotti da costruire; difficile che si immedesimino in qualcosa che non hanno contribuito a definire).
Non sono processi semplificabili. Non esistono scorciatoie rispetto al paziente, quotidiano, raffinato lavoro di costruzione relazionale. Per “fare rete” non basta convocare un “tavolo”. Le reti dei pescatori raccolgono pesci perché ogni giorno, al rientro dal mare, vengono minuziosamente rammendate.
Queste competenze sono poco diffuse e ancor meno oggetto di insegnamento. Vengono considerate qualità innate; così nessuno vi pone attenzione. Il loro esercizio nel 2017 richiede che vengano non solo ribadite, ma anche riformulate alla luce delle profonde trasformazioni che la società sta attraversando. È come se l’arto sociale si fosse atrofizzato e dovesse venire riabilitato, soprattutto in un contesto in cui la collaborazione è una competenza che va ri-appresa perché sta andando in disuso sul piano culturale.