Il valore sociale della disabilità nell’abitare

Intervista a Matteo Sana, presidente della Cooperativa Namastè

A cura di

25 giugno 2017

Approfondiamo in questa sede un’altra esperienza collegata al network di Immaginabili Risorse: il progetto condominiale di San Paolo d’Argon della Cooperativa Namastè in provincia di Bergamo. Due sono le leve dell’esperienza: abitare è relazione e per generare processi di reciprocità, prima di chiedere e di ricevere bisogna imparare a dare, anche con gesti semplici.



 

Abitare, avere una casa… La vostra esperienza parte proprio da qui…

Si, proprio così. Il progetto condominiale di San Paolo d’Argon, un piccolo paese della provincia di Bergamo, consiste nel tentativo di sviluppare all’interno di un paio di condomini relazioni di cura e di prossimità che favoriscono il benessere abitativo delle persone che abitano questi luoghi e tra queste anche alcune persone disabili.
La visione che sta alla base del nostro progetto si concentra fondamentalmente sul pensiero che la qualità della nostra vita passa anche attraverso come viviamo i luoghi che abitiamo.
Abitare non significa avere una casa, né tantomeno essere proprietari di una casa; abitare non è sinonimo di luogo fisico e spaziale; abitare è molto di più.
Abitare implica mettersi in sintonia con un luogo, curare, trasformarsi; abitare è relazione; significa condividere un posto con sé e con gli altri.
La qualità della vita nei luoghi che abitiamo riguarda tutti noi e quindi anche le persone disabili.

Parliamo più nel dettaglio del progetto

Nel 2005 la Cooperativa Namastè ha iniziato ad acquistare un appartamento all’interno di un condominio di San Paolo d’Argon da destinare all’accoglienza abitativa di cinque persone disabili lievi. Il condominio, collocato nel centro abitato e costituito da 14 appartamenti, è un condominio come tanti altri con le ambivalenze relazionali tipiche dei condomini.
I primi anni del progetto sono serviti per favorire le migliori condizioni di convivenza tra le persone disabili che abitavano l’appartamento, cercando di rispettare i tempi di ciascuno di loro.
Successivamente, la necessità di arricchire e qualificare meglio le possibilità di “incontro” per le persone disabili ci ha portato ad aprirci verso il nostro vicino prossimo: gli altri condomini. Ciò è avvenuto provando a mettere in pratica il principio per cui “prima di chiedere e di ricevere dobbiamo imparare a dare” e, quindi, facendo vedere come la disabilità potesse essere una risorsa anche per gli altri: ci siamo offerti a pulire le scale condominiali, a curare il giardino del condominio (al posto della ditta che aveva l’incarico), a fare piccoli favori e gesti nei confronti dei nostri vicini come fare la spesa per le persone anziane che vivono nel condominio.
Come d’incanto, si è liberata energia relazionale tra le persone dell’appartamento e alcune famiglie del condominio, tanto che, nel giro di poco tempo, alcune famiglie hanno cominciato, le mattine, ad occuparsi della cura delle persone disabili che vivevano nell’appartamento, invece dell’operatore, accompagnandole in piccole commissioni e/o in attività territoriali. Questa azione, tra l’altro, ha permesso il contenimento delle rette delle persone che abitavano l’appartamento.
Il clima favorevole che si è costruito tra alcune famiglie del condominio ed il nostro appartamento ha permesso di tracciare ulteriori tappe nel processo di costruzione di un luogo abitativo di condivisione.

Un luogo abitativo di condivisione per chi?

