Finalità trasversale ai progetti di welfare di comunità finanziati da Fondazione Cariplo è cambiare i sistemi di welfare attraverso processi di innovazione, valorizzazione delle risorse della comunità e governance partecipate, provando ad andare oltre i confini del tradizionale intervento sociale, per promuovere rinnovati legami tra le persone e tra le diverse soggettività diffuse nei territori… In un territorio, come quello lombardo, che cosa sta osservando?
Le azioni più significative che sto incontrando nei progetti lombardi sono quelle che riescono ad allestire attività utili rivolte al 100% della popolazione, con la consapevolezza che se ci si rivolge a tutti si riesce a intercettare un’area di persone che, se prova vergogna nel manifestare il proprio disagio, non potrà essere attratta da iniziative targettizzate in modo esplicito, come ad esempio i corsi sul bilancio famigliare. Oggi la scommessa, non sempre facile da sostenere e argomentare, è promuovere azioni di sostegno reciproco in grado di generare riconoscenza e restituzione e di diventare, nel tempo, autosostenibili perché capaci di attrarre investimenti di tempo e denaro della cittadinanza. In sostanza, gli stessi fruitori delle azioni di solidarietà attivate, in quanto dotati di risorse da mettere in gioco, possono diventare progressivamente protagonisti anche sul piano gestionale di queste stesse azioni. In gioco non c’è dunque la creazione di nuovi servizi in capo alle istituzioni, ma la nascita di nuovi corpi intermedi (autonomi dal pubblico, ma sinergici con esso) la cui nascita e il cui sviluppo vanno accompagnati fino a che non riescano a procedere con le proprie gambe.
In ogni contesto, la priorità di chi ha a cuore le sorti del welfare dovrebbe consistere nell’intercettare ed attivare energie latenti della società, aiutarle a prendere forma, sostenerle fino al raggiungimento dell’autonomia, restando successivamente in una posizione di “reperibilità al bisogno” e di supporto in situazioni di crisi o conflitti che possano mettere a rischio l’esistenza di queste nuove forme di vita sociale.

Non si corre il rischio di sostenere l’imprenditività sociale come antidoto alla fragilità delle istituzioni e dei servizi?

Dagli anni ‘80 in poi, si è sviluppata un’articolata riflessione sul piano politico-culturale secondo la quale il terzo settore (e in particolare il volontariato) riempirebbe i “buchi” lasciati  dai servizi pubblici, mentre gli studi più interessanti al riguardo (in particolare L. Salamon e H. Anheier, Defining the non profit sector, Manchester, 1997) mostrano come ogni società generi e produca simultaneamente  istituzioni e iniziative di imprenditività civile con lo  stesso segno.
È ciò che osservo lavorando in contesti anche molto eterogenei: in territori in cui c’è un humus imprenditivo, si trovano ottimi servizi e un buon terzo settore; dove invece il tessuto sociale è più statico e meno vitale, anche  i servizi pubblici sono in affanno.
Se vogliamo capire come intervenire nel welfare di un contesto, dobbiamo entrare in contatto con l’ethos depositatosi storicamente in quel luogo. In questi anni di lavoro in diversi progetti lombardi, ho potuto osservare un’imprenditività sociale molto significativa che ha dei tratti propri e differenti rispetto, per esempio, a quella della mia terra d’origine che è l’Emilia-Romagna. Stiamo parlando delle due Regioni che hanno prodotto i  sistemi  di welfare più significativi nel  nostro Paese, anche perché sostenuti da un vasto tessuto partecipativo.
L’ethos emiliano propone una società civile che si attiva per chiedere alle istituzioni (anche attraverso   concertazioni molto strutturate) di intervenire per affrontare i problemi; in Lombardia invece, la società civile si attiva anche a prescindere dalle istituzioni, spesso attraverso soggetti informali e non necessariamente organizzati nelle sigle canoniche reperibili in ogni contesto.
Pur tenendo conto del mix di culture prodotti dalla consistente immigrazione straniera e della tendenza all’uniformità che il pensiero globale induce,  il deposito della storia ha una forza ancora molto significativa.
Esemplificando, si può dire che se c’è una buca in strada il cittadino lombardo prende la vanga, la chiude e poi eventualmente va in Comune, mentre quello  emiliano, se  si accorge di una buca, organizza un comitato perché il Comune se ne occupi.
Questo humus diverso ha fatto sì che negli anni, in Emilia il terzo settore sia stato e sia tutt’oggi prevalentemente costituito da organizzazioni di grandi dimensioni, mentre in  Lombardia prevale un terzo settore molecolare che, per quanto in genere connesso da cartelli più ampi, consente una dialettica più articolata tra sociale e  istituzioni. La ricaduta di tutto ciò rispetto al nuovo welfare da costruire con la società civile, produce in Emilia l’attesa che driver del cambiamento siano le istituzioni, con le ineludibili lentezze e rigidità che queste portano con sè rispetto ai processi innovativi (e con significative eccezioni positive), mentre in Lombardia la permeabilità all’innovazione sociale sembra in genere   più elevata.

In un territorio come quello lombardo, caratterizzato da una presenza importante del terzo settore, i progetti di welfare di comunità stanno intercettando e attivando risorse “nuove”, informali, meno “strutturate e organizzate”?