Per tutti i condomini!
Oggi Namastè ha quattro appartamenti all’interno del condominio, sempre destinati per persone disabili lievi con gradi di autonomia differenti e, quindi con gradi di protezione, in termini di presenza educativa, differenti.
Uno dei quattro appartamenti è attrezzato con una cucina in grado di produrre e fornire i pasti per le persone che vivono negli altri tre appartamenti e, al bisogno, per gli altri condomini, in particolare per le persone anziane che vivono nel condominio.
All’interno del condominio è stata attrezzata una lavanderia condominiale a disposizione di tutti.
Inoltre, all’interno del progetto, abbiamo cominciato a prenderci cura delle persone anziane che vivono nel condominio, costruendo con loro dei percorsi di accompagnamento che non necessariamente sfocino o “nella casa di riposo” o “nell’avere la badante in casa”: stiamo studiando forme di aggregazione del bisogno delle persone anziane e risposte di assistenza e di cura in grado anche di aggregare ed ottimizzare risorse economiche.
Ad oggi gli appartamenti delle persone anziane sono collegati con un citofono interno agli appartamenti dove vivono le persone disabili, permettendo alle persone anziane di avere sempre (e soprattutto di notte) un riferimento ed un sostegno negli operatori. E’ stata inoltre istituita la “badante di condominio”, assunta dalla Cooperativa Namastè, che si prende cura delle persone anziane in modo proporzionale al bisogno richiesto. In questo modo anche il costo della badante è suddiviso sui vari condomini che manifestano il bisogno.
Il progetto si è esteso anche ad un condominio adiacente, distante circa 100 metri, anch’esso costituito da una quindicina di appartamenti, in cui la  Cooperativa Namastè ha tre appartamenti, destinati all’accoglienza di persone fragili, con o senza disabilità, che però rappresentano quel motore di costruzione di prassi di condivisione e di reciprocità all’interno del condominio.

Il disabile da utente a persona. Come l’esperienza promuove questo passaggio?

Namastè cerca di essere un interlocutore significativo nel processo di sviluppo e di crescita della persona disabile, accompagnandola, laddove necessario, nelle varie tappe del proprio percorso di vita. Questo implica che l’incontro con la persona disabile e con la sua famiglia consiste innanzitutto in un incontro vero, che presuppone un atteggiamento di ascolto e di reciproca comprensione di ciò che è l’altro e delle storie di vita che vengono tratteggiate. L’incontro implica anche e soprattutto responsabilità “per chi ho davanti a me” e desiderio di cura “dell’altro e mia”. La persona disabile e la sua famiglia non possono essere considerati due elementi disgiunti: l’accompagnamento riguarda anche la famiglia, a partire dalla cura dei legami famigliari. L’accompagnamento implica anche la disponibilità ed il desiderio di essere compagni di viaggio nel tratteggiare percorsi di vita e quindi, in primis di “esser-ci”. Questi percorsi di vita portano alla costruzione di progetti che si devono caratterizzare per un’alta flessibilità e capacità di trasformazione continua. Nell’ambito dell’abitare, significa che le case e i luoghi si devono modificare in funzione dei cambiamenti dei bisogni e delle storie delle persone. Non può valere il contrario; non devono mai essere le persone ad adattarsi forzatamente ai luoghi e alle case.
Le persone che vivono negli appartamenti pertanto definiscono in continuazione un loro progetto di vita (con la Cooperativa, la famiglia e il servizio sociale) che si sostanzia: sulla capacità di prendersi cura dei propri spazi privati e degli spazi comuni della casa; sulla capacità di costruire relazioni di prossimità con i vicini e con il territorio; di sviluppare attività lavorative e occupazionali (ciascuno ha un proprio lavoro od occupazione in base alle proprie potenzialità).
Il rapporto con se stesso, con la propria casa, con il proprio lavoro, con i propri interessi, con le relazioni con gli altri stanno dunque alla base della costruzione del progetto di vita della singola persona. Progetto che non deve stare sulla carta, ma che vive di momenti quotidiani significativi. Da questo punto di vista il ruolo dell’educatore risulta importante in quanto non deve assumere un ruolo centrale nel rapporto educativo ma di seconda linea: è come se in una scena teatrale gli attori principali della scena (della propria vita) debbano essere le persone con disabilità, mentre gli educatori devono imparare a svolgere una funzione da regista (“presente” ma “assente” sulla scena allo stesso tempo).
L’obiettivo è quello dunque che la persona con disabilità possa sviluppare la propria vita all’interno di un contesto tutelante ma in grado di sviluppare le proprie capacità. Questo fa sì che anche lo sviluppo delle autonomie abitative delle persone nel tempo evolvano e quindi che anche i contesti abitativi possano cambiare. Lo sviluppo da un appartamento a sette appartamenti si è basato fondamentalmente sull’evoluzione dei progetti di vita delle persone: per molte persone, dopo un cero periodo, vivere in un appartamento con la presenza costante dell’operatore diventava limitante per lo sviluppo del proprio progetto di vita; è stato molto più arricchente potersi trasferire in un appartamento adiacente, con meno livello di protezione ma con la certezza che nell’appartamento a fianco avrebbe trovato il supporto necessario.

Il valore sociale della disabilità: la persona disabile come risorsa per la vita di tutti noi

Il progetto del condominio solidale di Namastè è la dimostrazione che la fragilità, e in questo caso specifico la disabilità, ha un enorme valore sociale laddove si assume il principio che la fragilità è costitutiva dell’essere umano. Ciascuno di noi è portatore di fragilità; nel caso della disabilità è semplicemente conclamata. Due sono le strade possibili: o teniamo la nostra fragilità nascosta, reclusa oppure possiamo condividerla e mettere in evidenza come le fragilità possono essere risorsa per sé e per gli altri. Il processo che ha portato lo sviluppo dell’intero progetto del condominio di San Paolo d’Argon ha avuto come incipit il principio che per poter generare processi di reciprocità prima dobbiamo provare a dare e non pensare a ciò che possiamo ricevere: anche con gesti semplici. Nel caso specifico, appunto, le persone con disabilità si sono messe a disposizione dei bisogni degli altri condomini e della cura degli spazi comuni.
La qualità della vita abitativa delle persone ha avuto un enorme beneficio grazie alle trasformazioni che le persone con disabilità sono state in  grado di portare avanti. Infatti se all’inizio alcuni condomini erano preoccupati della presenza di persone disabili perché ciò avrebbe fatto decrescere il valore del loro appartamento, oggi all’interno del condominio e sul territorio si è generato un processo inclusivo reciproco. E’ importante sottolineare che l’inclusione delle persone con disabilità va di pari passo con l’affrontare il tema dell’inclusione in generale, in quanto ciascuno di noi è portatore di fragilità.

Il vostro progetto è un’esperienza di nicchia?

L’esperienza dei due condomini di San Paolo d’Argon è tutt’altro che un’esperienza di nicchia. Come succede spesso il progetto ha avuto inizio grazie ad alcune intuizioni che si sono sperimentate all’interno di quel contesto. In realtà il progetto ha raggiunto ormai un livello di maturazione e di consolidamento tale per cui la Cooperativa sta progettando in altri ambiti della Provincia di Bergamo progetti legati al tema dell’abitare, della convivenza tra spazi privati e spazi pubblici, partendo dall’inclusione di diverse forme di fragilità. Vi sono due elementi possibilmente ostacolanti. Il primo riguarda la resistenza culturale che abbiamo nel pensarci persone fragili e nel considerare i luoghi abitativi, che contemplano dimensioni private e di condivisione, come vere possibilità per migliorare la qualità della nostra vita. Il secondo aspetto sta nel fatto che tale progetto nasce e si sviluppa non all’interno delle forme di accreditamento regionale, con la possibilità dunque di giocare quella giusta flessibilità, anche organizzativa, che i servizi classici attualmente non hanno. La valorizzazione di tale esperienza, come di altre innovative, secondo noi dovrebbe essere perseguita da parte del legislatore, tuttavia senza ricondurla all’interno della logica dei servizi classici, per i quali sembra contare di più quanti “minuti” di rapporto educativo vengono garantiti che effettivamente quali sono le prospettive delle persone con disabilità.

 

2018-06-06T11:31:06+00:00 25 giugno 2017|Categories: Disabilità, Nel territorio|Tags: , |