In questo periodo in Lombardia sono in contatto con diverse sperimentazioni legate al progetto Welfare in azione di Fondazione Cariplo. Si tratta di un’iniziativa epocale, destinata a lasciare un segno molto rilevante per il futuro del welfare  lombardo e che sta tracciando la via, credo, per tutto il welfare italiano. Fondazione Cariplo, proponendosi di costruire sperimentazioni in grado di orientare le prassi di una  Regione, ha investito, almeno nella fase iniziale, su realtà consolidate, accettando di  correre il rischio di “far piovere sul bagnato”.  Altri progetti che ho contribuito ad allestire con fondazioni bancarie dell’Emilia e di Trento (progetto espr.it; welfare a Km zero; bando welcom), insistendo su un bacino di abitanti molto più contenuto rispetto a Cariplo (mezzo milione di abitanti contro 9 milioni), si sono concentrate sull’infrastruttura relazionale da far crescere per intercettare e promuovere risorse informali in grado di autosostenersi, almeno parzialmente, nel tempo, e hanno individuato, tra i tanti livelli di generatività del welfare (fundraising, domanda pagante, …), nell’ attivazione dei cittadini per contribuire alla gestione dei problemi che li attraversano, il livello decisivo per la costruzione del nuovo welfare.  Questa strada richiede di investire sull’accompagnamento di tali processi nei micro contesti, sulla crescita di nuove competenze negli operatori del welfare, sull’ingaggio di attori profit poco attrezzati ad avere la pazienza e le attenzioni di cura necessarie per svolgere questo nuovo “mestiere”, su tempi  medio-lunghi e minore visibilità immediata. Il welfare  che qui si tenta di descrivere non è la nicchia di attività poco qualificate assegnabili al volontariato e non è nemmeno  un escamotage buonista per far pagare la crisi ai cittadini. È invece il perno di una trasformazione radicale dell’hardware del welfare.  Se la maggioranza dei cittadini comincia ad avere problemi e ha vergogna a  manifestarli oppure li esprime con modalità aggressive senza chiedere aiuto, sembra difficile pensare che i servizi di attesa possano essere una risposta, così come non è immaginabile poter prendere in carico questa enorme massa di persone. Vanno costruiti con la società nuovi corpi intermedi in grado, con l’aiuto ineludibile delle competenze cresciute nel welfare in  tutti questi anni, di sviluppare forme di sostegno rivolte a un numero di cittadini dieci volte superiore a quello attualmente in carico i servizi.  Si tratta di andare verso nuove fragilità, non  oberati dall’idea di doverle prendere in carico, ma per attivarle a prendersi cura insieme agli altri dei problemi che le attraversano. Bisogna ricercare collaboratori, non seguaci. Per questo, anche l’operatore più qualificato, con due lauree e anni di esperienza, non può andare a spiegare ai cittadini qual è il loro problema. È necessario mettersi in una posizione più simmetrica e attivare nuove competenze che articolino quelle già presenti.

Obiettivo del nuovo welfare generativo e di comunità è quindi quello di avviare e sostenere sistemi di accompagnamento di esperienze di imprenditività sociale anche piccole, delimitate e periferiche, in grado di  tenere nel tempo e curando con grande attenzione la connessione tra queste esperienze perché possano nel loro insieme, raggiungere una massa critica abbastanza significativa da costruire comunità più  ospitali. I percorsi di re-engegnering di RSA e strutture protette non possono certo essere dimenticati. Viaggiano su  flussi finanziari e  routine consolidate, ma possono essere rapidamente spazzati via da crolli di disponibilità monetarie nelle casse delle istituzioni. Un sistema di reti sociali in grado di sostenere le persone in situazione di difficoltà costituisce invece un capitale infinitamente rinnovabile di cui va fatta  adeguata manutenzione.
Ritornando alla comparazione tra Emilia e Lombardia, questa priorità di investimento su esperienze di imprenditività sociale anche piccole e informali, assume due differenti declinazioni: in Emilia la sfida è  riuscire ad aprire dei  varchi  dentro e intorno alle grosse centrali del welfare, in Lombardia bisogna prendersi cura delle significative piccole esperienze che devono essere accompagnate e supportate, pena lo snaturamento dell’humus specifico lombardo.
Le diverse esperienze con cui sono entrato in contatto in Lombardia afferenti al bando Welfare in  azione (Rho, Magenta, Bollate, Lodi, Brescia)  con modalità molto diverse tra loro, stanno consentendo l’emersione di imprenditività sociali interessanti e nuove, prevedendo e sostenendo, anche con risorse economiche limitate, le famiglie del territorio già attive o interessate ad attivarsi intorno a progetti piccoli, limitati, ma molto radicati e connessi con la quotidianità delle persone coinvolte.

Quali impatti e ricadute osserva sui servizi sociali e sociosanitari coinvolti nei progetti?

Proseguendo sul filo della comparazione con l’Emilia-Romagna, in Lombardia i servizi sociali pubblici, pur forti e competenti, non hanno in genere la stessa storia di protagonismo militante che connota l’Emilia rendendo nelle mie terre natie, le istituzioni assolutamente centrali nello scenario del welfare.
Questo si traduce, in Emilia, in  maggiori garanzie per tutti, anche se a volte, a discapito dell’imprenditività e dell’innovazione promossa dalla società civile, mentre in Lombardia  si traduce in un maggior spazio alle iniziative locali  dei cittadini,  anche se spesso c’è un numero minore di operatori a disposizione per ogni abitante rispetto all’Emilia-Romagna.
I servizi sociali devono essere in ogni caso coinvolti nelle strategie di innovazione del welfare: per fare un viaggio non si può non considerare la macchina su cui si viaggia e la macchina è prevalentemente pubblica anche in Lombardia. Se la macchina viaggia un po’ lenta, vanno costruiti dispositivi per avviare  sperimentazioni in grado di aprire  avamposti innovativi, come i progetti delle fondazioni di origine bancaria di cui abbiamo discusso, ma non si può prescindere dalla competenza sedimentata nel tempo degli operatori del welfare. Il  come accompagnare e valutare questi processi esige un dibattito strategico molto più articolato di quello attualmente in atto.